Perché il confronto con la crisi di Sigonella dell’85 oggi non regge. Scrive Caffio

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La nota emanata da Palazzo Chigi sull’uso delle basi straniere da valutarsi “caso per caso” elimina in radice ogni polemica sulla mancata concessione dell’atterraggio temporaneo a Sigonella di bombardieri statunitensi in trasferimento verso il fronte iraniano. Non ci sarebbe stato, infatti, il preavviso necessario in ipotesi che esulino dalla casistica degli accordi sulle basi Nato in Italia. Egualmente chiara la posizione espressa dal ministro Crosetto quando ha dichiarato che è falso dire che l’Italia voglia sospendere l’uso delle basi agli assetti degli Stati Uniti. La pacata risposta degli Usa ( “l’Italia è attualmente di supporto alle forze statunitensi”) conferma questa linea.L’orientamento italiano in realtà era comunque già stato espresso ai massimi livelli durante la seduta del 13 marzo scorso del Consiglio supremo di Difesa  laddove si era affermato che “il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il Parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico. Il Consiglio ha inoltre preso atto che eventuali richieste che dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno sottoposte al Parlamento”.Alla base di tutto c’è la piena compatibilità del Trattato Nato del 1949 con l’art. 11 della Costituzione sul ripudio della guerra: il  principio – anche alla luce dell’art. 52 –  è derogato per la difesa della Patria e la partecipazione ad organizzazioni internazionali con finalità militare di carattere difensivo e mantenimento della pace. Per tornare alla Nato, eventuali azioni militari sotto il suo comando  nel caso di attacco ad un Paese membro non necessiterebbero di autorizzazione parlamentare essendo il Trattato già stato ratificato con L. 465-1949.È dunque questo il “perimetro” cui allude la citata deliberazione del Consiglio supremo di difesa?Se, come sembra, la risposta è positiva, si pone un altro problema: l’attacco all’Iran da parte degli Stati Uniti (e di Israele), per quanto giustificato dalla necessità di intervenire in legittima difesa preventiva rispetto al ricorso iraniano all’arma atomica, non configura una situazione di “attacco armato” ex art. 5 del Trattato.Ecco allora la cautela italiana nel non applicare automaticamente le procedure operative previste per l’uso delle basi in Italia con doppio cappello Usa-Nato. Diversa nella sostanza, la posizione contraria all’uso delle basi di Rota e Moròn che la Spagna ha espresso con  clamore, in modo aprioristico e massimalista, a voler rimarcare la propria neutralità politica internazionale, cui va associata  l’interdizione dello spazio aereo a velivoli Usa impegnati in azioni belliche e l’apertura verso l’Iran per Hormuz.Volendo andare indietro nel tempo, è inappropriato ricordare il noto incidente del 1985 di Sigonella in quanto allora si trattava di richiesta di consegna stragiudiziale di persone implicate nel sequestro dell’“Achille Lauro” ricadenti sotto la nostra giurisdizione. Mentre sarebbe corretto pensare alla partecipazione nel 2003 del nostro Paese alle operazioni militari contro l’Iraq in forma di “non belligeranza” quando, ad esempio, fu autorizzata la partenza da Vicenza di velivoli Usa in missione bellica per svolgere “attività cinetica” .Tale categoria giuridica (altresì detta “neutralità attiva”) è stata elaborata dalla dottrina per indicare le situazioni in cui uno Stato  sostenga le attività belliche di un altro Stato pur non prendendo direttamente parte alle ostilità: essa andrebbe applicata qualora l’Italia autorizzasse gli Usa ad impiegare per i propri raid contro l’Iran le basi Nato in territorio italiano oppure a sorvolare a questi fini il nostro spazio aereo.Per comprendere meglio la questione, sarebbe utile leggere lo studio Le basi americane in Italia – problemi aperti, redatto nel 2007 dal prof. Natalino Ronzitti dello Iai per il Servizio studi del Senato. In questo rapporto si sostiene che gli accordi sottoscritti a più riprese dal nostro Paese con gli Stati Uniti per l’uso delle basi Nato costituiscono una “bilateralizzazione” degli impegni assunti con l’art. 3 del Trattato del 1949, con la conseguenza che le stesse basi non potrebbero essere usate – a meno di autorizzazione parlamentare – per scopi estranei all’Alleanza.Se così è, deve concludersi che l’Italia, in rapporto al conflitto iraniano, mantiene al momento quella imparzialità che è il requisito principale della neutralità, in sintonia con la Ue e la gran parte della Comunità internazionale. Fuori discussione è comunque la nostra fedeltà alle relazioni transatlantiche.