E’ molto di più di un voto. La spaccatura del Pd di due giorni fa sul ddl Antisemitimo è la mappa di un malcontento che mostra un pezzo di storia del Partito democratico che si schiera contro la strategia di Elly Schlein. Alla serietà e alla responsabilità del posizionamento politico, la segretaria ha preferito la chiarezza e l’efficacia comunicativa delle scelte. Alla pace dentro al Pd ha anteposto l’unità di intenti con la sinistra del Campo largo, composta da M5s e Avs. A Paolo Gentiloni, Walter Veltroni, Romano Prodi, e a gran parte della galassia della sinistra cattolica questa china non piace. Non piace affatto. E’ questo l’eloquente non detto che si nasconde dietro il dissenso di Graziano Delrio, Sandra Zampa, Walter Verini, Alfredo Bazoli, Filippo Sensi e Pier Ferdinando Casini: i sei senatori del Pd che due giorni fa, a differenza del resto del gruppo, hanno votato a favore del ddl Antisemitismo al Senato. Non è solo una diversità di vedute dentro al partito sulla definizione dell’International holocaust remembrance alliance (Ihra) adottata dal provvedimento e considerata controversa dal Pd schleiniano (nonostante la stessa segretaria, quando era eurodeputata, firmò affinché i governi Ue adottassero questa definizione nei loro ordinamenti). C’è molto di più. Un metodo che non convince i padri nobili del Pd. Il voto di due giorni fa, infatti, ha certificato una cosa che nel Pd tutti – sostenitori di Schlein o suoi critici – sanno molto bene: la vera opposizione alla segretaria ha il suo quartier generale a Palazzo Madama. E non è solo perché siede qui questa nutrita pattuglia di senatori che, come ha dimostrato il voto sul ddl Antisemitismo, non ha timore di sfidare la linea ufficiale del Nazareno, ma anche, anzi soprattutto, per la storia personale e, per così dire, la legacy, che ciascuno di questi senatori si porta dietro. Accanto a ciascuno di loro, infatti, si cela in modo neanche troppo nascosto lo scontento di uno dei fondatori e grandi vecchi del partito. Sandra Zampa, negli ultimi mesi, è stata tra le voci più critiche nei confronti della segretaria. E a ogni sua dichiarazione qualcuno si voltava in direzione di Bologna. “Come dice Romano…”, premette spesso lei. Zampa infatti è stata la portavoce di Romano Prodi a Palazzo Chigi, alla Commissione Ue. Per l’ex presidente del Consiglio e fondatore dell’Ulivo è quasi una sorella minore. Anche Filippo Sensi è un ex portavoce. In questo caso di Paolo Gentiloni, che lo ereditò dal suo predecessore, Matteo Renzi. Il rapporto tra Sensi e Gentiloni è rimasto solido, solidissimo, anche dopo quell’esperienza. E anche se il senatore del Pd non svolge più quel ruolo, e a Palazzo Madama si muove in completa autonomia, è chiaro che quando manifesta disappunto per le scelte poco condivise di Schlein in tanti immaginano, e non sbagliano, che il suo punto di vista non sia poi così diverso da quello dell’ex premier e commissario europeo dem. In questo gioco di proxi politico, anche Walter Verini echeggia qualcuno. Un suo potente omonimo di cui è stato prima collega all’Unità, poi capo di segreteria al ministero della Cultura, alla presidenza del Consiglio e alla guida del Pd. Insomma, lo avrete capito, il suo malcontento è anche quello, mai esplicitato sui giornali, ma non per questo ignoto al Nazareno, del fondatore e primo segretario del partito Walter Veltroni. Graziano Delrio, invece, è il megafono del malessere dei cattolici. Amato trasversalmente dentro il partito, era il primo firmatario e ideatore della proposta sull’antisemitismo disconosciuta da Schlein e dal suo uomo a palazzo Madama, il capogruppo Francesco Boccia. Ma già da mesi prima di questo scontro era tra coloro che invitavano il Nazareno a “un maggiore ascolto”. C’è infine Alfredo Bazoli, animatore dei comitati per l’Ulivo, prodiano e poi, dalle fila della Margherita, tra i massimi sostenitori della nascita del Pd. Ma ancor prima della sua storia personale, Bazoli porta quella della sua famiglia: suo nonno, Stefano, fu esponente democristiano dell’Assemblea costituente, mentre il bisnonno, Luigi, nel 1919, fu tra i fondatori del Partito popolare, dando vita alla sezione bresciana del movimento di don Luigi Sturzo. A votare con questo manipolo di senatori, che è una biblioteca vivente della storia del Pd, c’è poi Pierferdinando Casini: l’ultimo democristiano che, con Letta alla guida, aveva trovato rifugio nelle liste dem alle elezioni del 2022 e che adesso guarda alla trasformazione del partito condotta da Schlein con qualcosa di più di un semplice scetticismo.