In questo momento storico si dibatte molto intorno alla necessità di una nuova politica industriale europea e del fallimento di alcuni strumenti di politica industriale ed energetica in Europa. Si possono indicare per esempio l’Ets (Emission trading scheme) ed il Cbam (Carbon border adjustment mechanism), dei quali giustamente si notano gli effetti collaterali negativi, una ‘reazione avversa’ da parte dei soggetti cui si indirizzano ed anche impatti negativi su mercato e competitività, e quindi su industrializzazione, occupazione e produzione di valore aggiunto sul territorio Ue. Spesso tali effetti negativi si sono espressi in maniera pesante in Italia (più pesante che in paesi nostri competitor). Probabilmente non è stato adeguato il dialogo tra istituzioni e mondo delle imprese e delle parti sociali, cosa che avrebbe aiutato a valutare l’impatto delle impostazioni e delle regolamentazioni adottate.Occupandomi da sette legislature, e dunque quindici governi, delle relazioni tra mondo delle imprese ed istituzioni quali Parlamento e Governo, posso e devo testimoniare che le imprese hanno provato in tanti modi ed ininterrottamente – da molto prima che l’attuale fase storica di conflitti ‘vicini’ iniziasse – a segnalare quanto oggi diventa così evidente: la valenza strategica di certe produzioni ai fini dell’indipendenza, l’importanza del costo e degli approvvigionamenti diversificati di energia, il peso di obiettivi ambientali specifici posti in modo dogmatico (pur nell’ambito di una visione complessiva della sostenibilità ‘sostenibile’, che è condivisa), l’inopportunità di fardelli ‘solo’ europei che hanno compromesso la competitività sia sul mercato interno che su quello internazionale di certe produzioni, la lentezza nella adozione di contromisure commerciali, e così via.Quello che emerge da questi quasi tre decenni di ‘tavolo di confronto’ tra istituzioni e imprese, a livello Eu ed ancor di più italiano, è che non si è superato un pregiudizio esiziale nel dialogo tra le parti e che vede la voce delle imprese sempre posta in una condizione di debolezza intrinseca. Non c’è dubbio che rimanga – e debba rimanere – la vitale funzione eminentemente politica di coniugare gli interessi settoriali con quelli generali, svolta da individui liberi. Questa fase emergenziale però fa tornare in superficie – per chi colpevolmente lo avesse dimenticato – il ruolo cruciale svolto dallo stato di salute del sistema delle imprese che garantisce, di rimbalzo, anche il livello di servizi dello stato sociale offerti ai cittadini (ovvero, ciò che la politica deve ‘gestire’) e quindi la coesione e la pace sociale, la qualità della vita in ultima analisi. Probabilmente è il momento giusto, forse l’ultimo di questa ‘era’, per uscire da un grande equivoco, a volte strumentalizzato in modo colpevole soprattutto in casa nostra: diamo alla voce imprenditoriale la dignità che merita ed il posto cui ha diritto al tavolo del processo decisionale politico, senza considerarla delegittimata in quanto ‘interessata’, come a volte si intende ascoltando le vibrazioni dei palazzi istituzionali. Come stiamo vedendo una buona parte degli interessi di cittadini ed imprese si intrecciano. Anche in assenza di una regolamentazione dell’attività di Lobbying, esistono ampiamente i presupposti costituzionali (artt. 2,3,18 e 49, 50, 71..) per una modifica culturale ed un accoglimento più consapevole del contributo che la conoscenza che sviluppa il mondo delle imprese porta, animata dal driver della crescita (che va regolato ed indirizzato, certo). Ad oggi, ancora, nel dialogo con le istituzioni si sgomita per farsi sentire, non esistono percorsi delineati e non si sa se quando si bussa alla porta si sarà ascoltati o cacciati in quanto ‘indegni’. Serve quindi un nuovo pilastro nel processo dell’elaborazione politica: quello di una consultazione strutturata e di paritaria partecipazione della parte imprenditoriale al processo legislativo e politico in generale. Ciò consente una migliore elaborazione delle politiche nazionali, e grazie ad una più forte e consapevole rappresentanza in Europa dei nostri governi, anche di avere un’Europa più forte e meno distante. Con l’ascolto e la collaborazione saremmo arrivati più preparati alle crisi energetiche, alle guerre commerciali, alle rivoluzioni tecnologiche. Abbattere il muro che ancora nella percezione dei cittadini divide le imprese dalla politica, sarebbe un passo di maturazione del nostro sistema Paese, a tutto vantaggio delle future generazioni.