Ue. Cipro inizia il semestre di guida: una presidenza sotto pressione

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di Giuseppe Gagliano –L’assunzione della presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea da parte di Cipro arriva in un momento in cui la difesa è diventata il vero baricentro dell’agenda europea. Ed è proprio questo il punto di frizione. A Bruxelles, tra diplomatici UE e funzionari della NATO, non c’è timore per l’efficienza amministrativa di Nicosia, ma per il rischio che una frattura geopolitica irrisolta si riversi direttamente sui dossier più sensibili della sicurezza europea.Il nodo è noto: il rapporto conflittuale con la Turchia, potenza militare centrale per la NATO ma partner scomodo per l’Unione. La presidenza cipriota cade mentre l’Europa tenta di accelerare sull’integrazione industriale della difesa e sulla cooperazione strutturata con Ankara. Una coincidenza che, per molti, sa di cortocircuito.Il programma SAFE, da 150 miliardi di euro, è il primo banco di prova. Ankara chiede di partecipare agli appalti congiunti, forte di un’industria militare ormai pienamente compatibile con gli standard atlantici e di un esercito che resta il secondo della NATO per dimensioni. Atene e Nicosia, però, sbarrano la strada. Non per ragioni tecniche, ma politiche.Qui emerge il paradosso europeo: l’Unione chiede più capacità, più interoperabilità, più rapidità, ma si trova prigioniera di veti incrociati che riflettono conflitti regionali mai risolti. Il rischio, denunciato apertamente da ambienti NATO, è che l’esclusione della Turchia finisca per indebolire l’intero impianto di sicurezza continentale.Cipro resta un Paese incompiuto dal punto di vista geopolitico. Due terzi dell’isola sotto il controllo della Repubblica riconosciuta a livello internazionale, un terzo sotto la Repubblica Turca di Cipro del Nord, protetta militarmente da Ankara e riconosciuta solo dalla Turchia. Questa frattura non è un dettaglio storico, ma un fattore strutturale che condiziona ogni scelta strategica di Nicosia.Il presidente Nikos Christodoulides propone un approccio graduale: ingresso di Cipro nel Partenariato per la Pace come primo passo verso la NATO, in cambio di un alleggerimento delle tensioni UE-Turchia. È una linea razionale, ma politicamente fragile. Per Ankara significherebbe legittimare uno Stato che considera parte di un contenzioso irrisolto; per molti alleati europei è una scommessa dai tempi lunghi, mentre la pressione strategica è immediata.L’Unione Europea e la NATO condividono membri, quartier generale e interessi vitali, ma non un meccanismo fluido di cooperazione. Il veto incrociato tra Agenzia Europea per la Difesa e la NATO sullo scambio di informazioni classificate è emblematico: Atene e Nicosia bloccano l’accesso turco all’EDA, Ankara risponde impedendo la condivisione di intelligence. Il risultato è una paralisi che nessuna riforma burocratica può risolvere.Nel frattempo la guerra in Ucraina ha reso evidente che la sicurezza europea non può permettersi compartimenti stagni. La Turchia è vista come possibile attore chiave anche in eventuali missioni di stabilizzazione post-conflitto. Tenerla ai margini per ragioni politiche interne all’UE rischia di trasformarsi in un autogol strategico.La presidenza cipriota si muove inoltre in un Mediterraneo orientale sempre più militarizzato. La cooperazione rafforzata tra Grecia, Cipro e Israele, con addestramento congiunto, focus su droni e guerra elettronica, e condivisione delle lezioni apprese sui sistemi anti-UAV come Iron Beam, rafforza un asse regionale, ma accentua la percezione di accerchiamento da parte turca.Dal punto di vista cipriota, è una scelta di sicurezza. Dal punto di vista NATO, rischia di complicare ulteriormente il dialogo con un alleato già diffidente.Formalmente, la presidenza del Consiglio UE non decide da sola. Politicamente, però, può rallentare, indirizzare o bloccare. In una fase in cui l’Europa tenta di costruire una vera architettura di difesa, Cipro diventa un test di coerenza: l’Unione saprà separare le contese irrisolte del passato dalle urgenze strategiche del presente?Se la risposta sarà negativa, il problema non sarà Cipro. Sarà l’idea stessa di una difesa europea capace di funzionare in un mondo in cui la geopolitica non concede più il lusso dell’ambiguità.