Povero Vate. Negli ultimi sette, otto anni lo avranno tirato per la giubba non sappiamo più quante volte. Forse per preveggenza – e poi per adulazione – verso il ministro Giuli. Qui, in Alla festa della rivoluzione, che pare più il lancio di un film borgonzoniano estivo a 3 euro, gli presta postura, pelata e portamento un bravissimo Maurizio Lombardi (a memoria ci avevano provato di recente anche Sergio Castellitto e Paolo Pierobon).Ma il pur volitivo Lombardi deve scansarsi e rimanere un pretesto per quello che sembra un puntatone di Citadel: Diana o La legge di Lidia Poët. Alziamo infatti le mani quando il cinema vuole essere qualcos’altro, così, in maniera programmatica e sistematica. La storia viene trattata come un baule di bizzarre e reinterpretabili chincaglierie (M. ha fatto, pardon, storia). Le psicologie sono azzerate e ricalibrate sul piattume seriale (quando lo facevano le telenovele era tutto un’alzata indispettita di scudi). I dialoghi sono trafelati, nemmeno fossimo nell’ultimo Muccino (Gabriele).La terza regia di Arnaldo Catinari, uno dei più importanti direttori della fotografia italiana degli ultimi trent’anni, trascina un ignaro spettatore dalla sala dentro il vortice inconsulto di una qualunque visione da scrollata in streaming. Una carrellata digitale rulla sul porto di Fiume in festa nel settembre del 1919 attorno al glorioso D’Annunzio. Pochi scampoli di riconoscibilità del contesto, affidati alla voce fuori campo (l’occupazione di Fiume va contro il Trattato di Versailles, quindi contro Francia, Inghilterra e lo stesso governo italiano), e lo script di Catinari e Muccino (Silvio) derapa rapidamente in un intrico da fumetto fatto di spie e pugnali.Il taglio è frettoloso, superficiale, tutto orientato su uno stucchevole eroismo al femminile (ridateci Wonder Woman o la signora Fletcher, almeno ogni tanto), che vede una pianista russa (Valeria Romani) schivare trampolieri, cocaina e velette, per poi giungere tra le braccia del Vate proprio mentre, dalla finestra di fronte, una imbufalita signora cecchino — modello Atomic Blonde — fa fuori mezza schiera di volontari fiumani e poi punta un fucile di precisione sul cranio del poeta, fallendo però il bersaglio.Le vicende di questa donna, che fugge dal luogo dell’attentato, e di suo marito medico (Nicolas Maupas) si intrecciano con un manipolo russo composto da un omone barbuto (Darko Perić, da La casa di carta), dalla pianista e da un ambasciatore leninista, ovviamente macchiettistico. Il nemico si chiama Brandi (un mefitico Riccardo Scamarcio), capo della polizia fiumana, vicinissimo a D’Annunzio (senza che se ne intuisca il perché), ma traditore mussoliniano in pectore. E, come se non bastasse l’intrigo politico internazionale, tra Beatrice e Brandi ci sono conti in sospeso anche per passate questioni personali.In Alla festa della rivoluzione fanno una bella figura solo D’Annunzio e la sua Carta del Carnaro, che il sussidiario ci aveva insegnato con parità dei sessi e dei culti, ma che nel film assume contorni storicamente attendibili e più poetico-libertari direttamente dalla bocca del poeta: “Gli artisti faranno le leggi”; “Credo nella bellezza ribelle”; “Amarsi è agire”. Tante le figurine della storia presentate con didascalie (De Ambris su tutti) e poi lasciate vagolare nel vuoto. Il medico spiega come ucciderlo affogandolo e poi come riportarlo in vita. Beatrice sentenzia su Brandi: “L’odore è rimasto lo stesso: puzzi di letame”.L'articolo D’Annunzio in salsa seriale: “Alla festa della rivoluzione” tra storia e cliché proviene da Il Fatto Quotidiano.