di Giuseppe Gagliano –Il mondo sta entrando in una fase di fame strutturale di materie prime. Non è una crisi congiunturale, ma l’effetto cumulativo di trasformazioni tecnologiche profonde, a cominciare dall’intelligenza artificiale, dalla transizione industriale e dalla competizione strategica tra grandi potenze. In questo contesto si colloca la trattativa tra Glencore e Rio Tinto, che non è una semplice operazione finanziaria ma il possibile atto di nascita del più grande gruppo minerario globale, con una capitalizzazione stimata intorno ai 260 miliardi di dollari.Al centro dell’operazione non c’è una materia prima qualsiasi, ma il rame. È il metallo che tiene insieme il mondo digitale e quello industriale: dai semiconduttori alle reti elettriche, dalle infrastrutture per le energie rinnovabili ai data center. I prezzi hanno già superato livelli storici e le stime indicano un deficit strutturale destinato ad ampliarsi nei prossimi quindici anni. In questo scenario, la capacità estrattiva diventa una variabile di potere. Glencore e Rio Tinto puntano entrambe a superare il milione di tonnellate annue entro il 2030. Insieme, potrebbero imporre standard produttivi, influenzare i mercati e orientare le scelte industriali di interi Paesi.L’eventuale fusione mostra come la distinzione tra economia e geopolitica sia ormai superata. La concentrazione del controllo sulle risorse non risponde solo a logiche di profitto, ma a esigenze di sicurezza economica e strategica. Le grandi potenze hanno compreso che il dominio tecnologico passa dalla disponibilità di materie prime critiche. Il rame, come il litio o il cobalto, diventa un moltiplicatore di potenza: senza di esso non c’è transizione energetica, non c’è industria avanzata, non c’è autonomia strategica.Le conseguenze si riflettono sui territori. Il Cile e l’Argentina, con i loro cambiamenti politici, diventano snodi cruciali. Le scelte dei nuovi governi in materia di concessioni, fiscalità e rapporti con i grandi gruppi occidentali avranno un impatto diretto sugli equilibri globali. Allo stesso tempo, l’Africa e l’Eurasia tornano al centro di una competizione silenziosa, fatta di contratti, infrastrutture e accordi di lungo periodo. Non è un caso che Washington stia rilanciando accordi minerari in aree strategiche: il controllo delle risorse precede e accompagna quello delle alleanze.Un elemento apparentemente contraddittorio è la coesistenza tra politiche di transizione energetica e il rilancio di attività considerate obsolete, come l’estrazione del carbone. In realtà, siamo entrati in una fase di “aggiunta energetica”, non di sostituzione. Le nuove tecnologie non eliminano le vecchie fonti, ma si sommano ad esse, aumentando la domanda complessiva di risorse. In questo quadro, la capacità di estrarre tutto ciò che è utile al sistema produttivo diventa una priorità strategica, anche a costo di rivedere dogmi e narrative ufficiali.La possibile nascita del colosso Glencore–Rio Tinto è il segnale di un’epoca che cambia. Le grandi fusioni non sono più viste come anomalie da contenere, ma come strumenti necessari per competere in un mondo frammentato e conflittuale. È l’era dei predatori industriali, in cui dimensione, controllo delle risorse e capacità finanziaria determinano il rango geopolitico degli attori economici. La nuova corsa alle miniere non è un fenomeno secondario, ma uno dei cardini del nuovo disordine globale: chi controlla le materie prime controlla il futuro.