Se il pallone italico è alla frutta (anche) perché schiavo di logiche vetuste, tra i pochi innovatori che negli ultimi decenni si sono affacciati sulla scena c’è sicuramente Aurelio De Laurentiis. Piaccia o non piaccia, il patron azzurro è riuscito in un’impresa che nel 2004, quando ha preso la squadra fallita, era pura fantascienza: vincere con i conti in ordine e i bilanci in attivo e farlo a Napoli. C’è riuscito Adl e l’ha fatto con innegabile capacità imprenditoriale, con visione e quel pizzico di follia che ti permette di sovvertire consuetudini che sembrano invalicabili: i bilanci in ordine come detto, la totale indisponibilità a correre dietro a capricci di procuratori e calciatori, e non solo.Dopo il disastro nazionale il patron è intervenuto con una lunga intervista a Umberto Chiariello su Radio Crc, radio partner del club azzurro in cui ha fatto il punto sulla situazione. Ha indicato i problemi: “Oggi si continua a voler essere 20 squadre, ma se tornassimo a 16 squadre, se abolissimo le Supercoppe da giocare in Arabia Saudita, risparmieremo i nostri giocatori – che sono un patrimonio da noi pagato – e avremmo il tempo per poter far allenare la Nazionale”. E ancora “il tatticismo di cui si bea il gioco italiano è propedeutico ad avere poi successo contro le altre Nazioni?”. E indicando in Giovanni Malagò un traghettatore ideale del pallone italico dalle paludi attuali ai successi futuri: “Gli basterebbero due anni”.Valutazioni condivisibili o meno, di certo da prendere in considerazione viste la capacità di visione mostrate in questi anni. Capacità di vincere, di mantenersi ai vertici del campionato italiano stabilmente tolta una stagione sciagurata e stabilmente in Europa: il Napoli non aveva mai vissuto un periodo da grande così lungo, neanche nell’era maradoniana, e il merito è inequivocabilmente di De Laurentiis. Ma vincere e diventare grandi comporta anche delle responsabilità. Certo, non sta al Napoli né a De Laurentiis salvare la Nazionale, ma è altrettanto vero che (anche) un Napoli forte e vincente dovrebbe contribuire a fornire campioni, colonne dell’azzurro.In questa nazionale c’erano Politano, Spinazzola, Meret, Buongiorno. C’era Raspadori che da Napoli è passato. Ci sarebbe stato Di Lorenzo. Ci sarebbe stato Vergara, forse. Già, Vergara: perché se il Napoli ha contribuito alla spedizione ahinoi ancora perdente con calciatori già fatti e formati, è proprio sulla formazione che il club di De Laurentiis non ha dato un gran contributo all’azzurro in questi anni. Insigne. E forse Vergara domani. Null’altro è uscito dal vivaio napoletano in questi anni. Troppo poco, soprattutto se rapportato alla continuità e al livello raggiunto dal club.Il nodo non è solo tecnico, ma strutturale e culturale. Il Napoli, a differenza di altri grandi club europei, non ha mai sviluppato un sistema giovanile all’altezza della prima squadra. Mancano infrastrutture di livello comparabile ai top club e l’ultimo dato noto sugli investimenti nelle giovanili parlava di poco più di due milioni di euro. La Primavera azzurra è retrocessa per due volte negli ultimi anni e da quando esiste la Youth League, in sostanza la Champions giovanile, solo una volta ha superato il girone, fermandosi comunque agli ottavi.E qui si inserisce anche un tema più ampio: la filosofia del club. Il Napoli di De Laurentiis ha costruito i propri successi attraverso scouting internazionale, intuizioni di mercato, valorizzazione di talenti già formati altrove. Una strategia brillante e vincente, ma che inevitabilmente ha lasciato in secondo piano la produzione interna. Oggi però il calcio italiano paga anche questo squilibrio. E attenzione, l’abbiamo detto: non sta a De Laurentiis né al Napoli salvare l’Italia, ma è una sfida che può raccogliere. La crisi della Nazionale non nasce solo da errori federali o da calendari troppo fitti, ma anche dalla difficoltà dei club — soprattutto quelli di vertice — di alimentare un serbatoio nazionale di qualità.Ed è qui che il discorso torna a De Laurentiis. Perché essere un modello significa esserlo a 360 gradi. Vincere, innovare, gestire bene: ma anche costruire. Dare continuità. Investire nel futuro. Perché il successo porta con sé responsabilità. E chi ha dimostrato di avere il tocco magico per portare il Napoli sul tetto d’Italia, oggi può fare un passo in più: contribuire a ricostruire anche il futuro del calcio italiano, partendo proprio da ciò che finora è mancato: le fondamenta.L'articolo Cosa può dare De Laurentiis al calcio italiano: è uno dei pochi innovatori, ma anche il suo metodo ha una macchia proviene da Il Fatto Quotidiano.