Ci siamo imbattuti in STAMBOUL MON AMOUR, splendido romanzo storico ed autobiografico di Wanda Mantero in cui la scrittrice, sullo sfondo di una Istanbul eclettica e cosmopolita, rievoca la storia di due famiglie italiane convocate dal Sultano nella città turca per svolgere un importante incarico.L’autrice ha accettato di parlarci del suo romanzo, basato sulla sua reale esperienza di vita e sulla storia della sua famiglia.1. Vuoi presentarci il tuo romanzo?STAMBOUL MON AMOUR è un romanzo autobiografico che intreccia storia privata e storia collettiva. Racconta le vicende di due famiglie italiane chiamate a Costantinopoli intorno al 1870, dallo staff del Sultano, per restaurare imponenti monumenti della città, tra i quali il Palazzo reale, la Torre di Galata e la Cisterna Romana. I loro successi edilizi, con il tempo, li resero ricchi e famosi al punto da convincere i capifamiglia a diventare stanziali. Ripercorre segreti familiari, legami complessi e una profonda ricerca di identità, sullo sfondo di una Istanbul cosmopolita ormai scomparsa mi intrigava al punto da volerli fissare su dei fogli bianchi per non cancellarne la memoria!2. Perché STAMBOUL MON AMOUR?Perché Stamboul era così chiamata da noi residenti stranieri, che amavamo esprimerci in Francese. Idioma in uso dalla nobiltà europea di quegli anni lontani e di contro anche dalla Élite più esclusiva della città! Istanbul non è solo il luogo della mia infanzia, ma è il ricordo di un amore profondo e mai dimenticato. È la città che mi ha formato, affascinante e contraddittoria, capace di lasciare un segno indelebile e straziante nel mio cuore. Il titolo è una dichiarazione d’amore a ciò che quella città ha rappresentato per me.3. Quando ti è venuta l’idea di scriverlo?L’idea è maturata nel tempo, ma ha preso forma concreta dopo un viaggio a Istanbul nel 1988. Una confidenza raccolta in quell’occasione, stimolò domande sulle origini di mia madre, piccolissima trovatella adottata dal ricco costruttore pesarese, che essendo sterile, desiderava un figlio. Egli venne a contatto con la bimba durante la costruzione dell’orfanotrofio e se ne innamorò al punto da volerla adottare come figlia. Quel segreto a lungo custodito, con noi bambine, stimolò, in me, domande sulle origini di mia madre e mi spinse a cercare di ricostruire quella vicenda rimasta troppo a lungo dissimulata ed in sospeso.4. Che emozione hai provato scrivendo il romanzo?Scrivere è stato emotivamente intenso. Ho provato nostalgia, dolore, ma anche una profonda liberazione. Mettere ordine nei ricordi e dare voce a ciò che era rimasto in silenzio per troppo tempo è stato un modo per riconciliarmi, ma solo in parte, con il mio passato.5. Nel tuo romanzo Istanbul è un personaggio a tutti gli effetti. Cosa è rimasto in te di quella città?È rimasta la sua anima multiculturale: le lingue, gli scambi, l’apertura verso l’altro. Lasciare Istanbul è stato uno strappo troppo lacerante per me, perché ero conscia di perdere per sempre un mondo ricco e vitale che in Italia avrei rimpianto per sempre. Troppo provinciale e ristretto era l’ambiente e la mentalità degli abitanti, in quegli anni ’50, e trovai molte difficoltà ad inserirmi. Affrontare quella diversità mi costò enorme fatica e delusione, a me ed a mia sorella. Perfino dalle compagne di scuola subimmo delle sopraffazioni, pur appartenendo, loro stesse, a delle famiglie agiate. Criticavano la nostra educazione raffinata e l’accento esotico nella nostra pronuncia. Ci deridevano e ci chiamavano: ”Turche”, con disprezzo! Fu quella rabbia e la delusione, a far sì che Istanbul abbia continuato a vivere in me come una parte fondamentale della mia identità.6. Nel tuo romanzo tua sorella Renata è la coprotagonista. Vuoi parlarci di lei?Renata è la mia complice e allo stesso tempo la mia contrapposizione. Racconto le nostre scenette d’infanzia, i segreti, le fantasie e l’amore che ci ha legato per tutta la vita. Lei è concreta, razionale e poco sentimentale, qualità che l’hanno portata a diventare una brillante bancaria e broker di fama, mentre io sono sempre rimasta un’artista sognatrice. Pur avendo lavorato alacremente per tutta la vita, non ho mai trascurato le mie passioni artistiche, coltivandole da autodidatta. La differenza tra noi due, spesso evidenziata da mia madre, che osteggiava con disapprovazione qualsiasi mia aspirazione artistica: musica, arte, canto, portando ad esempio il pragmatismo di Renata, non riuscì a spezzare il nostro legame, non suscitò in me dell’astio nei riguardi di mia sorella; anzi, rinsaldò il legame sempre più strettamente. La narrazione della nostra sorellanza, arricchisce la storia e mostra come due percorsi così diversi possano restare profondamente uniti.7. Qual è il personaggio che ti affascina di più tra quelli che compongono la tua straordinaria storia familiare?Indubbiamente la Zia Julie. I suoi racconti erano straordinari e, da bambina, spesso mi terrorizzavano, ma allo stesso tempo mi affascinavano profondamente. Era una presenza fondamentale nella nostra infanzia, una guida emotiva e un punto di riferimento che ha lasciato un’impronta indelebile nella mia vita e nella mia scrittura.8. Quanto di romanzato e quanto di reale c’è nel racconto della tua storia familiare?La maggior parte della storia è autobiografica e fondata su fatti effettivamente accaduti. L’unica eccezione riguarda la seconda parte, in cui ho immaginato la vicenda d’amore dei mie ipotetici nonni, Quella del vescovo francese e della donna mediorientale, che lo aveva affascinato. Una storia in buona parte inventata, pur con un fondo di indubbia realtà, costruita con attenzione e rispetto per il contesto e per la verità emotiva della mia famiglia.9. Vuoi accennare qualcosa sui tuoi progetti futuri?Sì, ho nel cassetto 54 poesie scritte dall’inizio della mia vita in Italia fino ad oggi. Sono testi molto personali che racchiudono esperienze, emozioni e ricordi. Spero di riuscire a pubblicarle, perché vorrei che questa mia voce poetica raggiungesse i lettori prima di chiudere i miei occhi per sempre.Federica Focà