Da magazziniere a creator digitale ed imprenditore. Dadda, Daniel Daddetta all’anagrafe, sta vivendo “una grande fortuna”. Ma, come ogni progetto che nasce in modo inaspettato, la domanda che anche lui si pone è: “Finirà, prima o poi?”. Nella peggiore delle ipotesi, nessun problema, perché “nel mio curriculum c’è scritto ‘15 anni da magazziniere’. Spererei di ritrovare quel lavoro il prima possibile”. Dadda è un noto personaggio del web, molto amato dalla Generazione Z, che ha iniziato il proprio percorso sui social assieme ad uno dei suoi migliori amici, Riccardo Dose. I due si sono conosciuti giocando per la stessa squadra di calcio e, sfruttando la loro intesa dentro e (soprattutto) fuori dal campo, Dose – già nome di spicco sul web – aveva introdotto Dadda nei suoi format su YouTube, su tutti quelli inerenti al cibo.Da lì, l’inizio di una nuova era. I due hanno da poco aperto la loro ufo-hamburgheria, Space Patty e, da un paio d’anni a questa parte, sono protagonisti, assieme al collega Awed, di tour a teatro del loro show (inizialmente nato sui social) “Esperienze D.M.”. Dadda si è raccontato a FqMagazine. Il primo amore è stato per la musica e, a 19 anni, poi è arrivato grande passo: andare a vivere da solo. Il creator ed imprenditore, oltre a svelarci qualche piccante aneddoto emerso durante i suoi show a teatro, ha parlato del suo nuovo locale Space Patty e dell’ondata “di critiche” ricevute “che non ero pronto a vedere”.Vivi da solo dai 19 anni. Hai fatto il cameriere, il barista e, per 15 anni, il magazziniere: come ti hanno aiutato questi lavori nelle attività che fai oggi?Mi hanno aiutato a vedere questo mondo con i piedi per terra. Arrivando da un trascorso dove si dà molto più valore al lavoro manuale, mi fa vivere questo mestiere in modo molto più sereno. Per me non è un peso, rispetto a ciò che ho fatto: è solo una grande fortuna e quindi me la vivo come fosse una gioia ogni giorno.Sei entrato nel mondo dei social da trentenne: è stato un aiuto o uno “svantaggio” starne fuori fino a quel momento?Le dinamiche social più o meno erano già all’interno della mia vita perché, essendo un migliore amico di Riccardo Dose da 12 anni, ed avendolo sempre accompagnato a eventi vari, ho visto il suo percorso nascere e consolidarsi e quindi non sono entrato in un mondo totalmente nuovo. Ho iniziato questo nuovo percorso con totale naturalezza. È una cosa che non ho cercato assolutamente, è nata per caso facendo dei video con Dose, e l’ho raggiunta a una certa maturità mia, quindi ai 33 anni, gli anni di Cristo. Me la vivo veramente consapevole e la speranza è che non possa finire mai. È un passaggio bello della mia vita, e spero duri il più possibile.Se finisse tutto ciò, che faresti?Nel mio curriculum c’è scritto “15 anni da magazziniere”. Spererei di ritrovare quel lavoro il prima possibile (ride, ndr).Assieme a Riccardo Dose avete aperto, vicino ai Navigli di Milano, l’hamburgheria Space Patty. Come pensate di inserirvi in una fetta di mercato che presenta colossi mondiali come competitor?Ci siamo inseriti con tutta l’umiltà di questo mondo. Arriviamo da un percorso YouTube dove uno dei nostri format principali è assaggiare qualsiasi tipo di cibo esistente sul mondo. Siamo andati in Italia, in Europa e nel mondo a provare tutti i fast food, street food e ristoranti. Facendo il conto, un mese fa, erano più o meno 370-380 i video dedicati al cibo.In cosa si differenzia la vostra attività rispetto alle altre realtà dello stesso settore?Abbiamo cercato di portare una cosa “innovativa”, ovvero di non offrire il classico fast food o smash burger o cose che andassero di tendenza adesso. Proponiamo quello che chiamiamo “l’ufo burger”, quindi una novità anche a livello estetico in un mercato che, in Italia, presenta solamente 2-3 ristoranti che hanno un panino singolo a forma di ufo. Infatti, non siamo sicuramente qua a dire che siamo stati noi i primi a portarlo, però abbiamo proprio tutto il menù focalizzato su questa forma del panino. Automaticamente tutto il ristorante è stato creato attorno a questo a questo “mood spaziale”.Qual è stata l’esperienza culinaria, tra i video fatti con Dose, meno positiva?Non c’è mai stato nulla che ci facesse dire “questo non ne vale la pena”. Anche perché la cosa bella di andare ad assaggiare il cibo in ogni paese, è quella di catapultarti in quella determinata cultura. Anche se alcune spezie nel nostro Paese non le mangiamo, la cosa bella è provare come le usano e le valorizzano loro. Sono uno che mangia di tutto.Ci sarà però un alimento che proprio non ti va giù?Quando c’è un piatto con al suo interno il fegato. Che sia da ristorante tipico o stellato, non fa distinzione per me. L’unico cibo è quello.Se ci si sofferma sulle recensioni, sia su Google che su YouTube, sembrano fare più eco quelle negative: come mai?Arrivo da un percorso sui social di quattro anni molto “puliti”, nel senso che con Dose non abbiamo mai fatto nulla di cattivo, siamo sempre stati genuini e puri. In questo percorso imprenditoriale mi è arrivata un’ondata di critiche che non ero pronto a vedere. Quando uno lavora da un anno e passa ad un progetto, ci mette tutta la passione e poi viene screditato in questo modo da gente che neanche forse era venuta nello store, ma semplicemente a livello visivo mi viene a dire “il panino è troppo piccolo, questo e quello”, mi ha un po’ rovinato l’apertura a livello “sentimentale”.Leggi e guardi ancora i video in cui stroncano i vostri prodotti?Dopo le prime tre settimane ho detto: “Non guardo più commenti negativi e recensioni su Space Patty perché mi rovino il fegato e mando giù il boccone amaro”. È giusto ci siano anche delle critiche, perché il bello della cucina è che il gusto è soggettivo. E questo forse ha fatto brodo per far sì che la gente, anche per curiosità, venisse a mangiare veramente questa cosa.L’importante è che se ne parli, a prescindere dai giudizi positivi o negativi?Se vedi le due medaglie uno dice buono e l’altro no. Fa sempre bene che la gente ne parli e, sicuramente, ci sono state delle critiche costruttive. Noi in primis ci siamo messi a risolvere dei problemi che erano effettivi, come la qualità di alcuni prodotti e la forma del pane. Anche nella vita quotidiana sono pro alle critiche: finché sono costruttive sono sempre ben accette.Pensi ci sia stata, soprattutto su YouTube, qualche videorecensione poco oggettiva?Non sono uno di quelli che va a dire “ah per gelosia, per invidia…”, assolutamente no. Mi piacerebbe che la gente si aiutasse a vicenda e che ci fosse sostegno tra chi lavora, soprattutto, nello stesso mondo. In Italia purtroppo non è così. Alcune persone sono venute ad assaggiare il prodotto al secondo giorno e, delle critiche, erano veritiere. All’apertura avevamo previsto arrivassero 800/1.000 persone e, alla prima giornata, ne sono arrivate 6.000. Sono dovute arrivare le forze dell’ordine con gli scudi per disordine pubblico. Quindi per la persona che è venuta al secondo giorno, posso capire che la situazione fosse identica: era plausibile che alcuni panini potessero essere stati fatti, magari, di fretta. O che potesse esserci una dimenticanza di un determinato prodotto. Su questi aspetti sono il primo a dire che le osservazioni fatte verso il nostro locale fossero giuste mentre, per quelle fatte di cattiveria a proposito, il karma tornerà.Né te né Dose avete mai avuto, prima di Space Patty, esperienza diretta nel mondo food?No, la gente è convinta che io e Dose siamo in cucina a fare i panini. In realtà in questo primo store abbiamo 23 dipendenti, mentre nella “dark kitchen” che aprirà la prossima settimana ce ne sono altri 7. Io e Dose non abbiamo le capacità per gestire questa cosa, bisogna essere onesti. Dietro ci sono tre manager che si occupano del lato food cost, assunzioni e di far quadrare tutto all’interno, che lavorano in quest’ambito da 20 anni. Sono degli esperti che si occupano della materia prima, dello strutturare il menù. Io e Dose, essendo gli imprenditori di questo progetto, mettiamo quello che è il nostro, quindi l’immagine e il marketing. Mi piacerebbe stare in cucina a cucinare ma non ne ho capacità. Ho fatto l’alberghiero con indirizzo sala e bar, faccio i cocktail. Qualora venisse fuori da Space Patty la possibilità di bere, sarò lì a fare i cocktail.Hai accennato al fatto che in Italia ci sia questa cultura del “demolire” il progetto degli altri per invidia: sotto questo aspetto siamo indietro rispetto agli altri Paesi?Nel caso di Space Patty spero non sia per invidia, anche perché non c’è nulla da invidiare. Ci siamo buttati adesso in questo mondo quindi non siamo qua a dire che siamo degli esperti. Secondo me c’è la concezione che uno, al di fuori del lavoro principale che fa, non possa buttarsi in un altro campo. La maggior critica è stata: “Eh ma questi dai social si mettono ad aprire un ristorante…”. È un investimento, è un lato imprenditoriale. Come magari ci sono tanti calciatori che aprono un ristorante. E, secondo questa concezione, io che ho fatto per una vita il magazziniere, non avrei potuto fare l’influencer. Si deve un po’ uscire da quest’ottica: a livello imprenditoriale uno può fare, con i dovuti mezzi e con le giuste persone che lo affiancano, quello che si sente di fare. Il nostro è stato sì un salto nel vuoto rispetto a quello che facevamo, ma non è stata una cosa buttata lì ed aperta in un mese. È da un anno e mezzo che lavoriamo a tutto il lato composizione di Space Patty. È una cosa veramente creata a stampino e in modo preciso. Non so perché in Italia ci sia questa cosa concezione di non sostenersi a vicenda.All’estero è diverso?Funziona tutto al contrario, c’è molto aiuto anche tra colleghi. Ma non è così con tutti: abbiamo tanti amici sui social che comunque ci sostengono, però c’è sempre quel lato lì negativo.Perché aprite anche una dark kitchen?C’era in previsione di aprirla, dopo sette mesi dall’apertura principale, perché ci serve per far partire il delivery. Ma c’è talmente mole di lavoro in store che non riusciamo ad aprire il delivery direttamente nel locale. Abbiamo dovuto anticipare questa novità che consiste in una cucina chiusa, dove non c’è l’insegna “Space Patty”. La gente non può andare lì a prendere il cibo. È solamente per l’ordinazione e ci servirà per fornire “tutta Milano” con le piattaforme di delivery. Soprattutto nella zona nostra, in Piazza 24 Maggio, è l’area con il più alto fatturato di delivery di Milano.Oltre al locale ora sei in tour, per la terza stagione, assieme a Dose e Awed con il vostro spettacolo “Esperienze D.M.”: come si trasforma per i teatri un format nato sui social?È nato tutto in modo spontaneo perché, più o meno all’ottava puntata di questo format che avevamo, ci siamo messi a dire, scherzando, “Ma vi piacerebbe se l’ultima puntata la portassimo teatro?”. C’è stato un riscontro positivo della gente e, allora, abbiam noleggiato questo teatro. Abbiamo aperto le prevendite e i biglietti sono andati via in due ore. Abbiamo fatto il primo spettacolo la Martinitt, qua di Milano, che è un teatro molto piccolo di 700 posti. È andata bene e da lì abbiamo fatto queste sette date di prova, anche questo sold out subito e, di questo passo, siamo andati avanti con le date.In cosa si contraddistingue il vostro show?Credo che il segreto di questo format sia la naturalezza dei nostri tre personaggi perché sì, all’interno dello spettacolo c’è uno scheletro, ma la cosa bella è l’improvvisazione. Non abbiamo un copione. C’è molto contatto con il pubblico il che consente ad ogni spettacolo di essere diverso.Il pubblico è parte integrante dello spettacolo?Il pubblico è proprio partecipe. Ad ogni scenetta coinvolgiamo delle persone che salgono sul palco e improvvisano con noi.Nello spettacolo raccontate esperienze tragicomiche che capitano alle persone mentre si scrivono sui DM dei social: qual è il messaggio più particolare che è arrivato?Tra i tanti c’è stato un padre che era allo show con la figlia e ci ha raccontato la sua esperienza dm, che è stata una delle cose forse più strane, più belle e l’abbiamo messa anche all’interno di un reel su Instagram. Questo signore, dieci anni fa, era con un suo amico a un bar. L’hanno approcciano due ragazze, incominciano a conversare, a bere e la serata stava proseguendo bene. Dopo un’ora che incominciano a bere, bacetti eccetera, va in bagno e fa quello che deve fare. Esce, nel frattempo, anche l’altro amico. Si guardano tutti e due perché le ragazze erano entrambe trans e sono rimasti stupiti. Ci tengo a sottolineare che ognuno è libero di fare ciò che vuole. Libera espressione sessuale. Però la cosa bella è che sono rimasti tutti e due a bocca aperta e che, questa esperienza, ce l’ha raccontata con la figlia accanto che riprendeva col telefono.Awed ha vinto l’Isola dei Famosi nel 2021: parteciperesti ad un reality show?Sì, assolutamente, tranne l’Isola dei Famosi.Perché?Sono molto fissato con la palestra, con il cibo. Awed ha perso 25 chili, e penso che se entrassi là dentro da 85 che sono torno fuori a 30 chili, perché di genetica ho un fisico che appena smetto di mangiare e smetto di allenarmi divento “asciutto”. Sarei molto in difficoltà anche a livello nervoso. Con 50 grammi di riso al giorno non so Awed come abbia potuto fare. Al di là dell’Isola dei Famosi, che comunque mi affascina come programma, mi piacerebbe molto partecipare a Pechino Express.Una ragazza ti ha dedicato una tesina di terza media. Che valori pensi di trasmettere ai più giovani?Sono rimasto molto sorpreso, infatti quando mi è stato detto ho pensato “che sbandata ha avuto questa ragazza per dedicare una tesina su di me” (ride, ndr). Ovviamente questa cosa mi fa molto piacere e, se non sbaglio, l’aveva fatta sul percorso di cambiamento della mia vita. Secondo me la gente si è affezionata alla naturalezza che penso di trasmettere. Nonostante i cambiamenti nella mia vita, sono sempre quello di cinque anni fa quando facevo il magazziniere, coi piedi per terra. È come se fossi grato per il percorso che sto intraprendendo, e penso che ai ragazzi arrivi questa cosa. Sono uno di quelli che batte il ferro finché è caldo perché non vorrei mai rimanere con il rimorso di non aver provato una cosa.A tal proposito, alle medie hai studiato chitarra e il tuo sogno sarebbe quello di incidere una canzone: da dove nasce la passione per la musica?Nasce a 6 anni, grazie e mia nonna, che mi aveva iscritto ad un corso di chitarra classica. Ho fatto lezioni per tre anni e, alle medie, nel mio paesino in Friuli, ho scelto di fare il tempo prolungato, quello con attività pomeridiane. Ho fatto le medie conservatorio e, oltre a fare solfeggio e canto, ho portato avanti la mia passione e gli studi di chitarra. Nel mentre ho fatto parte anche di un coro di voci bianche. Poi da adolescenti, come gran classico, si perde la testa e inizi a pensare alle ragazze ed ai motorini. Nel mio caso ho accantonato da bravo stupido la musica e l’ho ripresa in mano quando avevo 22 anni facendo, sui social, quando ancora ero magazziniere, delle cover. Poi non l’ho più abbandonata: ogni giorno studio e canto. Ho la fortuna di portare la mia passione a teatro e il sogno sarebbe quello di incidere una mia canzone.Nei tuoi show a teatro hai dedicato a tua mamma “L’amore è” di Nigiotti: cosa ti colpisce della canzone?Sono di parte, ma penso che Nigiotti sia uno degli artisti più sottovalutati in Italia. Suona, canta, scrive per altri. Lui, guardando il mare a Livorno, ha dedicato questo pezzo alla moglie. Oltre alla composizione acustica della chitarra mi piace il timbro che usa.Hai cantato con lui su una panchina durante il periodo di Sanremo 2026: come siete entrati in contatto?Dopo due anni che portavo “L’amore è” in tour è stato il coronamento di un sogno. L’anno scorso, sui social, c’era stato un boom di contenuti di me che cantavo a teatro la sua canzone. Ogni volta che Nigiotti metteva un video online c’erano tutti i commenti che gli dicevano “vai a sentire Dadda”. Siamo entrati in contatto su Instagram. Lo scorso anno doveva anche venire a Livorno a teatro e dovevamo cantarla assieme. Solo che poi ha avuto il concerto di Olly e, giustamente, è andato da lui.Prima di essere imprenditore sei un creator: esiste ancora il pregiudizio sul fatto che il vostro non sia un vero lavoro?Penso sia un po’ cambiata la percezione. Accompagnando, più di 10 anni fa, Dose ad incontri ed ospitate coi brand il mormorio della gente era proprio che il suo non fosse un vero lavoro. Ora, anche con l’Agenzia delle Entrate (ride, ndr) è così. Prima con la partita Iva non c’era un vero e proprio indirizzo dove veniva classificato il lavoro di influencer. Ora è riconosciuto anche non solo dagli enti pubblici. Venendo da un altro lavoro posso capire che la gente veda solo la parte superficiale del nostro mondo, ovvero l’uscita del video e basta. Ma dietro c’è molto di più: c’è programmazione, realizzazione del contenuto, montaggi, viaggi, script, collaboratori. È come se fosse una piccola azienda.L'articolo “L’ondata di critiche al nostro ufo burger? Non ero pronto, mi ha un po’ rovinato a livello sentimentale. Se tutto dovesse finire nel mio curriculum ho 15 anni da magazziniere”: parla Dadda proviene da Il Fatto Quotidiano.