Ho fatto un sogno: i leader del No si chiudevano in una stanza e scrivevano un programma

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Ho fatto un sogno.Nel sogno, la sera stessa del 23 marzo, invece del solito circo su “chi guida il campo largo”, i leader del No facevano una cosa inaudita: si chiudevano in una stanza e decidevano di non uscirne finché non avevano un piano d’azione unitaria e immediata. Per le primarie, sì. Ma non sul leader: sui programmi.Sarebbe stato lo sviluppo naturale del voto referendario: trasformare un No difensivo in un Sì a un progetto concreto, dare a quei 15 milioni di persone la sensazione che il loro gesto servisse a cambiare davvero qualcosa. Sarebbe stato il modo più semplice per smentire l’accusa di conservatorismo della destra e mostrare chi è che vuole davvero cambiare il Paese, e in quale direzione.Nel sogno funzionava così: niente toto-capi, niente sondaggi branditi in TV, niente demagogia. Un accordo semplice: le primarie servono a scegliere cosa fare, non chi mettere in copertina. Si partiva dalla giustizia, perché lì si era votato: poche proposte chiare, comprensibili e misurabili, da sottoporre subito a chi aveva detto No.Poi il metodo si allargava. Se si può ascoltare il Paese sulla giustizia, perché non farlo sul resto? Nel sogno, venivano messe in fila le grandi questioni e arrivavano domande secche, senza giri di parole. Su pace, guerra, riarmo. Sul fisco: chi deve pagare di più, chi di meno, cosa semplificare. Sul lavoro: salari, tutele, precarietà. Sull’ambiente: che transizione vogliamo, quanto rapida e per chi sarà il conto. Sull’istruzione: dove mettere davvero le risorse, cosa garantire a tutti.Domande chiare, risposte lineari. Nessun documento di 80 pagine, nessun lessico da convegno. Una consultazione vera, non da vetrina. Alla fine, il “campo largo” diventava un patto scritto: pochi punti netti per ogni tema, impegni vincolanti per chiunque volesse farne parte. Non suggestioni, ma promesse verificabili.Per una volta, nel sogno, i leader del centrosinistra usavano una vittoria non per regolare conti interni, ma per costruire qualcosa. Quei 15 milioni di No non erano una parentesi da celebrare, ma l’inizio di una storia: “Avete difeso la Costituzione, ora aiutateci a decidere come attuarla per davvero”. Poi mi sono svegliato.Nella realtà, al posto del piano d’azione unitaria sono ricomparsi i capitoli di sempre: chi fa il candidato, chi è al centro, chi è troppo radicale, chi entra e chi resta fuori dal perimetro. E chi cerca di infilarsi in previsione di futuri ribaltoni. Le primarie sono tornate al loro formato rassicurante: il casting del leader. Il Paese, di nuovo, chiamato a scegliere una faccia più che una direzione. Di giustizia si è riparlato come di un tema tecnico, non come il terreno su cui coinvolgere davvero chi ha votato. Su pace e guerra, meglio non chiedere troppo in giro. Su tutto il resto solo formule elastiche buone per ogni stagione.Così il sogno ha mostrato il suo vero difetto: non era troppo ambizioso, era troppo semplice. Chiedeva tre cose che il centrosinistra non sembra disposto a fare: sedersi insieme subito dopo una vittoria, mettere i contenuti prima delle carriere, ascoltare gli italiani non solo il giorno del voto ma anche quando bisogna decidere cosa fare. Nel sogno, prendere sul serio quel No e costruirci sopra un progetto sembrava persino banale. Nella realtà, sembra solo un racconto di fantascienza destinato a restare chiuso in un cassetto, insieme alle mille altre occasioni perdute.L'articolo Ho fatto un sogno: i leader del No si chiudevano in una stanza e scrivevano un programma proviene da Il Fatto Quotidiano.