USA – L’economia regge ancora, ma non abbastanza da far cambiare tono alla FedNegli Stati Uniti il quadro resta abbastanza chiaro: la crescita non accelera, ma non sta nemmeno cedendo di colpo. L’attività economica è in lieve espansione, il mercato del lavoro viene ancora letto come solido e i flussi restano forti, con acquisti esteri privati di titoli USA a lungo termine per 147 miliardi di dollari a febbraio. È proprio questo il punto: non ci sono segnali di rottura abbastanza netti da costringere la Fed a cambiare atteggiamento in fretta. Per questo il mercato continua a vedere la banca centrale piuttosto comoda con tassi al 3,75%, senza un caso davvero convincente per tornare a tagliare subito.Sotto la superficie, però, il quadro è meno pulito di quanto sembri. I costi di input che crescono più in fretta dei prezzi di vendita, quindi margini sotto pressione. Anche il PPI di marzo va in questa direzione: +0,5% dopo +0,5% rivisto a febbraio, con il core a +0,1%. Non è un dato “rovente”, ma dentro ci sono segnali che raccontano ancora un impatto chiaro dello shock energia, come il balzo di circa +16% nei prezzi del gas e il +1,3% di transportation and warehousing. Il messaggio è semplice: la parte più dura dello shock non è ancora sparita, e anzi il rischio è che una parte di queste pressioni salga lungo la filiera nei prossimi mesi. Lettura macro: gli USA restano la parte del quadro che tiene meglio, ma non perché tutto vada bene. Tengono perché il rallentamento non è ancora abbastanza forte da aprire davvero la porta a una Fed più dovish, mentre l’energia continua a sporcare il lato prezzi. In altre parole: economia ancora in piedi, ma con meno margine di comfort rispetto a qualche mese fa. Europa – La BCE alza il tono, ma l’economia resta deboleIn Europa il quadro resta scomodo perché la banca centrale si è fatta più dura proprio mentre l’economia non dà ancora segnali veri di ripartenza. Le minutes della BCE confermano una svolta più hawkish, ma il mercato per aprile prezza appena 3 punti base di tightening: in pratica, il rialzo immediato è visto quasi solo come tail risk. Lo scenario base è un altro: un rialzo a giugno e poi una pausa lunga. Tradotto, Francoforte vuole restare credibile sulla lotta all’inflazione, ma senza dare l’idea di voler stringere in fretta in un contesto ancora fragile.Il problema è che la parte reale dell’economia non aiuta. La produzione industriale dell’Eurozona a febbraio fa appena +0,4% m/m, un dato che viene definito troppo piccolo per cambiare davvero il quadro. Ancora più chiaro il caso tedesco: Germania -0,3% m/m, con un’economia che sembra di nuovo avviata verso un trimestre di contrazione. Le esportazioni rimbalzano, sì, ma l’industria continua a non costruire slancio. Ed è proprio questo che rende lo shock energia più pesante per l’Europa che per altre aree: il Medio Oriente colpisce un sistema che era già stanco prima di essere colpito. Lettura macro: l’Europa resta in equilibrio precario. La BCE ha irrigidito il tono, ma il mercato sa che senza un vero calo del petrolio l’inflazione continuerà a disturbare il quadro. E con una base di crescita così debole, basta poco per rinviare ancora una volta la narrativa del rimbalzo europeo. UK – La sterlina soffre più la politica che la macroNel Regno Unito il punto, questa settimana, non è tanto un dato economico preciso quanto il ritorno del rumore politico. Il segnale è molto chiaro: il caso Mandelson torna a pesare su Keir Starmer, e il mercato ricomincia a prezzare il rischio che un governo più debole significhi più spesa, regole fiscali meno rigide e quindi maggiore vulnerabilità per la sterlina. Non a caso, su Polymarket la probabilità di dimissioni di Starmer entro fine giugno è risalita dal 20% al 40%. È un salto troppo netto per essere ignorato.Il secondo punto è che questo rumore arriva mentre la BoE resta prudente. Nello scenario base non c’è un rialzo, e questo rende coerente un bias rialzista su EUR/GBP. In pratica, la sterlina oggi non soffre perché il Regno Unito stia entrando in crisi, ma perché è una valuta molto sensibile quando politica, finanza pubblica e banca centrale iniziano a muoversi tutte nella direzione sbagliata allo stesso tempo. E con le elezioni locali del 7 maggio sotto osservazione, il mercato sa che il tema potrebbe restare aperto ancora un po’. Lettura macro: la sterlina resta vulnerabile più per percezione politica che per deterioramento macro puro. Ed è proprio questo che la rende fragile: quando torna il rumore, il pound tende a sentirlo subito. Asia – Export che tiene, yen fragile, ma il quadro resta divisoIn Asia il messaggio è abbastanza chiaro: la regione regge meglio dell’Europa, ma non tutta allo stesso modo. Il Giappone resta il punto più delicato sul lato valutario, perché USD/JPY è tornato a flirtare con area 160 e il mercato continua a testare la soglia di tolleranza delle autorità. Il fatto che a fine marzo Tokyo non fosse intervenuta nemmeno a 160,4 dice molto: il vero freno di breve per lo yen non è il mercato in sé, ma il rischio che le autorità decidano di alzare il livello di guardia. Per ora, però, lo yen resta il grande perdente del G10, schiacciato da tassi bassi e petrolio alto.Più in generale, l’Asia export-led continua a tenere meglio proprio perché riesce ancora a scaricare una parte dello shock sui prezzi esterni. In Cina il surplus commerciale scende a 51,1 miliardi di dollari, minimo di 13 mesi, con export a +2,5% YoY e import a +27,8% YoY: non è un crollo del commercio estero, ma è un chiaro segnale che il motore gira meno forte di prima. La Corea del Sud, invece, continua a mostrare una dinamica molto “K-shaped”: disoccupazione al 2,7%, ma domanda interna fragile, mentre i prezzi all’import salgono del 18,4% YoY e quelli all’export del 28,7% YoY. Tradotto: chi esporta regge ancora bene, chi dipende di più dalla domanda domestica molto meno. Lettura macro: l’Asia resta la parte del mondo che assorbe meglio lo shock, ma con una differenza importante: il supporto arriva ancora dall’export, non da una domanda interna davvero sana. E nel caso del Giappone, il problema più visibile resta sempre lo yen. Energia – Il mercato respira, ma il problema non è chiusoSul fronte energia il punto non è che il rischio sia sparito. Il punto è che il mercato ha smesso di prezzare il peggior scenario immediato. Dopo settimane di tensione, il Brent è tornato sotto 100 dollari, in area 94, aiutato dalla tregua di due settimane tra USA e Iran e dall’annuncio di una riapertura commerciale di Hormuz. Anche Washington ha cercato di mettere un cuscinetto ai prezzi, autorizzando nuove vendite di petrolio russo caricato entro il 17 aprile, con licenza valida fino al 16 maggio. È il classico sollievo da newsflow: energia giù, dollaro giù, mercati che respirano.Il problema, però, è che tregua non vuol dire normalizzazione. Lo stesso materiale insiste su questo punto: Hormuz era ancora di fatto chiuso o semi-bloccato, e il nodo vero non è solo se le ostilità si fermano oggi, ma quanto traffico reale possa tornare a passare, a quali costi e con quale fiducia da parte di armatori e assicuratori. In più, i danni possono emergere con ritardo: l’IEA segnala che le compagnie aeree europee avrebbero circa sei settimane prima di esaurire il jet fuel. Quindi sì, il premio di guerra si è ridotto, ma non siamo ancora in un contesto che permetta di dire “shock assorbito”. Lettura macro: l’energia non è più in modalità panico, ma resta il punto centrale del quadro. Se Hormuz non torna davvero funzionale, il sollievo rischia di restare tecnico e temporaneo. FX – Il G10 si sta dividendo sempre di piùSul mercato valutario il messaggio della settimana è che non esiste più un’unica direzione pulita. Il dollaro ha recuperato un po’ di terreno, ma più per il rimbalzo del petrolio e per il fatto che la Fed non è ancora prezzata per un taglio pieno entro fine anno che per una vera forza macro autonoma. Allo stesso tempo, l’euro continua a faticare sopra 1,18-1,1850: può beneficiare del sollievo geopolitico, ma senza una vera normalizzazione su Hormuz il rally fa fatica ad allungarsi. In pratica, l’USD non è fortissimo, ma l’EUR non è abbastanza convincente da metterlo davvero sotto pressione.La parte più fragile resta il Giappone. Il mercato continua a spingere USD/JPY verso area 160, e lo yen resta il grande perdente del G10 perché combina tassi bassi e petrolio alto, cioè due fattori che oggi lo lasciano scoperto. Sul lato opposto, invece, le oil currencies continuano a essere quelle che assorbono meglio questo scenario: La preferenza è abbastanza chiara per NOK rispetto a CAD, soprattutto perché la Norges Bank viene vista più vicina a un rialzo, mentre sulla valuta canadese pesa di più la prudenza della Bank of Canada e il rischio legato ai futuri negoziati USMCA. Lettura macro: nel G10 la divergenza si sta allargando. Le valute legate al petrolio restano favorite, lo yen resta la più vulnerabile, e il dollaro continua a stare in mezzo: meno dominante di prima, ma ancora troppo supportato da energia e tassi per parlare di vero cambio di regime. Takeaway finale – Il mercato è più sereno, ma non ancora normaleIl quadro della settimana è questo: i mercati hanno chiaramente tolto dal prezzo il peggior scenario immediato, ma non stanno ancora prezzando un ritorno alla normalità. Le azioni tengono bene, il dollaro non esplode più come nelle fasi più tese del conflitto e una parte del premio di guerra sull’energia si è ridotta. Però sotto la superficie restano tre punti scomodi: Hormuz non è ancora un problema davvero chiuso, i tassi lunghi continuano a leggere il rischio inflazione con più prudenza delle borse, e nel G10 la divergenza tra valute forti e valute fragili si sta allargando.In pratica, il mercato oggi è in modalità sollievo, non in modalità reset. Gli Stati Uniti reggono meglio, ma il dollaro resta più legato a petrolio e Fed che a un vero cambio di regime. L’Europa continua a muoversi su una base fragile, la sterlina soffre il rumore politico, lo yen resta scoperto, mentre le valute petrolifere come NOK e CAD continuano a essere tra le meglio posizionate finché regge il mix “equity ok, oil ancora alto”. In sintesi: il mercato si è allontanato dal bordo del precipizio, ma non è ancora tornato su terreno stabile. E finché energia, tassi e geopolitica restano così intrecciati, il rischio di nuove scosse resta più alto di quanto le borse, da sole, sembrino raccontare.L'articolo Mercati in sollievo, ma non ancora al sicuro: petrolio, tassi e valute restano sotto pressione proviene da MarcoCasario.com.