Da sabato 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele bombardano l’Iran. Le cifre dei morti sono contestate. Chi sta da una parte e chi dall’altra litiga sul numero delle bambine morte in una scuola elementare femminile. Non sul fatto che siano morte. Una scuola. Con le sedie piccole e i disegni appesi ai muri. Un drone pilotato da un soldato stupido, pieno di sé, a migliaia di chilometri di distanza, ha cancellato tutto. Il soldato è tornato a casa per cena. Le bambine no. E mentre scrivo, altri droni volano.Cosa abbiamo noi di diverso da un insegnante iraniano? Cosa hanno le nostre bambine di diverso da quelle bambine? Niente. La distanza geografica non è più una protezione. I droni non conoscono confini. Non è fantascienza. È la realtà di questa settimana.C’era una volta il paradiso terrestre. Era qui, con tutti i problemi quotidiani: la classe che non ci fa dormire, il mutuo, il partner con cui litighiamo, i figli che ci svuotano, la collega antipatica, la preside incompetente. Quelli erano gli ingredienti del paradiso. Li chiamavamo “un mondo difficile”.L’inferno non è l’eccezione. È la dimensione normale degli esseri umani. I nostri genitori hanno avuto una pausa dopo la seconda guerra mondiale, una pausa. Ci siamo cresciuti dentro credendola eterna. Non lo era.Trentatré secoli fa, a meno di mille chilometri da dove cadono le bombe oggi, un poeta cieco cantava la guerra di Troia. L’Iliade, il più antico racconto dell’Occidente, non parla di pace. Parla di guerra. Perché il problema non è la pace. Il problema è la guerra.Mia nonna l’ha attraversata, l’altra guerra. Quella con i soldati accampati in casa, che minacciavano di sparare ai suoi figli davanti a lei. Non l’hanno fatto. Forse si sono impietositi. Erano lì, in carne e ossa, e hanno visto gli occhi di quei bambini. Un drone a migliaia di chilometri non si sarebbe impietosito. Come è successo in quella scuola. Come succede anche ora, mentre state leggendo queste parole. Mia nonna si è salvata con il rosario. Un gesto minuto, ripetuto, quotidiano. Non ha fermato i soldati. Ha tenuto in piedi lei.Ilaria Vaglini, filosofa e pedagogista all’Università di Pisa, le chiama “spiritual skills“: la capacità, allenabile, di trovare un centro quando tutto intorno crolla. Non un lusso. Non misticismo. Prevenzione. Del burnout, della reazione cieca, della guerra interiore che poi diventa guerra fuori. Si possono coltivare. Nei nostri alunni. In noi stessi. Dopo la sbornia del progresso siamo costretti a ricercare quello che gli umani hanno sempre cercato dall’inizio dei tempi: una via per attraversare l’inferno senza diventare inferno. Per mia nonna era il rosario. Per qualcun altro è la corsa, la musica, il respiro. Non c’è un’unica via. Ma è necessario continuare a cercarla. Da soli la ricerca si esaurisce. Insieme si possono fare tante cose. Non solo la guerra.Domenica 8 marzo a Shotaiji, il monastero zen della grande felicità nelle Langhe (Lequio Tanaro, CN), lo psicoterapeuta Fabrizio Tabiani e il biologo Dante Bianchi, entrambi praticanti di meditazione zen Rinzai, guidano una giornata aperta a tutti che unisce mindfulness e neuroscienze. Non per isolarsi dal mondo. Per cercare insieme gli strumenti per non diventare il mondo che ci spaventa.L'articolo Bombardamenti in Iran: quando la guerra ci costringe a cercare la pace dentro noi stessi proviene da Il Fatto Quotidiano.