Di fronte a Norimberga si prova una sensazione rara nel cinema contemporaneo: non tanto l’emozione, quanto il pensiero. È un film che fa un servizio pubblico — soprattutto alle nuove generazioni — ricordando come nasce il diritto internazionale moderno: non come esercizio di retorica, ma come tentativo disperato di impedire che la forza si travesta da ragione.Il processo ai gerarchi nazisti non fu un rituale di vendetta; fu, piuttosto, un esperimento morale. E come tutti gli esperimenti morali seri, mise in luce una crepa profonda che oggi ritroviamo intatta.La crepa emerge in una delle scene più disturbanti del film, quando Hermann Göring discute con un interlocutore americano. Göring non nega i crimini. Non li giustifica. Fa qualcosa di più sottile: accusa gli Alleati di ipocrisia. Voi giudicate noi — dice in sostanza — ma avete schiacciato un bottone a Hiroshima; avete bombardato città; avete ucciso civili. Con quale diritto vi ponete su un piano morale superiore?È un argomento potente, proprio perché è velenoso. Non mira ad assolvere il nazismo, ma a svuotare di senso qualsiasi giudizio. Se tutti sono colpevoli, allora nessuno può giudicare. Se nessuno può giudicare, il diritto non esiste più. Resta solo la forza.In un’altra scena, gli inglesi discutono del fatto che anche Londra aveva pianificato l’occupazione preventiva della Norvegia, per contenere la Germania. Se anche gli inglesi avevano studiato una guerra di aggressione “preventiva”, come possono condannare i nazisti per aver fatto lo stesso? La trappola è la medesima: non dimostrare che il crimine non c’è stato, ma che il crimine non è giudicabile.Questo è il punto di contatto più inquietante tra Norimberga e il nostro presente. È esattamente lo schema argomentativo usato oggi dai difensori della Russia di Vladimir Putin. L’Occidente — dicono — ha bombardato, invaso, interferito. A volte è vero, a volte no; a volte si è trattato di interventi di polizia internazionale, a volte di operazioni discutibili, talvolta francamente sbagliate. Ma la conclusione che ne traggono è sempre la stessa: poiché l’Occidente non è innocente, non può condannare la Russia. Dunque l’invasione dell’Ucraina non sarebbe giudicabile.Qui non siamo di fronte a un serio dibattito storico: siamo di fronte al nichilismo morale. L’Unione Sovietica, per quanto repressiva e fallimentare, proponeva almeno un modello alternativo — sbagliato, ma coerente — di organizzazione della società. La Russia di oggi non propone nulla. Non promette benessere, giustizia o progresso. Offre solo una cosa: la demolizione di tutti i valori altrui. Se i diritti umani sono ipocrisia, se il diritto internazionale è una farsa, se la democrazia è una messinscena, allora tutto è lecito.È un’ideologia della corrosione; e funziona particolarmente bene in Occidente, dove una giusta autocritica storica viene regolarmente trasformata in paralisi morale. I cosiddetti “putiniani” non difendono esplicitamente la Russia, ma preparano l’acqua in cui pesci come Putin possono nuotare indisturbati. Rendono impossibile una reazione compatta delle democrazie e spengono, soprattutto nei più giovani, l’idea che esistano valori degni di essere difesi.Prendiamo l’argomento dell’allargamento della Nato, uno dei cavalli di battaglia della propaganda russa. Si dice che la Nato “si sia spinta verso Est”. In realtà è accaduto l’opposto: sono stati i Paesi dell’Europa centro-orientale a chiedere di entrare nella Nato, cioè ad andare verso ovest, fuggendo da un passato che conoscevano fin troppo bene. Non avevano interesse per l’Oriente; non hanno trasferito divisioni corazzate ai confini russi; hanno ospitato, per anni, poche centinaia di soldati americani e alleati, una presenza simbolica pensata per togliere a Mosca ogni dubbio su un eventuale intervento in loro difesa. Non un’offensiva, ma un deterrente minimo.La verità è più semplice e più tragica: la Russia ha capito che non sarebbe mai più stata una grande potenza senza il dominio sui popoli vicini. Questo desiderio imperiale fatale ha spinto Putin ad aggredire l’Ucraina, come Hitler i Paesi vicini in nome di una grandezza mal riposta. Non è un’analogia storica meccanica; è una somiglianza morale: l’idea che la gloria consista nel dominare.E qui il film Norimberga ci riporta alla domanda finale, la più scomoda. Se tra ottant’anni Putin sarà ricordato come uno dei grandi criminali di guerra del nostro tempo — e tutto lascia pensare che sarà così — quale giudizio morale ricadrà su coloro che oggi lo giustificano, lo relativizzano, lo “comprendono”? La storia non è tenera con chi ha confuso il disincanto con la saggezza.Anche i tentativi di mediazione contemporanei lo dimostrano. Le trattative promosse da Trump si scontrano con un problema strutturale: negoziare presuppone regole condivise. Ma con chi considera il diritto internazionale nullo, ogni trattativa diventa un esercizio di teatro.C’è, infine, un contrasto che vale la pena ricordare. La gloria imperiale, cercata con la forza, è fragile e sanguinaria. La tradizione cristiana — quella che Putin ama evocare — dice l’opposto: la vera gloria sta nel servire, non nel dominare. È una verità antica e poco spettacolare, ma tremendamente attuale.Norimberga ci ricorda che il diritto internazionale nasce proprio per resistere agli argomenti di Göring. Quando li sentiamo riecheggiare oggi, con accenti diversi ma identica struttura, dovremmo riconoscerli per quello che sono: non critiche all’ipocrisia occidentale, ma tentativi di rendere il mondo ingiudicabile. E un mondo ingiudicabile è sempre un mondo pronto per il prossimo crimine.L'articolo Ho visto Norimberga al cinema: mi sembra chiaro il collegamento con chi parla di Russia oggi proviene da Il Fatto Quotidiano.