Le sette di una domenica mattina. Verso Prati una coppia matura, dignitosamente vestita, è intenta con uno smartphone a chiamare un cassonetto della spazzatura. Sì, i due hanno socchiuso il coperchio e attendono con ansia di sentirne un trillo. Ma, il cassonetto non risponde. “Non è qui”, fa la moglie, desolata. “Per fortuna non ci ha visti nessuno”, dice lui, riguadagnando il portone di casa. E’ solo l’ultimo capitolo di un’epopea: il cellulare e io. Per molti anni l’ho perso ovunque, ossessivamente. L’ho lasciato in freezer, l’ha seppellito nella sabbia il cane, più volte ho tentato di affogarlo. Ho delle pulsioni aggressive verso di lui. Anzi, lo odio: ma come posso liberarmene? Chi mi indica la strada, e se c’è nebbia, e che è successo a Kyiv stanotte? Chi mi ricorda il vaccino del cane, chi mi fa la spesa online? E, le foto dei bambini? Lui sa tutto, lui ricorda tutto, lui può ogni cosa. Di modo che mi sono arresa: se non posso annientarlo, che sia una parte di me. Una protesi. Ho quindi comprato un pendaglio per legarmelo al collo. Non è elegante come la calzina fucsia ideata da Apple, costo 250 euro, ma è pratico. Almeno non passo la vita, che già è breve, a inseguirlo. Senonché, ancora accadono incidenti. Quando faccio la doccia ne perdo il controllo. Allora ricomincia la caccia, come a Roma, fino al cassonetto. Portarlo al collo ha qualche inconveniente. Quando cambi il pannolino al nipote per esempio – comunque, è tutta roba naturale. O a Natale, quando ho aperto il forno su una zaffata a 150 gradi. Lì proprio lui si è arrabbiato, si è messo a gridare e lampeggiare. “L’ho ucciso”, mi sono detta. Ma la mattina dopo era guarito. Devo dire che lo stimo. E’ un guerriero. E’ l’immensa serie di cose che ricorda, che mi urta – mentre io rimbambisco. E quanto mi irrita, il non poterne fare a meno. Una parte di me sogna l’istante in cui le reti di colpo ammutoliranno, e noi non sapremo più neanche il numero di casa. Quando, davanti a uno schermo nero, ci ritroveremo soli.