Taheri: “Checco Zalone un talento, offensivo ridurre Buen Camino a una battuta su Gaza”

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Il record al botteghino e le polemiche. ‘Buen Camino‘ da solo fa da traino al cinema italiano che celebra il ritorno sul grande schermo del duo Zalone-Nunziante. Ma in ‘Buen Camino‘ spicca anche Tarek, regista palestinese al di sopra di tutto e tutti, interpretato egregiamente da Hossein Taheri che a LaPresse ammette: “Non era scontato trovare un successo tale da subito. Durante le riprese c’era la paura di deludere ma anche la consapevolezza che tornava insieme una coppia vincente. Nunziante e Zalone sono entrambi autori, collaborano molto durante le riprese, sono complementari. Si compensano a vicenda, hanno questa capacità di creare situazioni uniche, fuori dal convenzionale. Non fanno una comicità scontata, volgare, basata su luoghi comuni. È un’esplosione continua, da attore cerchi di studiare il meccanismo della comicità e quando vedi Checco Zalone vedi il talento innato”. Il film parla del rapporto padre-figlia, ma anche tra genitori divorziati, oltre ai tipici temi politico-sociali come la differenza marcata tra classi sociali, l’omofobia, un certo tipo di razzismo e di distacco in pieno stile ‘cafonal‘: “Per il respiro internazionale, il viaggio tra Italia, Francia e Spagna, il percorso europeo, trovo che ci sia un’attenzione profonda alle tematiche che stanno attraversando il mondo, non solo l’Italia. C’è questa ragazza, Cristal (Letizia Arnò, ndr), che cerca un’esperienza di vita in cui riesce a trascinare tutti. Questo aspetto non è solo italiano, è un’istanza condivisibile in altri paesi e infatti parla perfettamente anche ad altri paesi, non solo all’Italia”. Hossein aveva già lavorato con Nunziante-Zalone in ‘Che Bella Giornata’ nel 2011, ma ‘Buen Camino’ secondo l’attore potrebbe meritare anche più dello scettro di film dell’anno in Italia: “Secondo me riesce a comunicare anche al di la dell’Italia. E Zalone riesce ad uscire dal personaggio regionale. Ci sono battute che riguardano anche quello che si sta vivendo altrove. È difficile fare della comicità, qualcuno lo scontenti sempre, ma ci sta avere la leggerezza di una battuta che non per forza rispecchia la verità assoluta”. Un film che secondo Taheri “potrebbe avere lo spessore”, per competere anche a qualche concorso internazionale. “Sono sicuro che ci sono situazioni anche esportabili”. Per ora il cast si gode il successo di ‘Buen Camino’, contro il quale non sono mancate neanche polemiche per la battuta su “Gaza mia…”. “Onestamente trovo ingiusto parlarne in un contesto artistico e creativo. Sono sempre stato un artista anche impegnato, ma in questo caso si è solo fatto un film che aveva voglia di divertire. Non c’era voglia di una presa di posizione o impegno di un certo tipo. Ridurre questo film a una battuta francamente mi sembra offensivo di fronte alla tragedia di un popolo e alla sua difesa”. Nato a Roma ma di origini iraniane, Taheri aggiunge: “Il mio legame con l’Iran è molto forte, pienamente culturale, affettivo, sentimentale, ho una parte di famiglia che è lì, anche se non condivido tante cose della politica governativa del Paese. Io ho una parte di famiglia che è lì. La guerra? La cosa spiacevole è stato vedere il tuo paese bombardato, ma non sono né un antisemita, né anti-israeliano. Sicuramente è stato un paese attaccato contro il diritto internazionale e io lo difendo in quanto non merita la guerra”. Le sue origini, in 35 anni di carriera, lo hanno portato a ricoprire nel tempo il ruolo di un attentatore arabo, di un emissario saudita, del comandante Mustafa nell’Ordine delle Cose di Segre, e Al Zarkawi in ‘Nassiryia – Per non dimenticare’. Ora anche il regista impegnato palestinese: “All’inizio ho un po’ sofferto di questo, ho fatto 25 anni di teatro recitando l’italiano a endecasillabi di Alfieri. Trovarti a fare personaggi che parlano lingue mediorientali, o l’italiano con l’accento marcatamente sporco e incerto, all’inizio ho pensato che questa fosse una sorta di discesa agli inferni della mia carriera”, ci scherza su, anche se poi “mi sono detto ‘devo avere il coraggio di avere la sensazione di chi mi guarda’, se mi vedono in questo modo forse c’è qualcosa… In Italia scatta una sorta di pigrizia creativa: ‘Se funziona lì perché lo dobbiamo spostare?’. Io alla fine devo ringraziare, perché ho avuto una carriera che magari non avrei avuto, ma mi ha anche limitato. In Francia, dove vivo, vogliono l’italiano e lì faccio l’italiano. La Francia è più avanzata, è multiculturale, lì non ti chiedono se sei francese, italiano o arabo. Bisogna entrare nell’idea che oggi si può essere italiani in tanti modi”. Secondo l’attore “il grande limite del cinema creativo italiano è l’incapacità di leggere la realtà. Il film ‘Buen Camino’ sa scassare le categorie, al di la del successo di Zalone con la sua genialità è capace di parlare a più livelli e racconta come viviamo noi. Pensate che c’è un grande movimento di attori italiani di seconda e terza generazione che lamentano che non esistono ruoli per loro, se non l’emarginato, l’immigrato o lo sfigato. Ma la gente si muove, si mischia, inizia a vivere realtà articolate. Anche a livello governativo, l’immagine dell’Italia è quella del Paese dove c’è sempre il sole, la comicità, i colori, ma è umiliante pensare che questo Paese sia questa immagine. Il pregio di Zalone è che scassa sempre l’italiano e anche tanti luoghi comuni”. Dopo l’ennesimo record al botteghino, si è scatenata attorno a ‘Buen Camino’ anche la diatriba politica tra destra e sinistra: “La commedia deve avere il coraggio di non essere schierata ma di dire tutto senza nessuna remora. Io non lo so se siamo di destra o di sinistra, non avrebbe senso chiederselo. Sarebbe qualcosa che arresterebbe un processo creativo. Ma devo dire che c’è una povertà culturale della politica che è imbarazzante, siccome non riescono più a esprimere nulla se non figure mediocri, si attaccano ad altre cose. Tornassero a fare la politica, indipendentemente da destra e sinistra”. In definitiva, qual è il segreto di Checco Zalone? “La capacità di restare fedeli a se stessi, alla propria intuizione, alla propria intelligenza, non andare a cercare il successo. Paragoni? Checco ha inventato una maschera – conclude Taheri – per me è a tratti un Totò, un Charlie Chaplin, Sordi quando faceva l’italiano in tutte le sue sfaccattature, per certi versi è Woody Allen”. Questo articolo Taheri: “Checco Zalone un talento, offensivo ridurre Buen Camino a una battuta su Gaza” proviene da LaPresse