Altro che nuove tecniche, benessere animale e maggiore attenzione all’ambiente. La Lombardia resta la prima regione zootecnica d’Italia con il 40% dei capi nazionali di bovini e suini, che sale al 47% se si considerano solo i suini. Si tratta, per le due specie, di oltre 5,2 milioni, un capo ogni due abitanti. Gli effetti? Emissioni di gas serra in crescita, un carico di azoto particolarmente elevato, criticità relative al benessere animale e una forte dipendenza da mangimi importati, che rendono il sistema vulnerabile dal punto di vista economico. Eppure in Lombardia, le amministrazione che provano a frenare la crescita degli allevamenti intensivi vengono ostacolate, come nel caso del comune di Gonzaga (Mantova), mentre si fanno passi indietro anche sul fronte della trasparenza. Viene presentato il 31 marzo, alle 18, a Cascina Cuccagna (Milano) il rapporto di ricerca “Allevamenti intensivi in Lombardia, Anatomia di un eccesso: Impatti, criticità e traiettorie di transizione”, realizzato da Economia e Sostenibilità – EStà su incarico di Legambiente Lombardia, Essere Animali e Terra!. Un lavoro che, a quasi due anni dall’inchiesta de ilfattoquotidiano.it sugli allevamenti intensivi in Lombardia, mette insieme i dati più aggiornati sugli impianti, segnalando i rischi, come la vulnerabilità della Lombardia agli shock dei mercati a causa del fabbisogno di mangime e le carenze che contribuiscono tuttora alla mancata transizione verso modelli agroecologici. Eppure, nella relazione dell’Ersaf (Ente regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste) non vengono più riportati i dati del carico di azoto zootecnico dei singoli comuni, per i quali si indica solo se è consentito lo spandimento dei fanghi. Gli ultimi sono proprio quelli del 2023, pubblicati da ilfattoquotidiano.it, fondamentali però per comprendere in che misura le amministrazioni violino la direttiva sui nitrati.Il caso di Gonzaga: Regione vs Comune (con sette animali ad abitante)La Regione Lombardia è teatro di situazioni paradossali, come quella che sta accadendo a Gonzaga, nell’Oltrepò Mantovano. In un centro di circa 8.500 abitanti gli allevamenti zootecnici ospitano oggi quasi 60mila animali tra bovini e suini, ovvero oltre sette animali allevati per ogni residente, per un carico zootecnico di circa 1.200 capi per chilometro quadrato. L’amministrazione comunale ha provato a dire basta alla concentrazione dei grandi allevamenti, stilando un regolamento locale che sospende tutte le autorizzazioni per nuovi impianti e limita gli ampliamenti di quelli esistenti, consentendo quelli finalizzati al miglioramento del benessere animale. Che cosa è successo? Contro questo regolamento ha fatto ricorso al Tar l’assessore regionale all’Agricoltura, il mantovano Alessandro Beduschi, insieme a Coldiretti e Confagricoltura. “Il ricorso di Regione Lombardia contro un’amministrazione locale che ha deciso di limitare la concentrazione dei carichi zootecnici diventa una prova di forza istituzionale contro un modello da promuovere” spiegano le associazioni Essere Animali, Legambiente Lombardia e Terra!, secondo cui “il Comune di Gonzaga cerca di fare quello che la Regione non fa da decenni, ossia gestire il rapporto tra territorio e allevamenti”.La concentrazione degli allevamenti e le emissioni in aumentoNella prima regione zootecnica d’Italia, dunque, a fine 2024 si contano circa 5,2 milioni di bovini e suini, circa metà dei residenti nella regione. In termini di peso vivo (oltre 1,6 milioni di tonnellate), i capi allevati corrispondono a quasi due volte e mezzo il peso dell’intera popolazione lombarda. Tre province – Brescia, Mantova e Cremona – dominano la classifica nazionale per numero di animali, con Brescia che ricopre il primato nazionale per entrambe le specie. Negli ultimi 10 anni il numero di bovini è cresciuto, soprattutto per quelli da latte (+11%) che hanno un carico ambientale e foraggero di gran lunga maggiore rispetto alle altre tipologie produttive. Nonostante questo, c’è stata una riduzione del numero degli allevamenti. Per quanto riguarda i suini, si registra recentemente un calo, soprattutto a causa della peste suina. Il numero degli allevamenti si è ridotto, ma non in modo proporzionale rispetto ai capi. Nonostante un calo importante delle piccole aziende, la produzione di carne e latte non si è ridotta, ma si è dunque concentrata sempre più in mega-allevamenti (con oltre 500 capi), che aumentano il carico di inquinanti per singolo sito e dimostrano che si va verso un sistema sempre più intensivo. Tant’è che la densità di capi concentrati sul territorio lombardo è arrivata a quasi 4 volte la media nazionale per i bovini e 6 volte per i suini. “I disciplinari di produzione Dop possono giocare un ruolo importantissimo in questo e ad oggi non prevedono misure significative, né in tal senso né in termini di reale sostenibilità ambientale delle produzioni” spiega Chiara Caprio, responsabile relazioni istituzionali di Essere Animali. Tra il 2014 e il 2021 le emissioni complessive di anidride carbonica equivalente, in Italia, hanno registrato una diminuzione del 2,37%. In Lombardia, se si guardano i dati nel loro complesso, c’è stato un calo del 10,43% ma, in completa controtendenza, le emissioni derivanti dal settore degli allevamenti hanno registrato un aumento del 2,50%. Tra l’altro, a livello nazionale, anche il settore zootecnico ha registrato una diminuzione delle emissioni, seppur minima (dell’1,27%). L’ammoniaca prodotta dal sistema degli allevamenti intensivi in Italia è la seconda causa (16,6%) di formazione delle polveri fini (Pm 2,5), le più piccole e più pericolose.Il carico di azoto in Pianura Padana Ma non è certo l’unico problema. In oltre la metà dei comuni della Pianura Padana (402), il carico di azoto derivante dai reflui zootecnici eccede il fabbisogno delle colture (Leggi l’approfondimento), nella maggior parte di più del doppio del valore, causando gravi impatti sulla qualità dell’aria e delle acque. Il problema non sono le deiezioni degli animali, ma su quanto terreno si distribuiscono. Una situazione che espone la regione a sanzioni europee per la violazione della Direttiva Nitrati. In Lombardia, nonostante il rilevante numero di capi e la conseguente alta disponibilità di effluenti zootecnici, si riscontra un elevato uso di fertilizzanti minerali azotati. I nutrienti azotati, derivanti dagli allevamenti, sommati agli apporti di fertilizzanti e di altre matrici organiche, in molti casi superano i fabbisogni delle colture presenti sul territorio, con il risultato che l’eccesso viene rilasciato nelle altre componenti ambientali con effetti negativi. Ersaf ha stimato che l’agricoltura lombarda complessivamente immetta nell’ambiente un eccesso di oltre 100mila tonnellate all’anno di azoto reattivo (nitrati, ammoniaca, protossido di azoto), oltre a 15mila tonnellate all’anno di fosforo in eccesso. “La Lombardia è il simbolo delle contraddizioni di questo modello e la regione che più ne sta soffrendo. Per questo è importante – spiega Federica Ferrario, responsabile Campagne di Terra! – che la proposta di legge 1760 ‘Oltre gli allevamenti intensivi – Per una transizione ecologica della zootecnia’, presentata ufficialmente ormai da due anni, sia calendarizzata e discussa alla Camera al più presto”.Se i mangimi rendono la Lombardia vulnerabile agli shock dei mercatiMa c’è anche un altro problema, quantomai attuale. La Lombardia è fortemente vulnerabile agli shock dei mercati, con un tasso di autosufficienza di appena il 25% per il mais e 13% per la soia che, quindi, rischia di diventare sempre più uno strumento di pressione politica. Dall’analisi dei dati risulta che le aziende di grandi dimensioni registrano risultati socio-economici e climatici peggiori rispetto alle piccole e medie imprese, che invece generano più valore aggiunto e occupazione per unità di superficie, oltre ad assicurare il presidio di un territorio rurale sempre più spopolato. La debolezza della filiera, evidenziata dalle stesse aziende del settore, è emersa anche recentemente per effetto di un drastico calo dei prezzi del latte originato, secondo le ipotesi, da un flusso di prodotto proveniente dalla Germania, Francia e Olanda che ha fatto crollare le quotazioni. Il 12 dicembre, con la mediazione del Ministero, è stato siglato un accordo temporaneo che ha riportato le quotazioni a 54 centesimi di euro a litro a gennaio, di 53 centesimi a febbraio e di 52 a marzo. Questo episodio conferma l’analisi dei dati: la filiera, che continua a puntare sull’export, vede in realtà margini di redditività molto risicati. “Vi è ampio e solido consenso su una transizione alimentare che riduca fortemente i consumi di alimenti di origine animale: nel sistema agroalimentare italiano ciò richiede una strategia che punti alla diversificazione e alla qualificazione di produzioni basate sui foraggi del territorio, anziché scommettere sull’aumento di rese e prodotti sempre più standardizzati” commenta Damiano Di Simine di Legambiente Lombardia. “Così si valorizza il ruolo del produttore nella filiera, evitando che gli impatti degli shock di mercato ricadano sugli agricoltori, come avvenuto per la peste suina o il crollo dei prezzi del latte, che moltiplicano le chiusure delle piccole aziende agricole specie nei territori più fragili”.L'articolo Allevamenti intensivi: la trappola della Lombardia con i suoi maxi stabilimenti inquinanti. Il caso del Comune che prova a resistere, ma si trova la Regione contro proviene da Il Fatto Quotidiano.