di Shorsh Surme – Negli ultimi anni la Knesset ha portato avanti un processo che molti giuristi definiscono un vero e proprio “colpo di Stato sistemico”, intensificatosi nelle ultime settimane anche a causa del clima di guerra. In questo contesto, il ripristino della pena di morte occupa un posto di rilievo: rappresenta infatti un rifiuto radicale dei valori umani e liberali. Nel mondo liberal-democratico, l’abolizione della pena capitale è considerata una delle conquiste più significative dell’era postbellica. Israele aveva aderito a questo percorso in due modi: abolendo nel 1954 la pena di morte per omicidio, ereditata dal Mandato britannico, e mantenendo una prassi giudiziaria che ne impediva l’applicazione, salvo nei casi di crimini nazisti.Il codice penale israeliano elenca tuttora numerosi reati teoricamente punibili con la morte: crimini contro l’umanità e contro il popolo ebraico, gravi minacce alla sicurezza dello Stato, atti terroristici ai sensi del Regolamento di Difesa (Emergenza) del 1945, reati gravissimi commessi da soldati secondo la Legge sulla giustizia militare e omicidi perpetrati in Giudea e Samaria da persone non cittadine né residenti in Israele. Tuttavia, fatta eccezione per i crimini nazisti, la pena di morte è rimasta una previsione puramente teorica, priva di applicazione concreta. Un tempo Israele rivendicava con orgoglio questa scelta.Il nuovo corso politico, guidato da figure come Ben-Gvir e Smotrich, procede invece nella direzione opposta: sostituisce la disciplina giuridica con una retorica di vendetta, a condizione che il sangue versato non sia ebraico. L’approccio precedente era radicato tanto nella morale universale quanto in quella ebraica: uccidere deliberatamente una persona che non rappresenta più una minaccia e che può essere punita in altri modi costituisce un atto di estrema crudeltà, espressione di disprezzo per il valore della vita. Da questo punto di vista, la nuova legge rappresenta un successo per le organizzazioni terroristiche, che mirano a ridurre il divario morale tra i loro metodi illegittimi e lo Stato contro cui combattono. La Knesset rischia così di offrire loro un vantaggio simbolico rilevante. Inoltre, nessun sistema giudiziario può garantire l’assenza di errori, e un errore in questo ambito è irreversibile. Vale la pena ricordare che, nei pochi casi in cui la pena di morte è stata applicata in Israele, due si sono rivelati errati.Il primo è quello di Meir Tubiansky, condannato da un tribunale militare, giustiziato e poi completamente assolto. Il secondo è quello di Ivan Demjanjuk, inizialmente condannato e successivamente assolto in appello per gravi dubbi sulla sua identità come presunto “Ivan il Terribile” di Treblinka. Senza l’apertura degli archivi dell’intelligence sovietica, la sua assoluzione sarebbe stata altamente improbabile. Il rischio di errore aumenta ulteriormente in un clima di vendetta generalizzata e di disumanizzazione dei palestinesi, comprese donne, bambini e civili, che si riflette anche nelle condizioni di detenzione dei prigionieri. La nuova legge, invece di ridurre questo rischio, lo amplifica: elimina l’obbligo dell’unanimità nei tribunali militari della Cisgiordania, sostituendolo con una semplice maggioranza; abolisce, in possibile violazione del diritto internazionale, l’autorità del comandante militare di commutare le sentenze; impone infine che l’esecuzione avvenga entro novanta giorni.