Iran. Minacce di Trump: l’ambasciatore all’Onu chiede una condanna formale

Wait 5 sec.

di Giuseppe Gagliano – C’è un momento, nelle crisi internazionali, in cui la linea che separa l’ordine interno dallo scontro geopolitico si fa sottile, quasi invisibile. È esattamente ciò che sta accadendo in Iran. Le manifestazioni nate per il carovita, il crollo del rial e la stagnazione economica hanno superato la dimensione sociale per entrare in un terreno più pericoloso: quello della legittimità dello Stato e del diritto di interferenza esterna.La decisione dell’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir Saeid Iravani, di chiedere una condanna formale delle minacce statunitensi non è un gesto rituale. È un atto politico calibrato, che punta a trasformare una crisi interna in un dossier internazionale, spostando il confronto dal piano della piazza a quello del diritto e della responsabilità globale.Le dichiarazioni di Donald Trump, secondo cui gli Stati Uniti sarebbero “pronti e carichi di munizioni” qualora i manifestanti venissero uccisi, vanno lette per ciò che sono: non una promessa operativa, ma un segnale. Un messaggio che fluttua tra deterrenza morale e minaccia implicita, e che Teheran interpreta come una violazione diretta della Carta delle Nazioni Unite.Per l’Iran, il punto non è solo la retorica aggressiva. È il principio. Incoraggiare, legittimare o anche solo evocare un sostegno esterno alle proteste equivale, nella lettura iraniana, a un tentativo di scardinare la sovranità nazionale dall’esterno. Da qui il richiamo al segretario generale dell’Onu, António Guterres, e al Consiglio di Sicurezza: se l’ordine internazionale ha ancora un senso, deve valere anche quando a essere sotto pressione è un Paese non allineato a Washington.La risposta iraniana segue un doppio binario. Sul piano militare, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e i vertici della sicurezza ribadiscono lo stato di allerta e la capacità di colpire obiettivi sensibili in caso di attacco. Non è un annuncio di guerra, ma un avvertimento: l’Iran non intende apparire vulnerabile.Sul piano interno, la guida suprema Ali Khamenei opera una distinzione fondamentale. Da un lato i manifestanti, portatori di rivendicazioni economiche reali; dall’altro i “rivoltosi”, descritti come strumenti del nemico. È una linea classica nei sistemi sotto pressione: riconoscere il disagio per neutralizzarlo politicamente, isolando al tempo stesso chi può essere presentato come minaccia all’ordine costituito.Il cuore della crisi resta economico. Sanzioni, siccità prolungata, svalutazione della moneta e incapacità dello Stato di offrire risposte rapide hanno eroso il patto sociale. Persino il presidente Masoud Pezeshkian ammette le responsabilità del governo, ma allo stesso tempo riconosce i margini ridotti di manovra. È questa fragilità strutturale che rende l’Iran particolarmente sensibile alle pressioni esterne e trasforma ogni parola proveniente da Washington in un potenziale acceleratore della crisi.Il contesto non aiuta. Gli attacchi statunitensi contro siti nucleari iraniani e le ritorsioni di Teheran contro obiettivi americani nella regione hanno già dimostrato quanto sia bassa la soglia dell’escalation. Inserire la questione delle proteste in questo quadro significa caricare un conflitto sociale di una valenza strategica che può sfuggire di mano.Il ricorso all’Onu non nasce dall’illusione di una protezione immediata. È una mossa narrativa e politica: se la situazione dovesse degenerare, Teheran vuole che la responsabilità dell’escalation sia chiaramente attribuita. In questo senso, le proteste iraniane non riguardano più soltanto salari, inflazione o valuta. Sono diventate un banco di prova su chi abbia il diritto di definire cosa sia legittimo, cosa sia sovversione e quando l’ingerenza esterna possa essere giustificata.È qui che la crisi iraniana smette di essere locale. E diventa, a tutti gli effetti, un capitolo del disordine globale.