Si potrà scrivere veggie burger, ma non più “bistecca vegetale” e altre 30 denominazioni: l’accordo in Ue

Wait 5 sec.

No a termini come “bistecca” e “bacon” sulle confezioni di prodotti che non siano carne, sì a denominazioni come “burger” e “salsiccia”. È intesa tra Parlamento europeo e Consiglio Ue sul meat sounding, l’utilizzo di terminologie legate alla carne per denominare prodotti vegetali o a base di cellule coltivate. L’accordo è arrivato durante i negoziati trilaterali tra Commissione Ue, Europarlamento e Consiglio sulla riforma del regolamento sull’Organizzazione comune dei mercati agricoli (che fa parte di quella della Politica agricola comune) proposta per rafforzare la posizione contrattuale degli agricoltori nella filiera. I dettagli tecnici del testo saranno definiti venerdì prossimo. Il dossier passerà poi al voto del Consiglio Agricoltura e Pesca, con i ministri degli Stati membri e a un voto finale nella plenaria del Parlamento. Sono 31 i termini messi al bando per questi prodotti e che indicano le specie animali, come manzo, pollo, pollame, vitello, maiale, tacchino, agnello, capra, anatra, oca, montone, ovino o tagli specifici, come coscia, filetto, controfiletto, fianco, lombo, costine, spalla, stinco, costoletta, ala, petto, coscia, punta di petto, ribeye (il cuore della costata disossata), T-Bone (la Fiorentina), scalone, bacon (pancetta). Saranno vietati anche i termini bistecca e fegato, aggiunti nella lista durante le negoziazioni finali. Sarà possibile, invece, continuare a utilizzare alcuni dei termini già oggi più comuni sulle confezioni, ossia ‘veggie burger’, che la spunta dopo intense trattative, ‘burger’, ‘salsiccia’, ‘nuggets’. L’accordo è una sintesi tra la proposta presentata un anno fa dall’eurodeputata francese Céline Imart, molto più restrittiva a dire il vero (e tanto cara al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida e a Coldiretti), e quella portata avanti pochi mesi dopo dalla Commissione, che prevedeva il divieto di 29 denominazioni, riprendendo un’iniziativa analoga già respinta dal Parlamento europeo nel 2020.Il nodo della carne coltivataTra le altre cose, l’accordo introduce una definizione del termine “carne” come “parti commestibili di animali”, escludendo quindi nomi come bistecca, filetto o fegato per prodotti coltivati in laboratorio. I colegislatori hanno concordato di concedere ai produttori tre anni di tempo per esaurire le scorte e adeguarsi alle nuove norme dopo l’entrata in vigore. L’altra questione controversa nei negoziati è stata l’inclusione dei nuovi alimenti, come i prodotti a base di carne coltivata. Sebbene tali prodotti non siano ancora disponibili sul mercato dell’Unione europea (l’Efsa deve valutare due richieste di autorizzazione, relative al foie gras coltivato e al grasso coltivato per burger vegetali) il divieto è stato esteso preventivamente anche a questi. Così, in previsione, come è ormai consuetudine sul tema.Le tutele per gli agricoltori e il sostegno alle organizzazioniPer rafforzare il ruolo degli agricoltori nella catena di approvvigionamento, spiega il Consiglio in una nota, le modifiche al regolamento Ocm rendono obbligatori i contratti scritti tra agricoltori e acquirenti, includendo anche una clausola di revisione, per garantire che i contratti a lungo termine tengano conto dell’andamento del mercato, delle fluttuazioni dei costi e delle condizioni economiche. Viene inoltre consentito agli Stati membri di fornire un sostegno finanziario supplementare alle organizzazioni di produttori e alle loro associazioni nel quadro degli interventi settoriali della Politica agricola comune e definite le condizioni per l’uso di termini di commercializzazione facoltativi come “equo”, “equitativo”” e “filiera corta” per garantire chiarezza sia ai produttori che ai consumatori.Una battaglia (anche culturale) che dura da anniIl Parlamento europeo aveva già discusso simili restrizioni nel 2020, respingendo il cosiddetto Veggie Burger Ban. Circa un anno fa, l’eurodeputata francese Céline Imart ha presentato alla Commissione Agricoltura del Parlamento europeo un emendamento con proposte – approvate in commissione a inizio settembre – ancora più restrittive. Obiettivo: vietare qualsiasi termine legato a specie animali, tagli di carne o persino forme associate ai prodotti convenzionali. Insomma, una misura simile a quella adottata dall’Italia nel 2023 e che rimane tuttora inattuata e potenzialmente inapplicabile a causa della violazione della procedura riguardo alla notifica Tris, che i Paesi Ue devono inviare a Bruxelles quando vengono approvate leggi che ostacolano la libera circolazione delle merci in ambito comunitario. La proposta di Imart, poi, è stata adottata con voto in seduta plenaria dall’intero Parlamento europeo l’8 ottobre. Con grande soddisfazione da parte di Lollobrigida (“Ora l’Europa ci segue!”). Successivamente, Commissione, Parlamento e Consiglio hanno avviato negoziati informali, ma a dicembre non si è arrivati all’accordo su un testo finale comune.La reazione delle ong e delle aziende del settoreLa coalizione No Confusion, guidata dall’European Vegetarian Union e da WePlanet e che riunisce oltre 600 organizzazioni, Ong e aziende alimentari in tutta Europa, esprime preoccupazione per ciò che definisce un “divieto inutile” e chiede una valutazione d’impatto approfondita sulle implicazioni giuridiche e di mercato della normativa. Allo stesso tempo, il gruppo accoglie favorevolmente il fatto che i termini descrittivi più comuni e familiari ai consumatori siano stati mantenuti. Insomma, da un lato un’occasione persa e, dall’altro, poteva andare anche peggio. Sullo sfondo, la sensazione è che la battaglia non sia per nulla finita. “Nel contesto politico e sociale attuale, è incomprensibile che i nostri rappresentanti eletti continuino a dedicare tempo e risorse a un problema che semplicemente non esiste. Questa decisione contraddice diverse priorità dell’Ue, tra cui competitività, innovazione, sicurezza alimentare, accessibilità dei prezzi e reddito degli agricoltori” ha dichiarato Rafael Pinto, senior policy manager dell’European Vegetarian Union. Il testo potrebbe inoltre generare una serie di questioni giuridiche e commerciali irrisolte, con il rischio di numerosi contenziosi nei tribunali dei diversi Stati membri, a seconda della traduzione, dell’interpretazione e dell’applicazione delle norme nei 27 Paesi dell’Ue. Nel 2024, in un caso che coinvolgeva l’European Vegetarian Union, l’Association Végétarienne de France e il governo francese, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la normativa esistente era già sufficiente a tutelare i consumatori da possibili confusioni. Non è inoltre chiaro quale sarà l’impatto della nuova normativa sugli aromi alimentari utilizzati dall’industria, come ‘aroma di pollo o bacon’, presenti in migliaia di prodotti di largo consumo, tra cui noodles, snack, salse e zuppe e prodotti ibridi che combinano proteine animali e vegetali, sempre più diffusi in mercati come Danimarca e Paesi Bassi.L'articolo Si potrà scrivere veggie burger, ma non più “bistecca vegetale” e altre 30 denominazioni: l’accordo in Ue proviene da Il Fatto Quotidiano.