di Giuseppe Gagliano – Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha nominato Kyrylo Budanov come principale consigliere presidenziale. Si tratta di scelta politica netta che ridefinisce il baricentro del potere a Kiev. In un momento in cui la guerra entra in una fase di logoramento, con pressioni militari crescenti e un negoziato sempre più invadente sullo sfondo, la presidenza ucraina sceglie di affidarsi a una figura militare e di intelligence, rompendo una tradizione che privilegiava profili civili, orientati alla mediazione interna e alla gestione del consenso.L’uscita di scena di Andriy Yermak, per anni vero cardine del sistema zelenskiano, è avvenuta in un clima di forte tensione politica. Le accuse di corruzione, pur non formalmente rivolte a lui, hanno alimentato una frattura profonda tra istituzioni e opinione pubblica. In questo contesto, Budanov rappresenta l’opposto simbolico: un ufficiale decorato, sopravvissuto a tentativi di assassinio, percepito come estraneo ai giochi opachi del potere civile. La sua nomina punta a ricostruire fiducia, ma lo fa spostando l’asse verso la sicurezza e l’apparato coercitivo dello Stato.A capo della Direzione principale dell’intelligence militare dal 2020, Budanov incarna la trasformazione dell’Ucraina in uno Stato mobilitato. Ha supervisionato operazioni coperte contro la Russia, gestito i canali sugli scambi di prigionieri e interpretato in modo spregiudicato la dimensione informativa del conflitto, rivendicando apertamente il valore della visibilità pubblica come arma strategica. La sua ascesa al centro del sistema decisionale indica che Kiev considera ormai inseparabili diplomazia, intelligence e operazioni militari.La mossa di Zelensky parla anche all’esterno. Agli Stati Uniti, che spingono per una rapida chiusura del conflitto, Kiev segnala che la priorità resta la sicurezza e non un compromesso affrettato. A Mosca, il messaggio è altrettanto chiaro: l’Ucraina non intende separare il tavolo negoziale dal campo di battaglia. In questo senso, l’affermazione di Budanov sulla “sicurezza strategica dello Stato” va letta come una dichiarazione di continuità nella guerra, non come un preludio alla distensione.Sul terreno, la situazione giustifica questa scelta. Nel sud del Paese, in particolare nella regione di Zaporizhia, le forze russe avanzano sfruttando la superiorità numerica e le falle nelle difese ucraine. Aree come Huliaipole sono diventate zone grigie, simbolo di un fronte fluido e instabile. Le ammissioni del comandante in capo Oleksandr Syrskyi sulle debolezze difensive e sui ritiri forzati mostrano un esercito sotto stress, costretto a selezionare dove resistere e dove arretrare.Il problema strutturale resta la scarsità di uomini lungo una linea del fronte di mille chilometri. La difficoltà nel mobilitare nuove forze impone scelte dolorose e amplifica il peso dell’intelligence nel compensare l’inferiorità numerica con informazione, sabotaggio e guerra asimmetrica. È qui che Budanov diventa centrale: non come generale da trincea, ma come regista di una strategia che tenta di colmare il divario con la Russia sul piano qualitativo.La nomina di Budanov segna dunque un passaggio politico preciso. La presidenza Zelensky si militarizza, assumendo i tratti di una direzione di guerra permanente. È una scelta che può rafforzare la coesione interna nel breve periodo, ma che riduce gli spazi per una soluzione politica autonoma. Quando l’intelligence entra nel cuore del potere esecutivo, la distinzione tra governo e comando bellico tende a dissolversi.Zelensky sembra aver imboccato una strada senza ritorno: affidare la sopravvivenza dello Stato a una leadership di sicurezza totale. In un conflitto che la Russia usa per guadagnare terreno negoziale e l’Occidente per ridefinire i propri equilibri strategici, l’Ucraina sceglie di resistere irrigidendosi. È una scommessa ad alto rischio, perché rafforza lo Stato in guerra ma ne ipoteca il futuro politico. Quando il potere si concentra intorno all’intelligence, la pace, se arriverà, difficilmente sarà una pace normale.