Il 3 marzo, su iniziativa di Monsignor Davide Milani, presidente dell’Ente dello Spettacolo, è stata inaugurata una saletta cinematografica all’interno della sede Cei, in via Aurelia, intitolata a Mario Verdone. “Presenti io e mio fratello Luca. Mio padre ci ringrazierà dal cielo”, racconta Carlo Verdone in una intervista con Formiche.net.“Debbo dire che sono state veramente toccanti le parole di Monsignor Davide Milani, presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, e del critico Giuseppe Pontiggia. Tutti si sono soffermati su una delle peculiarità di Mario Verdone come studioso, ossia quella del “critico viaggiatore”. Infatti egli si è sempre interessato nello scovare il bello nelle manifestazioni artistiche, particolarmente del cinema. Attraverso i molti festival che ha frequentato come critico, giornalista, curatore di sezioni della Mostra del Cinema di Venezia, e, al contempo, in qualità di vicedirettore del Centro Sperimentale di Cinematografia. Una vita dedicata al cinema. Con viaggi, potremmo dire, in quasi tutti i Paesi. Oltre che in Europa, ha spesso viaggiato in Asia, in America. Incoraggiando, ripeto, autori sconosciuti ai più. Io stesso l’ho accompagnato, come giovane autore, sia a Tokyo che in Armenia.E su questo aspetto dello “studioso viaggiatore” tuo fratello Luca gli ha dedicato un documentario…Sì, debbo riconoscere che nel film Il critico viaggiatore (2025), Luca è stato attento a sottolineare questa sua vena poetica nello studiare e raccontare il cinema, attraverso il viaggio, nelle due coordinate, dei luoghi e del tempo variabili della nostra vita quotidiana.Mi vengono in mente le belle conversazioni con tuo padre, a casa tua, proprio a proposito dei suoi “viaggi-studio”, alla scoperta di autori ancora sconosciuti da noi. Egli ci teneva a ricordare, per esempio, quando a New Delhi s’imbatté nel film Aparajito (1956) di Satyajit Ray: lo segnalò subito per la Mostra del Cinema di Venezia: il film invitato, vinse il Leone d’Oro. Oppure, quando, al Festival di Mar del Plata, come presidente di Giuria, dopo la proiezione di Le ombre degli avi dimenticati di Serghej Paradzjanov, disse agli altri giurati, ‘questo è un capolavoro!’, ottenendo l’unanimità. E Paradzjanov, che giaceva nelle prigioni sovietiche, ebbe un momento di sollievo…Esatto. Potrei aggiungere altri esempi. Era estimatore di autori appartenenti a cinematografie poco distribuite in Italia: da quella russa, a quella cecoslovacca, a quella ungherese. In Europa occidentale, per esempio, ampliò gli studi sul cinema di René Clair, non del tutto conosciuto in Italia; promosse il cinema del portoghese di Manoel de Oliveira. A proposito di quest’ultimo, a Siena, al Festival del Documentario sul Folclore, a metà degli anni Cinquanta, premiando il suo O Pintor e a Cidade (1956), lo incoraggiò a persistere con il cinema, in un momento difficile per l’artista portoghese: stava lasciando il cinema di fronte alle difficoltà produttive. Grazie a quel premio Manoel si riprese, e gliene fu sempre grato.Guarda, rimanendo in un’area, oggi, purtroppo, drammaticamente attuale, ricordo che era un convinto estimatore del cinema iraniano. Divenne amico di Abbas Kiarostami, al quale dedicò una poesia ispirata a un suo film: lirica molto apprezzata dal noto regista.A mio padre piaceva dimostrare, con la ricerca e il serio studio, come il cinema fosse realmente quella “settima arte”, che ricomprendeva tutte le altre arti. In esergo a uno dei suoi libri cita la frase di Vladimir Majakovskij, “Il cinema è la logica conclusione di tutte le arti”, che prese non solo come suo obiettivo estetico nello studio, ma anche come fine etico.A noi studenti proiettava film rarissimi: ungheresi, belgi, giapponesi, oltre ai classici del cinema, come Clair, Vertov, Vigo, Murnau, Pabst. Erano opere di poesia.Infatti, mio padre cercava nei film la poesia. E, noi ci ricordiamo che quei film d’autore, in quegli anni, o si recuperavano a lezione di qualche professore come lui, o nei cineclub. A Roma era l’unico che proiettava film. Commentandoli. Non erano ancora arrivate le Vhs. Papà aveva rispetto per gli studenti. Ci teneva che scoprissero i veri capolavori e non si nutrissero solo di cinema commerciale. Questa attenzione pedagogica si rafforzava in lui anche grazie alla presenza di una donna di fine cultura, accanto a lui sin dagli anni giovanili, nostra madre Rossana, professoressa alle superiori.Al centro dei suoi molteplici interessi c’era naturalmente il cinema, con il suo portato, ossia “la cultura del film”, come recita un suo libro best-seller degli anni Settanta. E, poi, tutto intorno: il teatro di prosa, il teatro di marionette, la pittura, la letteratura, la danza, la musica, il costume, il circo, gli spettacoli popolari (per esempio la tauromachia). Altri campi di indagine, nella sua “fame” di cultura, erano, innanzitutto il Futurismo, con libri apripista già alla fine degli anni Sessanta e, poi, il rapporto degli intellettuali con la settima arte, le avanguardie storiche nel cinema – l’espressionismo, il dadaismo, il surrealismo, il realismo sovietico- , oltre alla storia del teatro del Novecento, cui dedicò diversi di volumi.Noi tre ragazzi si rimaneva a bocca aperta a sentirlo parlare. Insomma, era attento osservatore di ogni fenomeno culturale. Era un papà “giovane”. Basti pensare che nel giugno del 1965, per l’unico concerto dei Beatles in Italia, a Roma, al cine-teatro Adriano, prese i biglietti, senza che nessuno glielo dicesse e, con mia incommensurabile gioia, mi ci portò: ero il più grandicello (14 anni e mezzo) dei tre figli!Sicuramente la sua formazione giuridica, con Norberto Bobbio, gli aveva consentito di acquisire un metodo razionale nella ricerca…Credo di sì. Questo, del resto, è stato comprovato anche da attenti studi, come quello di Stefano Moscadelli. Sono certo come lo studio del diritto lo avesse formato ad affrontare con la logica anche i problemi dell’estetica cinematografica. Era così curioso e attento che Dino Buzzati ospitò, sulle pagine del “Corriere della Sera”, i suoi pezzi dalle città del mondo che visitava per i festival o per cercare film per la Mostra di Venezia: il grande scrittore aveva capito che in Mario vi era un autentico “critico viaggiatore”. Uno curioso di valicare i confini.Torniamo, per un attimo, al suo taglio che io chiamo comparativo ante litteram, ossia il “legare” il cinema con le altre arti, nell’analisi di un film.Innanzitutto, consideriamo che egli è stato il primo professore ufficiale, universitario, ad insegnare la storia del linguaggio del cinema, in una facoltà umanistica, prima all’università di Parma poi alla Sapienza di Roma. Ecco che, quasi naturalmente, il suo approccio metodologico, che tu chiami “taglio comparativo”, presente in ogni suo scritto, si inseriva perfettamente nella formazione dei futuri laureati in lettere o in filosofia. Nei suoi studi, il “cinema” non rimane mai da solo. Certo, come storico del cinema, comparava film con film, ma, allo stesso tempo, cercava, nel linguaggio del film, la dimensione letteraria, quella pittorica, quella musicale, del costume, della scenografia.Negli anni Quaranta, per esempio, pubblicò un saggio esemplare sul ruolo del cappello nella storia del cinema: partendo dalla bombetta di Charlot per approdare al cappello nei diversi generi: western, film di guerra, noir e poliziesco, film in costume, ecc. Collegando costume, recitazione, fotografia, regia, letteratura. Era attento ad ogni elemento della regia. Pochi sanno che egli stesso si mise dietro la macchina da presa per dei documentari che andrebbero rivalutati.Che tipo di professore era Mario Verdone?Meticoloso, serio, ma non cattivo, credo. Se facevi scena muta o dicevi castronerie, con cortesia ti invitava all’appello successivo. Anche io, suo figlio, ho studiato sui suoi libri. Tra l’altro dovetti superare l’esame per il quale fui bocciato al primo tentativo, come più volte ho raccontato. Esigeva che si conoscessero tutti i grandi registi, da quelli francesi a quelli sovietici.Debbo dire che le sue lezioni erano ricche di scoperte culturali. Niente nozionismo, si andava dritto al testo filmico. Analisi legate all’opera. Non amava i discorsi fumosi. Nel periodo in cui frequentai c’erano giovani di talento, poi registi, come Nanni Moretti; negli anni successivi si alternarono altri studenti attenti, come Ferzan Ozpetek. Diversi ex studenti dei suoi corsi sono diventati studiosi di cinema, critici, docenti nelle università o nelle scuole.Debbo dire che il suo carisma intellettuale di abile comunicatore, con un leggero accento toscano, era di grande presa sugli studenti. Probabilmente, il suo accento senese, a Roma, lo rendeva simpatico. Aveva un gran cuore. Aiutava i giovani. Presso l’Istituto di Scienze dello Spettacolo, da lui fondato nel 1975, incoraggiò la produzione di cortometraggi di giovani allievi, come tu ben sai, rigorosamente in 16mm. Tra gli altri, il tuo collega François Proïa, poi ordinario di Lingua e letteratura francese presso l’Università di Chieti. Portò voi ragazzi al Festival delle scuole di cinema a Karlovy Vary, con i vostri cortometraggi, se non ricordo male.Esatto. Mi permetto di aggiungere altri giovani appassionati di cinema che frequentarono le sue lezioni, qualche anno dopo la tua laurea, quando io ero al mio primo anno di assistentato: il futuro regista Fabio Segatori; il futuro funzionario della biblioteca del Centro Sperimentale, Giancarlo Concetti, il futuro regista Daniele Luchetti.Vedi quanti nomi!Cambiamo tema con una domanda diretta: cosa pensava Mario del tuo cinema?Mi diceva: “Rispetto il fatto che tu abbia scelto la commedia. Ma stai attento! È un genere delicato, molto difficile. E, comunque, ti consiglio di metterci sempre della poesia. Altrimenti una commedia senza poesia è insipida”.Torniamo all’inaugurazione della sala Cei. Quale film avete proiettato?A dir la verità, il giorno prima, una folla di titoli mi si è addensata nella mente. Non sapevo quale film proporre. Egli amava tanti autori, avendoli studiati attentamente. Ho pensato, quindi, a opere di Louis Buñuel, di René Clair, di Carl Dreyer, di Roberto Rossellini, di Vittorio de Sica, di Luchino Visconti, di Federico Fellini, di Manoel de Oliveira. Non sapevo decidermi. Poi i curatori mi hanno detto, “ma quale tuo film, Carlo, farebbe piacere vedere a tuo padre, se fosse qui domani sera?”. Senza esitare, ho risposto: Io, Lara e loro. Un film che parla al nostro intimo, ci interroga sui momenti di solitudine che ogni uomo deve affrontare, inevitabilmente, anche se fa il prete. Un film realizzato mentre mio padre ci accingeva a lasciarci. Una storia in cui c’è, credo, lo dico senza presunzione, della poesia.Qual è la lezione che ti ha lasciato Mario?Quello che si è ricordato all’inaugurazione della Saletta Cei: la curiosità per ogni espressione artistica: l’amore per la bellezza dell’arte. È stata una toccante serata. Mio padre ci ringrazierà dal cielo. Ma siamo noi a ringraziarlo per averci insegnato ad amare l’arte (Pausa). Era un uomo magnanimo. Scrisse un raccontino delizioso, dedicato alla magnanimità, che ricordo sempre. E, prima di lasciarci, era in clinica, disse a mio figlio Paolo, allora laureando, “ricordati di essere magnanimo, con tutti”.