Venezuela, Unimpresa: “È il primo Paese al mondo per riserve petrolifere”

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Il Venezuela, dove ieri gli Usa con un blitz hanno deposto il presidente Nicolas Maduro e lo hanno trasferito a New York con la moglie perché sia processato, si conferma il Paese con le maggiori riserve provate di petrolio al mondo, con oltre 303 miliardi di barili, pari a circa un quinto del totale globale stimato in poco più di 1.560 miliardi di barili. Il primato davanti all’Arabia SauditaUn primato netto, davanti ad Arabia Saudita (circa 267 miliardi, pari a circa il 17%) e Iran (oltre 208 miliardi, circa il 13%), che certifica la fortissima concentrazione delle risorse energetiche in poche aree del pianeta. Da sole, le prime cinque nazioni detentrici di riserve coprono ben oltre la metà del petrolio mondiale (oltre il 69%), mentre le prime dieci superano ampiamente il 95%, a conferma del peso strutturale della geografia energetica sugli equilibri economici e politici globali. È quanto emerge da un report del Centro studi di Unimpresa, realizzato alla luce dell’operazione degli Stati Uniti in Venezuela, culminata nella cattura del presidente venezuelano Maduro.Il Venezuela ha quasi il 20% del petrolio mondialePiù nel dettaglio, il Venezuela si colloca nettamente al primo posto, con 303,2 miliardi di barili di riserve provate, pari a circa il 19,4% del totale mondiale. Si tratta di un primato strutturale, legato in larga parte ai giacimenti di greggio extra-pesante della Fascia dell’Orinoco, che conferisce al Paese un peso strategico enorme, nonostante le difficoltà produttive degli ultimi anni. Segue l’Arabia Saudita, con 267,2 miliardi di barili, equivalenti a circa il 17,1% delle riserve globali. Il Regno resta uno dei pilastri del sistema energetico mondiale, grazie a un mix di grandi riserve, costi di estrazione contenuti e capacità produttiva elevata e stabile. Al terzo posto si colloca l’Iran, con 208,6 miliardi di barili, pari a circa il 13,3% del totale mondiale. Il Paese detiene una delle maggiori dotazioni petrolifere del pianeta, che lo rende un attore energetico di primo piano, sebbene condizionato da sanzioni e vincoli geopolitici. Il Canada è quarto con 163,1 miliardi di barili (circa il 10,4%), un dato in larga parte riconducibile alle sabbie bituminose dell’Alberta. Si tratta di riserve molto ingenti, ma caratterizzate da costi di estrazione più elevati e da un maggiore impatto ambientale rispetto al petrolio convenzionale. L’Iraq segue con 145 miliardi di barili, pari a circa il 9,3% delle riserve mondiali. Il Paese resta uno dei grandi detentori di petrolio convenzionale a basso costo, con un potenziale produttivo significativo, fortemente influenzato però dalla stabilità politica e dalla sicurezza interna. Gli Emirati Arabi Uniti dispongono di 113 miliardi di barili, equivalenti a circa il 7,2% del totale globale, mentre il Kuwait conta 101,5 miliardi di barili, pari a circa il 6,5%. Entrambi i Paesi confermano il ruolo centrale dell’area del Golfo Persico nella geografia energetica mondiale. La Russia figura con 80 miliardi di barili (circa il 5,1%), un dato rilevante che si affianca a una produzione storicamente elevata e a una forte integrazione tra risorse energetiche e strategia geopolitica. Gli Stati Uniti seguono con 74,4 miliardi di barili, pari a circa il 4,7% del totale, risultato della combinazione tra giacimenti convenzionali e sviluppo dello shale oil. Chiude la graduatoria la Libia, con 48,4 miliardi di barili, equivalenti a circa il 3,1% delle riserve mondiali, un valore molto elevato se rapportato alle dimensioni demografiche ed economiche del Paese, ma fortemente condizionato dall’instabilità politica.Longobardi (Unimpresa): “Le riserve orientano le decisioni politiche”“La vicenda delle ultime ore, al di là delle ricostruzioni e delle valutazioni che spettano alla diplomazia e al diritto internazionale, conferma come la mappa delle risorse fossili continui a orientare decisioni politiche di altissimo livello. Sicurezza, stabilità regionale e controllo delle fonti energetiche restano profondamente intrecciati. È la dimostrazione che, pur nel percorso necessario della transizione energetica, il mondo continua a dipendere in modo sostanziale dal petrolio e dalle aree che ne concentrano le maggiori riserve. Un dato che impone prudenza, visione strategica e responsabilità nelle scelte della comunità internazionale”, commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. “Sotto i riflettori c’è il nodo strategico delle risorse venezuelane: un Paese che detiene il maggiore patrimonio petrolifero del pianeta, ma che, da anni, non riesce a trasformarlo in produzione e stabilità economica. Il petrolio resta così il grande convitato di pietra della vicenda. Le riserve venezuelane rappresentano un asset di valore globale, capace di influenzare sicurezza energetica, rapporti di forza regionali e scelte di politica estera. Anche in un contesto di transizione energetica, la vicenda conferma come il controllo, diretto o indiretto, delle grandi risorse fossili continui a essere un fattore determinante nelle dinamiche internazionali”, aggiunge Longobardi.Le riserve petrolifere concentrate in poche aree del pianetaSecondo il Centro studi di Unimpresa, che ha elaborato le statistiche Opec più recenti, aggiornate a inizio dello scorso anno, i dati sulle riserve provate di petrolio mostrano con chiarezza quanto siano concentrate le risorse energetiche nel mondo. Le riserve petrolifere mondiali provate ammontano a circa 1.567 miliardi di barili. In termini percentuali emerge subito come poche nazioni costituiscano la gran parte delle riserve globali: i primi 7 Paesi da soli superano ampiamente l’80% delle risorse provate. Questa concentrazione riflette sia l’esistenza di grandi bacini sedimentari (come quelli del Medio Oriente e dell’Orinoco) sia le diverse politiche di esplorazione e certificazione delle riserve adottate dai governi e dalle compagnie petrolifere. È importante distinguere riserve provate da produzione effettiva: ad esempio, il Venezuela ha enormi giacimenti sotto terra, ma la produzione quotidiana è crollata negli ultimi anni a causa di inefficienze gestionali, sanzioni internazionali e sotto-investimenti, rimanendo ben al di sotto delle capacità potenziali.Il bottino strategico che emerge da questi numeri, in particolare il primato venezuelano nelle riserve provate, aiuta a comprendere perché l’attacco statunitense di ieri, la cattura di Nicolas Maduro e la successiva dichiarazione di controllo temporaneo abbiano assunto una valenza geopolitica così profonda. Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 le forze statunitensi hanno condotto un’operazione militare su larga scala in Venezuela, culminata con la cattura del presidente Nicolas Maduro e della moglie e il loro trasferimento negli Stati Uniti, dove sono stati incriminati per narcotraffico e terrorismo. Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato pubblicamente che Washington “governerà temporaneamente il Venezuela fino a una transizione sicura e giudiziosa” e che le grandi compagnie petrolifere americane investiranno miliardi per sfruttare e modernizzare il settore petrolifero venezuelano, gravemente degradato ma ricco di risorse.Le ragioni dell’operazioneIl petrolio conta in questa operazione per quattro ragioni. Il valore strategico delle riserve: con circa 303 miliardi di barili, il Venezuela detiene una percentuale significativa delle riserve mondiali di petrolio provato (stimata attorno al 17-20%); questa posizione fa del Paese un obiettivo naturale per qualunque grande attore globale interessato alla sicurezza energetica e all’accesso alle risorse. La debolezza infrastrutturale e produzione ridotta: nonostante la dotazione di risorse, la produzione di greggio venezuelano è oggi lontana dai livelli storici, a causa di anni di mismanagement, sanzioni estere e sotto-investimento; ciò significa che le riserve non si traducono automaticamente in petrolio sul mercato, ma offrono un enorme potenziale di sviluppo e influenza futura. La geopolitica e pressione internazionale: l’azione statunitense non è stata accolta come una semplice operazione di polizia internazionale; organismi come le Nazioni Unite hanno definito l’azione come un “precedente pericoloso” e si annuncia una riunione del Consiglio di Sicurezza sull’argomento; allo stesso tempo, nazioni come Iran e Cuba hanno fortemente criticato l’intervento, evocando violazioni di sovranità e leggi internazionali. Impatti sui mercati e sulla produzione futura: nel breve termine, la capacità produttiva venezuelana difficilmente cambierà in modo immediato, dato il degrado delle infrastrutture e l’incertezza politica; tuttavia, se l’accesso alle riserve si dovesse tradurre in investimenti e ripresa produttiva, ciò potrebbe avere significativi effetti di lungo periodo sugli equilibri energetici globali.Questo articolo Venezuela, Unimpresa: “È il primo Paese al mondo per riserve petrolifere” proviene da LaPresse