Negli ultimi giorni sono stati pubblicati da autorevoli istituti nazionali ed esteri diversi documenti ricchi di dati che aiutano a chiarire quali prospettive i decisori politici devono affrontare nel biennio corrente alla luce degli sconvolgimenti del quadro geopolitico internazionale. L’Istat, la Bce, la Confindustria e l’Ocse hanno aggiornato le loro analisi e formulato in alcune di esse ipotesi alternative sul corso che l’economia italiana e dei Paesi partner si troverebbero a dover fronteggiare nel biennio corrente.Nel clima di accentuata incertezza provocata dai conflitti in corso sul fronte orientale dell’Ue e nel Golfo Persico, oltre che in altre aree del mondo, non si poteva fare altro che procedere per scenari alternativi, precisando linee di condotta o di tendenza con cui i governanti devono confrontarsi. Tracciare alternative e probabili tendenze può non soddisfare i chiamati a decidere le misure di politica economica, ma almeno getta un prezioso barlume di luce per diradare un poco della nebbia che oscura e ritarda importanti decisioni sulla conduzione dell’economia.L’aspetto che meglio sintetizza i risultati delle analisi di questi istituti è la previsione di un afflosciamento della crescita dell’economia italiana nel biennio 2026-2027. Il prodotto nazionale è atteso aumentare a tassi molto bassi e inferiori di metà a quelli dei Paesi dell’area euro. La stagnazione economica continuerà col risultato di approfondire il distacco dalla media dei Paesi partner e ancor più dall’andamento dell’economia americana, che mantiene il suo primato tra i maggiori Paesi dell’Ocse in termini sia di livello del reddito, sia della sua dinamica.L’Ocse ha ridimensionato la crescita per questo anno allo 0,4% nello scenario di base, che ipotizza un’attenuazione delle tensioni sul costo dei combustibili e dei fertilizzanti nella seconda metà dell’anno. La stima della Confindustria è sostanzialmente in linea con quella dell’Ocse con un incremento dello 0,5%. Anche la crescita nell’area Euro e negli Usa è ridimensionata verso il basso, rispettivamente allo 0,8% e al 2,0%.L’economia mondiale mostrerebbe più resilienza di fronte agli sconvolgimenti con una dinamica in calo al 2,9% rispetto allo scorso anno, ma meno instabile. Al calo della crescita si contrappone il rialzo dell’inflazione tanto in Europa che in America. Il balzo in su per l’Italia sarebbe notevole rispetto all’anno scorso, passando dal ritmo dell’1,6% del 2025 al 2,4% nel 2026, pur restando inferiore alla media dei Paesi euro al 2,6% e ancor di più a quello previsto per gli Usa (4,2%).In questo quadro sorge spontaneo chiedersi come mai l’economia italiana che dopo più di quattro anni avrebbe dovuto mostrare i benefici delle misure del Pnrr resta invischiata nella stagnazione, oppure nella migliore delle ipotesi in un futuro di espansione attorno all’1% annuo, quando altre economie comparabili all’interno dell’Ue avanzano a tassi doppi.Indubbiamente l’attuale panorama economico mondiale è peggiorato rispetto a quattro anni fa malgrado già nel 2022 si fossero manifestate gravi tensioni sulle quotazioni petrolifere in seguito alla guerra della Russia all’Ucraina. Superata quella fase, le tensioni si sono riproposte più recentemente per l’ondata di protezionismo commerciale innescata dal presidente Trump e successivamente per i nuovi gravi conflitti in Medio Oriente scoppiati a opera dello stesso presidente e di altri Paesi. L’attuale crisi petrolifera si presenta ancor più grave della precedente perché oltre che con picchi di prezzo si manifesta con blocchi delle forniture. Lo shock dal lato delle quantità offerte ha imposto un’improvvisa riprogrammazione delle catene di fornitura con costi aggiuntivi che si riflettono sull’andamento dei prezzi in generale.L’attuazione del Pnrr non ha ridotto significativamente la dipendenza dell’economia dalle fonti estere di energia, mantenendo una vulnerabilità del Paese maggiore rispetto a quella delle grandi economie europee. Il Pnrr, invece, sostenendo la domanda di investimenti, particolarmente per le infrastrutture, e spingendo il Paese ad adottare alcune riforme ed incentivi a favore dell’efficienza e di un migliore funzionamento dei mercati ha contribuito a elevare la crescita e il suo potenziale. Secondo stime della Banca d’Italia, in assenza della realizzazione del Pnrr la crescita sarebbe stata di 1,5-2% inferiore nelle fasi di picco. Considerato che il tasso di espansione dal 2023 al 2025 è sceso dallo 0,9% allo 0,5% si dovrebbe inferire che senza l’apporto delle opere del Pnrr la produzione nazionale sarebbe rimasta ferma o in diminuzione. L’impatto positivo dovrebbe continuare gradualmente nel corso dei prossimi anni, benché sia condizionato dalla capacità di stimolare l’innovazione, gli investimenti e l’iniziativa degli imprenditori privati. Ma non si può sostenere che l’economia a seguito del Pnrr sia in condizione di uscire prossimamente dalla stagnazione.Mentre nell’attuale ciclo economico l’espansione è risultata modesta l’occupazione ha avuto un andamento molto positivo con il risultato di una produttività del lavoro che prevedibilmente si manterrà su bassi ritmi. Su quest’ultima, insieme a quella multifattoriale si dovrà, invece, fondare una parte importante dello sviluppo economico nel medio termine, per bilanciare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione e del declino delle nascite al netto dei decessi.Sul piano congiunturale altri ostacoli si frappongono alla ripresa economica: in particolare, il peggioramento delle ragioni di scambio a seguito dei forti rincari dei petroliferi, l’impatto della crisi sull’avanzata dei prezzi interni, i riflessi negativi sulla domanda interna a cui non può sopperire un’adeguata politica di aiuti pubblici ai settori più vulnerabili per le ristrettezze della finanza pubblica e la debolezza della domanda estera al netto delle importazioni. Per contrastarne gli effetti il Paese non dispone di sufficienti margini di manovra nel bilancio pubblico, né può contare sulla continuazione di una politica monetaria accomodante.La finanza pubblica è attualmente impegnata in un programma pluriennale di rientro dai disavanzi eccessivi e di riduzione del debito. Per riacquisire margini per nuove spese dovrebbe appellarsi alla presenza di circostanze eccezionali, ma andrebbe incontro a un aumento del debito che i mercati finanziari non mancherebbero di penalizzare con aggravi di interessi. Sulla politica della Bce di variazione del costo del denaro, la presidentessa Lagarde è stata recentemente molto chiara nell’affermare che si procederà a un tempestivo rialzo qualora apparissero segnali di diffusione di impulsi all’inflazione.Quali forze dovrebbero, quindi, sostenere la ripresa congiunturale? Nell’ultimo triennio la domanda interna ha svolto il ruolo trainante sulla crescita sotto la spinta (+0.7% nel 2025) dei consumi (al netto dell’inflazione) accompagnati da un pari incremento percentuale degli investimenti fissi. La dinamica dei consumi ha un peso determinante nella formazione del Pil, rappresentando i tre quarti della spesa annua, con quelli delle famiglie al 56% circa, mentre gli investimenti benché essenziali concorrono per il 22%. L’aumento dei consumi (1% nel 2025) è stato, tuttavia, superato da quello degli investimenti fissi lordi (3,5%) che ha riguardato tutti i principali componenti, costruzioni, macchine, mezzi di trasporto e proprietà intellettuale.Le esportazioni, pur mostrando una resilienza nelle fasi avverse del ciclo economico, non hanno avuto una forza tale da trainare l’economia fuori dalla stagnazione. Benché abbiano una consistenza pari a poco meno di un terzo (32%) del Pil, il loro contributo al suo sviluppo è compensato dall’incremento delle importazioni. Di fatto, il loro contributo netto nel periodo 2020-2025 è risultato pressoché nullo per l’alternanza di anni in positivo con quelli in negativo. A parte queste oscillazioni lungo il trend, l’export presenta alcune debolezze di fondo ben illustrate dall’Istat. Si presenta maggiormente dipendente dalle vendite in Paesi extra-Ue, in particolare negli Usa; ha subito i contraccolpi delle nuove barriere tariffarie americane; ha registrato nell’ultimo anno un’accelerazione della penetrazione dei prodotti cinesi nel mercato interno e una loro più intensa concorrenza sui mercati esteri, in specie nei settori del Made in Italy; e mostra un’accentuata dipendenza dai Paesi extra-Ue per le forniture di prodotti petroliferi e di quelli a valenza strategica, anche di provenienza cinese. Nel confronto con i maggiori Paesi europei, l’Italia risulta altresì più esposta come fornitore di beni e servizi a Paesi dal rischio geopolitico medio o elevato.Nel complesso, l’attuale quadro congiunturale non lascia intravedere segnali di una positiva evoluzione, ma una prevalenza di fattori di deterioramento d’origine esterna, che rischiano di aggravare le condizioni economiche interne. Il prolungarsi e l’estendersi del conflitto in Medio Oriente acuisce le tensioni sui prezzi dell’energia e di una serie sempre più ampia di prodotti essenziali, inclusi quelli agro-alimentari. Intralcia il commercio internazionale e riduce gli spazi per il necessario riorientamento delle forniture e degli scambi verso aree meno interessate dagli eventi bellici. Ormai i decisori politici devono adeguarsi a scenari in peggioramento.L’Ocse stima che, nell’ipotesi di permanenza del costo del barile petrolifero a $135 nel secondo trimestre dell’anno e del gas naturale al Ttf a €77 per MWh, la crescita in Europa si abbasserebbe rispetto alla previsione attuale di 0,4% nel primo anno e di circa 0,7% nel secondo anno, in parallelo con un rialzo dei prezzi al consumo di circa 0,5% in ciascun anno. Secondo gli scenari tracciati dalla Confindustria, in un conflitto che si estendesse oltre il marzo corrente, l’economia italiana entrerebbe in piena stagnazione con crescita nulla nel 2026 e appena dello 0,1% l’anno prossimo. L’ascesa dei prezzi al consumo raggiungerebbe 4,3% per ripiegare sotto il 3% nel 2027. I consumi avrebbero un lieve incremento e gli investimenti un lieve decremento. In uno scenario di guerra prolungata all’intero anno, invece, l’economia entrerebbe in recessione con inflazione al 5,9%.Tralasciando la verifica della latitudine di queste stime numeriche, è evidente che nel clima di estrema incertezza e di rincari importanti la capacità di spesa e la propensione al consumo degli italiani si restringono con ricadute negative sulla crescita. Gli investimenti pubblici non potranno che impegnarsi a completare nei tempi più stretti le opere incardinate nel Pnrr, ma quelli privati risentiranno negativamente della grande incertezza che persiste. L’urgenza di investire nel risparmio energetico, nelle rinnovabili e nel potenziamento della difesa nazionale potrebbe indurre a qualche modesto sostegno alla congiuntura, mentre un apporto più consistente dovrebbe provenire dalla necessità di investire nelle infrastrutture per l’applicazione dell’Intelligenza Artificiale. Da quest’ultima è possibile derivare guadagni di produttività, opportunità di innovazione e margini di competitività.Per la politica economica si impongono scelte molto difficili per l’esigenza di bilanciare misure di mitigazione dello shock sui prezzi e sulle attività economiche con i problemi di riequilibrio di bilancio e contenimento del debito. L’Ocse raccomanda di limitare gli aiuti alle famiglie effettivamente bisognose, di indirizzarli con maggiore precisione e di non spegnere gli incentivi all’efficienza nei consumi energetici e all’espansione degli investimenti nelle rinnovabili.Per un Paese come l’Italia, con l’annoso gravame di una finanza pubblica sbilanciata e in bilico sull’insostenibile, queste raccomandazioni sono ampiamente da condividere. In sostanza, si tratta di procedere a una riallocazione delle spese pubbliche da forme di agevolazione ed assistenza generalizzate a tutti i cittadini verso una focalizzazione ristretta sui più bisognosi e sugli impieghi più fecondi. Il risultato sarebbe liberare risorse da rivolgere agli investimenti privati e pubblici per ridurre la dipendenza energetica e per stimolare la produttività e redditività delle imprese. Nello stesso arco di tempo vanno destinate più risorse alla difesa, che se in congiunzione con la promozione di R&I e produttività potrebbero elevare la traiettoria di sviluppo dei prossimi anni. Questa non sembra, peraltro, l’attuale linea del governo a un anno dalle elezioni parlamentari. Esigenze di massimizzare i consensi politici contrastano con quelle di razionalità economica nell’agire per una duratura ripresa economica. Si vedrà se si riuscirà a contemperare le une con le altre, o se prevarrà l’opportunismo a spese di un futuro più prospero.