Il boom del Pci nel 1976, la Cia non voleva i comunisti isolati

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AGI - È l'inizio della calda estate del 1976, cinquant'anni fa, e a Washington qualcuno osa sussurrare l'impensabile: non isoliamo i comunisti italiani dal potere, sono troppo forti elettoralmente. Anzi, potrebbero essere un fattore di stabilità per un'Italia che zoppica soprattutto nell'economia. Ancor più strano a dirsi, a far giungere la raccomandazione nelle mani del Presidente degli Stati Uniti è la Cia.Il braccio dell'amministrazione americana che in quegli anni la sinistra non solo italiana indicava come la forza orditrice di trame e golpe dal Sudamerica al Vietnam. Eppure proprio la Cia, di fronte alle affermazioni elettorali del Pci, scriveva alla Casa Bianca che non sarebbe stato possibile pretendere l'applicazione rigida e assoluta del Fattore K, l'esclusione dei comunisti dal potere nella Penisola.Al contrario: dalle Botteghe Oscure la leadership comunista avrebbe potuto rivelarsi preziosa per rimettere in piedi una gestione delle finanze e delle attività produttive italiane su cui il giudizio - questo sì - era negativo quanto preoccupato. I documenti di questa sorta di svolta, che contrastata non poco con la narrazione ancora adesso largamente circolante, sono pubblicati da Maurizio Caprara su 7, il settimanale del Corriere della Sera.L'exploit del PciLe elezioni del 1976 si svolgono il 20 e 21 giugno. Primo dato che oggi impressiona: affluenza al 93 percento. Secondo dato, che impressiona ancor più i coevi centri del potere nazionale e internazionale: il Partito Comunista cresce d'un botto di sette punti, passando dal 27 al 34 percento. La Dc tiene, regge bene, resta primo partito impedendo quel sorpasso che era nei desideri e nelle scommesse - quasi nelle certezze - della sinistra.Lo Scudocrociato perde ma poco, si attesta al 38 percento e il Popolo, il giorno dopo, può titolare "Vittoria". Esattamente come fa l'Unità. Entrambi i giornali, a guardar bene, hanno ragione. Gerald Ford, che da due anni è Presidente degli Stati Uniti appena usciti dal Watergate, sfoglia invece quel mattino il "President's Daily Brief", il rapporto confidenziale giornaliero dell'intelligence americana. E legge quanto segue: "I comunisti sono stati l'unico partito ad avanzare. È troppo presto per trarre conclusioni definitive, ma è probabile che sia difficile, se non impossibile, isolare del tutto i comunisti dal processo di governo nazionale. La loro cooperazione sarà più che mai necessaria per far approvare e applicare ogni progetto importante proposto da un governo nel quale non partecipino direttamente".Consociativismo e solidarietà nazionaleQuindi non un ingresso ufficiale e riconoscibile, ma un coinvolgimento nella gestione delle decisioni. Tempo dopo lo si sarebbe chiamato consociativismo oppure "Solidarietà Nazionale", la formula che permise una gestione attenta ed efficace dell'emergenza terroristica e del Caso Moro. Di decisioni da prendere, non del tutto indolori, ve ne erano diverse in agenda anche perché, sempre secondo la Cia, era il quadro economico che in Italia reggeva l'anima coi denti: "Il governo post-elettorale erediterà una situazione peggiorata da anni di negligenza" e resa ancor più complessa da un sistema fiscale "ingombrante e inefficiente" nonché da una inflazione oltre il 17 percento. E allora, conclude la Cia, "con i comunisti esclusi dalle cariche ministeriali chiave, gli uomini d'affari stranieri e locali si sentirebbero rassicurati che saranno improbabili le nazionalizzazioni. Molti vedrebbero il sostegno esterno comunista come un mezzo per rafforzare la credibilità della coalizione. In queste circostanze la fuga di capitali avrebbe vita breve". Addirittura. Di più: sarebbe stato possibile "convincere i sindacati ad accettare qualche tipo di limitazione volontaria dei salari".La svolta di Berlinguer e la realpolitikA cosa si deve un tale cambiamento di rotta, oltre ad una necessaria Realpolitik che sconsigliava di contraddire un esito elettorale forte del 93 percento dei voti? Probabilmente molto influì l'intervista con cui, una quindicina di giorni prima delle elezioni, Enrico Berlinguer aveva detto al Corriere della Sera: "Mi sento più sicuro stando di qua". Laddove il "qua" è la Nato e il "là" era il blocco sovietico rappresentato dal Patto di Varsavia. Lo disse in una lunga ed articolata intervista, Berlinguer, rispondendo alla 34esima di 35 domande. Il giornalismo, per scrivere la storia, non avrebbe bisogno di urlare.