La dimensione globale di Giorgia Meloni

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  Il fatto in sé conta meno del contesto, ma il contesto conta moltissimo. I lettori del Telegraph, quotidiano conservatore britannico, hanno indicato Giorgia Meloni come “World leader n.1”. Nel panel degli esperti dello stesso giornale non è prima, ma seconda. Non è una consacrazione oggettiva, non è una classifica scientifica, non è neppure un giudizio neutro. E tuttavia è un segnale. Un segnale di ruolo, di percezione, di collocazione internazionale.   Meloni non è più soltanto la presidente del Consiglio di un paese medio europeo con una politica interna rumorosa e fragile. È diventata, piaccia o no, una figura riconoscibile nel circuito globale: una leader che viene osservata, ascoltata, valutata fuori dai confini italiani. Anche sul dossier più sensibile, quello ucraino, ha messo sul tavolo una proposta concreta: una garanzia di sicurezza modellata sull’articolo 5 della Nato, senza adesione formale di Kiev all’Alleanza. Al momento è l’unica ipotesi strutturata che circola davvero nel confronto occidentale. Può non piacere, ma non si può fingere che non esista.   Questo non significa che abbia ragione, né che vada celebrata. Significa che ha costruito una postura esterna leggibile: atlantica senza ambiguità, europea senza pulsioni sabotatrici, conservatrice ma non isolazionista. Una postura che viene capita e, in certi ambienti, apprezzata. È d’altra parte la stessa del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.    Qui entra in campo la sinistra italiana, che continua a descrivere Meloni con categorie rassicuranti per chi le usa ma sempre meno aderenti alla realtà: fascista, anti-diritti, corpo estraneo all’Occidente, “modello Orban”. Una caricatura che serve a parlarsi addosso, ma rende ciechi. Perché se non riconosci il tuo avversario per quello che è davvero, non lo combatterai mai. Continuerai a discutere del passato mentre lui gioca, nel bene e nel male, una partita globale.