Il nuovo vantaggio competitivo è il calendario: dal Bayern al PSG e anche l’Atletico, nasce la specializzazione europea delle big. Con i campionati, Premier a parte, sempre più a rischio svalutazione

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Prima dell’avvento del fenomeno Tadej Pogacar, il grande ciclismo internazionale aveva vissuto almeno tre decenni in cui i corridori erano specializzati: chi puntava sulle corse a tappe e chi, sapendo di non poter trionfare nei grandi giri, invece solo sulle gare di un giorno, le grandi classiche e il campionato del mondo.Una specializzazione iniziata nei primi anni novanta quando Miguel Indurain, privo di spunto veloce però imbattibile nelle cronometro e dotato di un’impressionante resistenza sulle salite (e quindi difficilmente staccabile su Alpi e Pirenei), era diventato il dominatore delle grandi corse a tappe senza essere vincitore seriale nelle classiche monumento o al Mondiale. Nei fatti lo spagnolo pose fine a quella tradizione per cui i grandi corridori (Merckx, Coppi, Bartali, Hinault o chi per essi) puntavano a vincere tutto da febbraio sino a novembre e in questo senso l’ultimo samurai fu Gianni Bugno che vinse due Mondiali e svariate classiche, però, nonostante un Giro d’Italia conquistato, non trionfò mai al Tour de France a causa proprio di Indurain.Tale specializzazione (insieme a piaghe anche ben più gravi come quella del doping) non ha fatto bene alla popolarità del ciclismo nel suo insieme proprio perché non c’era il beniamino da tifare tutto l’anno.Dal ciclismo al calcio: il rischio della specializzazioneQuesta premessa su due ruote per dire che, ovviamente mutatis mutandis, l’intasamento dei calendari e il proliferare degli impegni di alto livello stanno spingendo anche il calcio europeo verso un pericolo di specializzazione.I quarti di finale di Champions League hanno evidenziato per esempio:come nelle tre sfide più equilibrate, ovvero PSG-Liverpool, Bayern Monaco-Real Madrid e Atletico Madrid-Barcellona si siano qualificate le squadre che hanno avuto meno impegni di campionato o comunque partite meno rilevanti durante la stagione.e anche in quella tra Arsenal e Sporting Lisbona, dove c’era indubbiamente un divario tecnico notevole a favore degli inglesi, la sfida non è stata così impari. Probabilmente conseguenza della questione che sino a un mese fa i londinesi erano impegnati su quattro fronti: Premier League, Champions League, finale di Coppa di Lega e la sentitissima Coppa d’Inghilterra.Tutti elementi che evidenziano come quando si giunge ad aprile/maggio la freschezza fisica diventa decisiva probabilmente più della caratura tecnica (al di là dei presunti torti arbitrali adombrati da Real e Barcellona).Il vantaggio competitivo di Bayern e PSG tra programmazione e calendarioEntrando nello specifico Bayern Monaco e Paris Saint-Germain da anni, se non da decenni, giocano il campionato nazionale (che oltretutto ha anche il vantaggio di essere a 18 squadre) quasi come una preparazione agli impegni europei.Parigini e bavaresi già a inizio stagione non solo sanno che dopo 34 partite probabilmente vinceranno il torneo nazionale ma anche che deve capitare qualcosa di veramente catastrofico per non centrare quantomeno la qualificazione alla Champions League. Tanto che in Germania non capita dal 2007/08 che il Bayern non partecipi alla massima competizione europea (e negli ultimi 30 anni l’ha mancata solo tre volte) e in Francia il PSG è presente in Champions consecutivamente dal 2012/13.Questa certezza permette ai due club:in primo luogo una programmazione economica invidiabile: praticamente a inizio stagione sanno già di incassare circa 60 milioni grazie alla partecipazione alla Champions dell’anno successivo;ma anche una programmazione atletica finalizzata allo scopo principale, ovvero la competizione europea. Al punto che dopo l’introduzione del girone unico in Champions l’anno scorso, il tecnico del PSG Luis Enrique, pur di avere la squadra al picco della forma nella fase del dentro o fuori, ha mostrato di non preoccuparsi più di tanto nemmeno del girone iniziale di Champions dato che vista la caratura tecnica del PSG ha la ragionevole sicurezza che dopo otto giornate la sua squadra sarà comunque tra le 24 che si qualificheranno almeno per i playoff. Un lusso che nemmeno il Bayern può permettersi e non a caso l’anno passato il Paris iniziò il percorso verso il trionfo finale come un diesel qualificandosi ai playoff con il 15° posto nel girone a 36. E quest’anno la storia è simile visto che è giunto 11°.D’altronde nell’ultima finale di Champions la differente condizione atletica tra PSG e Inter (con i nerazzurri impegnati nella lotta scudetto sino alla domenica precedente) era probabilmente più eclatante del risultato di 5-0. Tanto che poi in estate il PSG giunse sino in fondo al Mondiale per Club.Ovviamente questa situazione ha il suo rovescio della medaglia nell’attrattività di Bundesliga e Ligue 1. Però anche qui c’è una differenza.In Germania la passione dei tifosi tedeschi (che è simile a quella degli italiani per la Serie A, degli inglesi per la Premier e degli spagnoli per la Liga) fa sì che nonostante la monotonia bavarese al vertice, gli stadi siano sempre pieni e i diritti televisivi interni copiosi (1,121 miliardi annui compresa la 2.Bundesliga, rispetto ai 900 milioni della Serie A). Non solo, ma la bravura dei manager della Bundesliga riesce a vendere abbastanza bene i diritti del campionato tedesco anche all’estero, come spiegato nella recente intervista concessa a questa testata da Tommaso Bianchini, direttore generale dell’area business del Napoli.In Francia, invece, dove storicamente il calcio ha fatto più fatica a imporsi a livello popolare, non solo gli stadi non sono così pieni (pur essendo in media meno capienti di quelli tedeschi) ma il campionato sembra essere totalmente assoggettato alle dinamiche europee. Per esempio lo scontro diretto tra PSG e Lens (attualmente secondo), in programma tra i due match dei quarti di Champions dei parigini contro il Chelsea, è stato procrastinato per non infastidire la preparazione degli uomini di Luis Enrique. Cosa ancora più importante a livello economico non solo i diritti esteri della Ligue 1 non portano molti denari (secondo i dati della UEFA solo 80 milioni di euro annui, contro i 251 della Serie A ad esempio) ma fanno una grandissima fatica anche quelli interni visto quanto successo nel recente passato.La crisi dei diritti tv della Ligue 1 è cominciata nel 2018 con l’accordo record con Mediapro (1,15 miliardi annui), fallito già nel 2020 tra pochi abbonati e mancati pagamenti, causando gravi problemi finanziari ai club. Dal 2021 i diritti sono passati ad Amazon per cifre molto inferiori, mentre i rapporti con Canal+ (storico partner televisivo della lega francese) si sono deteriorati. Nel 2024 è arrivato DAZN (circa 400 milioni annui), ma anche questo accordo è saltato nel 2025 tra dispute e obiettivi non raggiunti. Senza offerte rilevanti, la LFP ha quindi lanciato nel 2025 la piattaforma diretta Ligue 1+, con un buon avvio ma crescita incerta, segno di un mercato ancora fragile.Ligue 1, ricavi in calo e il rosso nei bilanci dei club sfiora il mezzo miliardo nel 2024/25Conti in peggioramento per il calcio francese: calano i ricavi e crolla la redditività. Dal PSG a Marsiglia e Lione, i conti in rosso club per club. Premier e Liga: quando la competitività diventa un limiteTornando al discorso complessivo, al contrario di Bayern e PSG, Liverpool e Real, che da questi sono stati eliminati, tale vantaggio non lo hanno. E nemmeno lo ha l’Arsenal che si è qualificato non certo senza fatica contro i più modesti portoghesi dello Sporting Lisbona.Nello specifico, Reds e Gunners perché la Premier League, che pur distribuisce ai propri club enormi quantità di danaro, è molto competitiva e ogni avversario se la gioca sino alla morte. Non a caso a sei giornate dalla conclusione l’Arsenal, in evidente calo fisico e stracarico di infortuni, in un mese ha perso la finale di Coppa di Lega, è stato eliminato dalla Coppa d’Inghilterra, e si gioca molto del titolo nazionale contro il City domani all’Ethiad dopo la rimonta degli uomini di Guardiola. E il Liverpool, dal canto suo, che ha speso quasi 500 milioni sul mercato la scorsa estate, deve ancora lottare per qualificarsi in Champions l’anno prossimo.Per quanto concerne il Real invece il motivo è che, per quanto i Blancos siano sempre ragionevolmente sicuri di qualificarsi alla massima competizione europea, ogni anno non possono mai sottostimare la Liga perché ne va del loro eterno duello sportivo, economico e anche politico con il Barcellona.Il caso Atletico: programmare senza l’obbligo di vincereVenendo alla quarta sfida, il derby spagnolo tra Atletico e Barça (che ha visto prevalere i primi sui secondi) i discorsi sono invece diversi: in particolare se per i blaugrana vale, a parti inverse, quanto spiegato per il Real, per i colchoneros il quadro non è lo stesso.La strategia del presidente Enrique Cerezo e di Diego Pablo Simeone, che sono il tandem dominante da anni al Metropolitano, è ormai chiara: il club si è ormai stabilizzato come la terza grande di Spagna e come tale, in una lega che ha diritto a quattro posti in Champions, ha la ragionevole sicurezza di centrare la massima competizione europea ogni anno (l’ultima volta che i biancorossi non ci andarono fu nel 2012/13).Questo dà la possibilità di programmare bene gli investimenti economici quasi sin dall’anno prima e non caso la società può vantare una rosa di prim’ordine anche a livello europeo, anche se non paragonabile sulla carta a quelle di Real o Barcellona.In termini sportivi però l’Atletico ha il vantaggio nei confronti delle due rivali più nobili di non avere il “dovere assoluto” di vincere la Liga. Pertanto al via del campionato i colchoneros danno il massimo per tenere botta, però se nel prosieguo della stagione vedono che non riescono a tenere il passo di Barcellona e Real l’enfasi passa direttamente sulle coppe. Prova ne sia l’ultima partita di Liga, quella contro il Siviglia tra i due incontri con il Barça in Champions. Simeone, avendo bene in mente che la sua squadra a sette giornate dal termine della Liga era quarta con un cuscinetto rassicurante di 12 punti sulla quinta, ha schierato al Pizjuan un undici composto in larga parte da riserve (rimanendo, dopo il ko, comunque a +11 sul Betis nonostante tre sconfitte di fila in campionato). Cosa invece che ha potuto fare solo in parte il suo collega blaugrana Hansi Flick dato che i catalani, primi nella Liga con 9 punti di vantaggio sul Madrid, devono necessariamente tenere d’occhio anche il campionato.I modelli europei e il paradosso italianoA conti fatti quindi osservando quanto emerge dai campionati principali in Europa sembrano delinearsi, con le diversità insite nella varie nazioni, modelli dissimili:c’è un modello inglese in cui un campionato supercompetitivo è anche capace di attrarre talmente denaro (ma con un rosso a bilancio che continua a crescere per i club e quindi dubbi sulla sostenibilità che crescono) da consentire a molti club, anche a quelli che non giocano la Champions, di assicurarsi molti dei migliori giocatori al mondo. E quindi di restare all’altezza dei migliori standard continentali anche se per qualche stagione non si incassano i proventi della massima competizione europea.Un modello tedesco e francese (con le diversità sui diritti tv di cui sopra) basato su di un campionato a 18 squadre e che permette alla società più grande (al colosso nazionale per usare il gergo aziendale) una programmazione economica tale che la rende competitiva anche ai massimi livelli europeiUn modello spagnolo che invece è uno sorta di ibrido: ci sono due società che per blasone e per storia non possono non puntare a tutte le competizioni nelle quali giocano e che grazie alla loro potenza economica sono praticamente certe di giocare la Champions ogni anno. Oltre ai due colossi c’è poi una terza società, l’Atletico Madrid che, al pari delle altre due, può profittare della presenza quasi sicura in Champions ogni stagione e quindi ha il vantaggio di poter varare una programmazione economica in largo anticipo. Vantaggio che in Europa, oltre all’Atletico, hanno solo per i motivi di cui sopra Real, Barcellona, Bayern e PSG.ANALISIPremier League, i ricavi dei club sfiorano i 10 miliardi ma non bastano: bilanci in rosso per 890 milioni nel 2024/25Non bastano i super ricavi: anche i ricchissimi club inglesi chiudono in perdita, con il record negativo del Chelsea.E quindi ci si domanderà: e l’Italia in tutto questo? Qual è il nostro modello?Il nostro Paese sembra essere a metà del guado: da un lato la Serie A è contraddistinta da un modello competitivo molto sano dal punto di vista sportivo, nel quale più squadre possono vincere il titolo nazionale (dopo il ciclo della Juventus, dal 2020/21 sono state tre le squadre vincitrici del titolo). Nel contempo però la Serie A non porta i soldi della Premier e quindi ha molto meno da distribuire con il risultato di diminuire le potenzialità sul mercato dei club e di conseguenza le loro ambizioni europee. Non a caso una squadra italiana non vince la Champions League da 16 anni, il lasso di tempo più lungo da quando sono state istituite le coppe.Dall’altro lato questo modello, pur affascinante in termini sportivi, non consente a nessun club di avere la certezza, nemmeno ragionevole, di essere sicuro già a inizio stagione di centrare la qualificazione alla Champions. E quindi di potere utilizzare i soldi ad essa collegati. E dunque anche in questo caso sminuendo le ambizioni europee dei nostri club.In questo senso, dato che la Serie A è la macchina da soldi del calcio italiano e quindi dell’intero sport nazionale (considerando ad esempio che i contributi distribuiti da Sport e Salute alle federazioni sportive derivano in larga parte dalla tassazione del settore sportivo, in cui il calcio e la Serie A nello specifico sono i principali contribuenti), sono tutti punti che necessariamente dovranno essere analizzati e presi in carico da chi sarà il nuovo presidente della FIGC, sia esso Giancarlo Abete, rappresentante della Lega Nazionale Dilettanti, oppure Giovanni Malagò, candidato della massima categoria del calcio nazionale.