di Giuseppe Gagliano –C’è un dettaglio che rende la vicenda artica diversa da tutte le altre crisi recenti: non è Mosca a muovere il primo passo, ma Washington. L’ipotesi, evocata senza infingimenti, di un controllo statunitense sulla Groenlandia ha costretto la NATO a interrogarsi su un paradosso che mina le fondamenta dell’Alleanza: come rafforzare la sicurezza collettiva quando la principale fonte di instabilità proviene dal suo attore dominante.A Bruxelles gli ambasciatori alleati hanno concordato sulla necessità di rafforzare il fianco artico: più capacità di intelligence, più spesa, più esercitazioni, più mezzi preposizionati. Una reazione difensiva, certo, ma anche un segnale politico: l’Europa teme che le ambizioni statunitensi sulla Groenlandia trasformino l’Artico in un teatro di frizione intra-occidentale, con effetti a catena su deterrenza, credibilità e coesione.Il linguaggio usato è prudente, l’atmosfera “costruttiva”. Ma la sostanza è un’altra: l’Artico diventa cartina di tornasole del rapporto transatlantico in un momento in cui l’ombrello americano non è più dato per scontato.Alla Casa Bianca i contatti con Danimarca e Groenlandia puntano a “chiarire” dichiarazioni che, in realtà, sono già chiarissime. Donald Trump rivendica la Groenlandia come necessità “psicologica” per il successo americano: non contratti, non trattati, ma proprietà. È una visione che rovescia decenni di multilateralismo e riduce il diritto internazionale a un’opzione, non a un vincolo.Il riferimento a presunte minacce russe e cinesi vicino alla Groenlandia serve da cornice narrativa. Ma molti analisti contestano l’allarme: Mosca e Pechino concentrano risorse nell’Artico orientale, non nell’area groenlandese. Qui la questione non è la sicurezza, bensì il controllo: rotte, basi, materie prime, profondità strategica.Copenaghen prova a depoliticizzare il dossier, incardinando il confronto nella strategia artica della NATO. Nuuk, invece, vive una tensione interna crescente. Il partito Naleraq spinge per colloqui diretti con Washington, accusando la Danimarca di fare da ostacolo. Ma la realtà giuridica resta: la Groenlandia non può negoziare da sola.Qui si apre un corto circuito: l’indipendentismo groenlandese incontra l’offerta americana di un rapporto privilegiato che passa per l’idea di “libera associazione”. Un modello già sperimentato altrove, ma che presuppone un passaggio cruciale: la separazione dalla Danimarca.L’ipotesi di un Compact of Free Association applicato alla Groenlandia è rivelatrice. Gli Stati Uniti garantiscono servizi e protezione militare; in cambio ottengono libertà operativa e accesso strategico. Non è annessione formale, ma subordinazione funzionale. La discussione su possibili pagamenti diretti ai groenlandesi – cifre individuali elevate – introduce una dimensione di pressione geoeconomica che somiglia a una consultazione plebiscitaria incentivata.A Bruxelles, la questione trapela anche nei consessi dell’Unione. Unione Europea valuta contromisure, mentre Kaja Kallas parla apertamente di messaggi “estremamente preoccupanti”. Il timore danese è esplicito: un’azione militare americana segnerebbe la fine della NATO. Da qui la ricerca affannosa di un compromesso.Ma il compromesso ha un costo: accettare che l’alleanza viva sotto la minaccia di una scelta binaria imposta da Washington – Groenlandia o NATO.Quando un presidente afferma di sentirsi vincolato solo dalla propria coscienza, non dal diritto internazionale, il problema non è retorico. È sistemico. L’Artico diventa così il laboratorio di un nuovo disordine: la sicurezza come bene negoziabile, la sovranità come variabile, l’alleanza come opzione reversibile.In questo quadro, il rafforzamento militare deciso dalla NATO appare necessario ma insufficiente. Perché la vera posta in gioco non è una base in più o un’esercitazione in meno. È la tenuta dell’Occidente come comunità politica, capace, o meno, di regole condivise anche quando convengono meno al più forte.