Nella nottata di mercoledì alcuni media, soprattutto israeliani, hanno rapidamente diffuso la notizia di una mobilitazione delle forze curdo iraniane, pronte a un’offensiva di terra contro il regime di Teheran, con l’eventuale copertura aerea statunitense. Nel giro di poche ore, la notizia è stata smentita da tutti i partiti curdi dell’Iran, che solo la scorsa settimana avevano annunciato la formazione di una Coalizione dei Partiti Curdi, cioè un’alleanza politica contro il potere centrale iraniano, volta a rafforzare le loro ambizioni di autodeterminazione.Prima il Partito Democratico del Kurdistan iraniano (Pdki), poi il Komala (che si è unito all’alleanza lo scorso mercoledì), entrambi basati in territorio iracheno, a ridosso del confine con l’Iran, hanno seccamente negato all’emittente Rudaw di aver messo piede nel Rojhelat (come viene chiamata la regione del Kurdistan iraniano). Ciò non ha comunque impedito intensi bombardamenti americani lungo il confine tra Iran e Iraq, che negli annunci della coalizione israelo-americana dovrebbero appunto preparare il terreno al protagonismo di una cooptata fanteria curda.Chi sono i curdi iranianiNon è certo la prima volta che le forze curde vengono chiamate in causa dagli Stati Uniti. Dalla Guerra Fredda in poi, la questione curda è stata periodicamente evocata come leva contro i poteri centrali della regione, anche e soprattutto in Iran, o da ultimo contro lo Stato Islamico. Ogni volta che Washington torna a ragionare su come mettere pressione a Teheran, riemerge la stessa idea: usare la leva delle minoranze, in un Paese in cui solo il 60% della popolazione è persiana.Tra queste minoranze, i curdi occupano appunto un posto speciale nell’immaginario occidentale: popolazione transnazionale, con una lunga storia di conflitti con gli Stati che governano le regioni in cui vivono, spesso organizzata militarmente. Sulla carta, il partner perfetto per destabilizzare un avversario regionale. Nei fatti, però, e nell’attuale contingenza, questa ipotesi presenta numerose incognite e fragilità.Sono una popolazione stimata tra gli 8 e i 10 milioni di persone – un nono della popolazione della Repubblica islamica -, concentrata soprattutto nelle province occidentali del paese: Kurdistan, Kermanshah e Azerbaigian occidentale. Era di origine curda la compianta Mahsa Amini e sono di origine curda anche una serie di autorità iraniane, come ad esempio lo speaker del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf (di padre curdo). Culturalmente e linguisticamente appartengono allo stesso universo curdo che attraversa Turchia, Iraq e Siria, politicamente, tuttavia, hanno avuto una traiettoria differente.La memoria fondativa resta quella della Repubblica di Mahabad del 1946, il primo tentativo di Stato curdo della storia contemporanea. Durò meno di un anno: quando l’Unione Sovietica si ritirò dall’Iran settentrionale, l’Esercito della monarchia Pahlavi entrò a Mahabad e pose fine all’esperimento. Da allora il movimento curdo iraniano non è mai riuscito a ricostruire un progetto politico o militare paragonabile a quello parzialmente sviluppato altrove. Oltre agli storici partiti curdo iraniani citati, come il Pdki e il Komala, esistono anche milizie che operano a bassa intensità lungo il confine iracheno, ma la realtà è che, rispetto ai peshmerga del Kurdistan iracheno o alle forze curde siriane che hanno combattuto contro l’Isis, i curdi iraniani sono rimasti militarmente più deboli e meno strutturati.Le ragioni sono diverse ma ha giocato certamente un ruolo il fatto che l’apparato di sicurezza iraniano abbia sempre mantenuto un controllo molto stretto sulle regioni curde, impedendo la formazione di aree fuori dal controllo statale, in un mix di spinte repressive e integrazione. C’è però anche un fattore sociale: una parte significativa dei curdi iraniani è sciita, ed in ogni caso profondamente integrata nei circuiti economici e istituzionali del Paese. Questo ha ridotto, nel tempo, il livello di radicalizzazione politica rispetto ad altri contesti curdi.Le altre milizie curdeQui c’è il principale limite alla loro cooptazione: lo scarso o nullo coordinamento con l’ecosistema curdo regionale, già di per sé tormentato e frammentato. In Turchia, dopo quarant’anni di guerra a bassa intensità, il conflitto tra Ankara e il Pkk sembra attraversare una fase di possibile chiusura. Le dinamiche interne del movimento e la pressione militare turca stanno spingendo verso un processo di disarmo, o comunque di ridimensionamento della lotta armata. In questo contesto, immaginare che i curdi turchi possano riaprire un fronte contro l’Iran appare irrealistico.La situazione non è più agevole in Siria. Le amministrazioni curde del nord-est, nate nel caos della guerra civile, oggi si muovono dentro un equilibrio estremamente precario. Da una parte devono gestire il rapporto con Damasco, dall’altra restano sotto la costante pressione militare della Turchia. In un contesto del genere, aprire un fronte contro Teheran significherebbe esporsi a una tempesta strategica.Il Kurdistan iracheno rappresenta sulla carta la realtà più solida: istituzioni autonome, forze armate strutturate, rapporti consolidati con gli Stati Uniti. Ma proprio questo status lo rende il partner meno incline ad avventurismi, visti anche i delicati rapporti tanto con Baghdad, quanto con Ankara e la stessa Teheran (che nel 2014 era stato il primo Paese ad inviare aiuti militari in funzione anti-Isis).In sostanza, i curdi iraniani si troverebbero isolati, con o senza sostegno americano. Privi di profondità strategica, senza un sostegno coordinato da parte degli altri movimenti curdi e con capacità militari limitate. Una combinazione che ridurrebbe drasticamente il potenziale di qualsiasi avanzata.Il peccato originaleC’è, infine, un elemento emotivo che non va sottovalutato: la loro memoria politica. Il rapporto tra i curdi e gli Stati Uniti è stato spesso descritto come una storia di alleanze tattiche. Washington ha sostenuto diverse formazioni curde in vari momenti della storia recente, ma quasi sempre nell’ambito di una logica temporanea. Quando l’interesse strategico cambiava, il sostegno svaniva.Ne hanno avuto un saggio pochi anni fa, durante la guerra contro l’Isis. Le milizie curde siriane erano state il principale alleato terrestre della coalizione internazionale contro il “Califfato” ma pochi anni dopo, con il ritiro delle truppe americane dal nord della Siria, deciso dallo stesso Trump, quelle stesse forze si sono trovate improvvisamente esposte all’offensiva turca.Per molti curdi vale la lezione: l’appoggio americano è reale finché coincide con i suoi interessi strategici. Poi, può dissolversi nel giro di una notte e con queste premesse appare evidente come le forze curdo iraniane abbiano moltissimo da perdere e assai poco da guadagnare da una offensiva contro Teheran, anche nel caso in cui il regime dovesse davvero “crollare” e magari favorire personalità gradite agli americani, come l’improbabile Ciro Pahlavi.Nessuno ha dimenticato quale fosse il trattamento delle minoranze etniche nell’Iran dei Pahlavi, caratterizzato tra le altre cose da uno spiccato nazionalismo persiano e persianofono. I curdi hanno combattuto già molte guerre. E forse anche per questo motivo sanno riconoscere quando rischiano di combattere quella di qualcun altro.L'articolo Iran, la carta dei curdi iraniani: chi sono e perché il loro sostegno a Usa e Israele è tutt’altro che scontato proviene da Il Fatto Quotidiano.