Venezuela. La cattura di Maduro e la guerra che rompe i tabù

Wait 5 sec.

di Giuseppe Gagliano – Donald Trump sostiene che Nicolas Maduro sia stato catturato durante il raid su Caracas e trasferito fuori dal Paese insieme alla moglie. È una notizia che, se confermata, cambierebbe immediatamente la natura dello scontro: da campagna punitiva a operazione di decapitazione del potere. Ma proprio per questo va maneggiata con cautela. In una guerra che vive di immagini, messaggi e contro-messaggi, l’annuncio presidenziale è parte dell’operazione tanto quanto le esplosioni. Il punto politico, però, è già chiaro: Washington vuole presentare il Venezuela non come uno Stato avversario, ma come una struttura criminale da smantellare.Dal 2019 gli Stati Uniti non riconoscono Maduro come presidente e lo indicano come vertice di un sistema legato al narcotraffico. La taglia, la retorica sul “cartello”, la narrazione del Venezuela come minaccia transnazionale costruiscono una base di legittimazione diversa da quella classica di una guerra tra Stati. È la logica della “caccia al capo”, che trasforma l’intervento in un’azione di polizia globale. Il paradosso è evidente: se la guerra diventa polizia, la sovranità dell’altro smette di contare. E con essa saltano i freni diplomatici tradizionali.Le immagini circolate nelle ore del raid parlano di mezzi da trasporto pesante e piattaforme tipiche delle operazioni speciali, con un profilo coerente con un’azione mirata a prelevare un obiettivo più che a distruggere infrastrutture. Il riferimento implicito è Panama 1989: allora si colpì un regime fragile, con un leader isolato e forze armate spaccate. Qui la posta è più alta. Il Venezuela non è solo un “caso regionale”: è un nodo energetico, un punto di frizione tra Stati Uniti e potenze rivali, un simbolo politico per una parte dell’America Latina.Se Maduro è davvero fuori gioco, il primo effetto non sarà la stabilità, ma l’incertezza. Il Venezuela è un Paese con istituzioni logorate, economia deformata e filiere energetiche già vulnerabili. Una transizione improvvisa può produrre due strade opposte: un rapido riallineamento con aperture su petrolio e finanza, oppure una frammentazione del potere che rende ingestibile la produzione e i flussi commerciali. Nel primo caso, Washington cercherà un governo “normalizzabile” per rimettere in circuito le risorse e ridurre la pressione migratoria. Nel secondo, lo shock politico rischia di alimentare mercato nero, milizie, ritorsioni e un’ulteriore crisi umanitaria, cioè esattamente ciò che fa impennare instabilità e migrazioni.Catturare un leader può dare un vantaggio psicologico enorme, ma non chiude automaticamente la partita. La domanda vera è: le forze armate venezuelane hanno ceduto, sono state aggirate o hanno partecipato? Se c’è stato un collasso interno, la guerra può trasformarsi in lotta per la successione. Se invece l’apparato resta coeso, la cattura diventa miccia: ritorsioni, guerriglia urbana, sabotaggi, e soprattutto il rischio di un conflitto prolungato “a bassa intensità” che però consuma il Paese e obbliga gli Stati Uniti a scegliere tra uscita rapida e occupazione di fatto. E l’America Latina conosce bene il prezzo di queste scelte.Il punto non è solo Caracas. È Mosca, Pechino, e l’intero sistema di alleanze e dipendenze costruito negli anni. Russia e Cina hanno investito in presenza politica, accordi energetici, cooperazione tecnologica e, soprattutto, nell’idea che il Venezuela fosse un argine alla penetrazione statunitense. Se Washington dimostra di poter prelevare un capo di Stato, manda un messaggio che supera il caso venezuelano: ridisegna i limiti del lecito. Ma proprio questo può indurre gli avversari a reagire altrove, con strumenti indiretti: credito, cyber, intelligence, sostegno a reti regionali, pressione diplomatica. La guerra “locale” diventa un episodio di competizione globale.C’è infine la variabile più trascurata e spesso decisiva: la politica interna statunitense. Un’operazione di questa portata, senza un passaggio limpido di autorizzazione politica, crea inevitabilmente una frattura. Se il risultato è rapido e “pulito”, Trump rivendicherà efficacia e deterrenza. Se emergono costi, vittime, caos e accuse di eccessi, la guerra diventa boomerang. E il Venezuela, da nemico marginale, si trasforma nel banco di prova della credibilità americana in emisfero occidentale.La domanda non è se Maduro cada, ma cosa gli succede intorno. Perché la storia insegna che togliere il vertice è semplice, costruire un ordine è difficile. E quando la guerra si presenta come moralizzazione, il rischio è che finisca come destabilizzazione. In America Latina, questa non è una minaccia teorica: è memoria politica viva.