Non è un Sì esplicito alla riforma Nordio che sarà sottoposta a referendum fra un paio di settimane, ma poco ci manca. Sull’ultimo numero della Civiltà Cattolica, la storica rivista dei gesuiti pubblicata previo imprimatur della Segreteria di stato vaticana, Giovanni Cucci e Michele Faioli hanno scritto un articolo che inquadra il tema del contendere, sottolineando che la questione “tocca uno dei punti centrali della democrazia italiana”. Civiltà Cattolica non pubblica mai endorsement, illustra linee di pensiero (sempre argomentate) e lascia alla coscienza del lettore valutare. Di certo, la posizione presentata non è quella dei “confratelli” gesuiti di Aggiornamenti sociali, contrari alla riforma. Sulla rivista romana, invece, dopo aver presentato le ragioni dei favorevoli e dei contrari e descritto cosa accadrebbe se il referendum desse il via libera alla riforma, si arriva al cuore della faccenda: “La riforma Nordio sposta il baricentro della magistratura da un modello corporativo-elettivo a un modello procedurale, volto a separare nettamente le carriere dei giudici da quelle dei pm”. La riforma, prosegue il testo, “va contestualizzata all’interno di un percorso storico-legislativo che dura da quasi quarant’anni, le cui radici affondano nella transizione dal modello inquisitorio a quello accusatorio e nei successivi, ripetuti tentativi di riequilibrare i poteri costituzionali tra accusa e difesa. Anzi, per essere più precisi, la riforma andrebbe inquadrata in una transizione che si radica nella distinzione tra modello ‘inquisitorio’ e ‘accusatorio’”. Faioli e Cucci scrivono quindi che “il vero antecedente logico della riforma attuale è il Codice di procedura penale del 1988, che porta la firma del giurista e partigiano Giuliano Vassalli. Con quel testo, l’Italia abbandonò il modello ‘misto’ (di derivazione napoleonica e, in parte, fascista), per adottare un sistema accusatorio di tipo anglosassone, basato sulla dialettica tra le parti e sulla formazione della prova in dibattimento”. Tuttavia, notano gli autori, “la Riforma Vassalli introdusse un modello processuale accusatorio in un quadro ordinamentale che restava, di fatto, unitario. Molti processualisti dell’epoca – tra cui lo stesso Vassalli, Franco Cordero e Giovanni Conso – avvertirono che un processo di parti senza la separazione delle carriere sarebbe rimasto un’opera incompiuta: un impianto accusatorio a metà, si sosteneva allora. Se il pubblico ministero e il giudice continuavano a condividere carriere, formazione e organo di autogoverno (il Csm), la parità delle parti prevista dal codice rischiava di essere vanificata da una ‘comunanza di visione’ professionale”. Ergo, “la proposta del ministro Nordio si inserisce quindi in una scia di tentativi falliti o parziali che hanno segnato la Seconda Repubblica”. Insomma, è la conclusione, “il referendum del 2026 rappresenta un passaggio importante per l’ordinamento italiano, ponendo i cittadini di fronte alla scelta tra il completamento del modello accusatorio, attraverso la separazione delle carriere e il sorteggio per il Csm, e la difesa dell’unità, anche culturale, della magistratura”. E i principali pericoli, quali sono? Per Civiltà Cattolica, i timori sono relativi a “un possibile isolamento del pubblico ministero e un indebolimento dell’autorevolezza degli organi di autogoverno”. Niente di drammatico, insomma: nessun ritorno al Ventennio di sciagurata memoria.