di Andrea Cantelmo –Le ultime mosse di Viktor Orbán stanno riportando l’Ungheria al centro delle tensioni europee, ma non per un ruolo di mediazione o leadership. Al contrario, il premier ungherese sembra aver consolidato una strategia politica fondata sullo scontro continuo con l’Unione Europea, utilizzando ogni passaggio negoziale come leva per ottenere concessioni o rallentare decisioni comuni.Il nodo più evidente resta quello legato al sostegno all’Ucraina. In un momento in cui Bruxelles prova a mantenere una linea compatta, Budapest continua a distinguersi per ambiguità e resistenze, spesso giustificate con motivazioni economiche o di sicurezza energetica. Tuttavia, questa postura finisce per indebolire il fronte europeo, offrendo margini di manovra a chi ha interesse a sfruttare le divisioni interne.Parallelamente, rimane aperto lo scontro sui fondi europei congelati. Il governo ungherese contesta i vincoli imposti da Bruxelles sul rispetto dello Stato di diritto, ma allo stesso tempo utilizza il proprio peso politico per negoziare lo sblocco delle risorse. Un braccio di ferro che, nei fatti, contribuisce ad alimentare un clima di sfiducia reciproca e a rallentare il funzionamento delle istituzioni comunitarie.Anche sul piano interno, le scelte recenti non mostrano segnali di discontinuità. Il controllo dell’informazione e la pressione sulle voci critiche restano elementi centrali del sistema costruito negli anni da Fidesz. Le opposizioni faticano a trovare spazio e visibilità in un contesto mediatico fortemente polarizzato, mentre le istituzioni indipendenti appaiono sempre meno in grado di esercitare un ruolo di bilanciamento effettivo.In questo quadro si inserisce anche il tema delle elezioni, oggi molto più incerte rispetto al passato. La sfida con Péter Magyar ha cambiato gli equilibri, trasformando il voto in un confronto reale dopo anni di dominio quasi incontrastato. Per la prima volta, Orbán si trova di fronte a un avversario capace di intercettare una parte significativa dell’elettorato, soprattutto tra i più giovani e nelle aree urbane.Tuttavia l’apertura della competizione non coincide automaticamente con condizioni di parità. Il sistema elettorale e mediatico costruito negli anni continua a favorire il governo, rendendo più complesso per l’opposizione trasformare il consenso in una vittoria concreta. La campagna elettorale riflette questa asimmetria: da un lato una macchina politica consolidata, dall’altro un’alternativa ancora in fase di strutturazione, nonostante il crescente sostegno.Guardando al voto, il rischio è quello di un paradosso: elezioni più combattute, ma non necessariamente più equilibrate. Anche in presenza di un calo di consenso, Orbán potrebbe beneficiare di un impianto che negli anni ha rafforzato la sua posizione. Allo stesso tempo, una eventuale affermazione dell’opposizione aprirebbe scenari complessi, con un sistema istituzionale ancora fortemente segnato dall’impronta del premier uscente.Nel complesso, la traiettoria attuale non sembra indicare un riavvicinamento tra Budapest e i partner europei. Al contrario, la strategia di Orbán appare sempre più orientata a consolidare il consenso interno attraverso il conflitto esterno, anche a costo di accentuare l’isolamento dell’Ungheria. Una scelta che, nel breve periodo, può rivelarsi efficace sul piano politico, ma che nel lungo rischia di tradursi in un progressivo indebolimento del Paese all’interno dello scenario europeo.