Paul Lafargue, genero di Marx, nel suo “Diritto all’ozio” immagina tre ore di lavoro al giorno, tre ore in meno di Thomas More che immaginava invece sei ore di lavoro nella sua Utopia. In realtà anche tre ore di lavoro al giorno sono un’enormità dal mio punto di vista, le ore giuste sarebbero tre o quattro alla settimana. Non di più. E che cosa fare nel tempo restante? L’immaginazione di chi non ha immaginazione, come direbbe il mio amico Silvano Agosti,non riesce nemmeno a concepire tanta libertà, si è assaliti da una forma di angoscia, si ha paura della noia mortale di un tempo svuotato dei suoi meccanismi ripetitivi e falsamente rassicuranti.In sostanza è la vita a fare paura, questo oggetto misterioso che uno si ritrova fra le mani.Ma che cos’è la vita? La vita è come il cinema, è movimento. Come diceva Antonio Labriola: “Le idee non cadono dal cielo”, una frase che echeggiava spesso nella mente di Trockij come un felice ritornello. E se è vero che le idee non cadono dal cielo, bisogna immaginare un divertimento della prassi, fatto di azione, bisogna sognare una pigrizia attiva, dinamica, fertile. Solo così il nostro mondo sarà diverso, più libero, perché simile alla infinita immaginazione dell’uomo. E’ da coglioni regalare una giornata di sole al padrone, ci ricorda poeticamente Jacques Prévert. Il pericolo è che anche il divertimento diventi un’industria, una nuova coazione a ripetere, per questo bisogna tenere sempre alto il livello del nostro ozio, che poi è il padre di ogni virtù veramente umana.Mettersi davanti alla tv a sorbire programmi mansueti che parlano di ghigliottine è l’orrore degli orrori. Pensate alla frase che dicono spesso i mostri televisivi: restate lì, non muovetevi. Ci vogliono statue, ma senza la dignità pietrificata delle statue. Ci vogliono come tante pecorelle ruminanti il vuoto. Ed è per questo che io non ho un televisore e sono felice. Lasciare che il nostro tempo libero venga divorato da un elettrodomestico è una delle tante forme che può assumere l’impotenza e in definitiva la morte. Sogno un’umanità liberata dal giogo del lavoro, un passaggio necessario dal giogo al gioco, un’umanità fatta di pigrizia visionaria e attiva. Non per niente sempre Labriola parla di un uomo del futuro che sarà “felice e pigro”. Il gioco è un diritto, non il lavoro. Estendersi nelle infinite diramazioni ludiche dell’Essere. Gioco, quindi sono. Abbandonare questa malsana idea del darwinismo sociale, trasposizione erronea della teoria di Darwin in senso alla dinamiche sociali, rifiutare il culto del più forte, essere consapevoli che anche in natura tutto si basa sulla cooperazione, sull’aiuto reciproco, sul mutuo soccorso.La società deve aiutarci a diventare pigri, ghiri deliranti, dormire, sognare e gettare ponti onirici sul mondo (non sullo stretto) in cui giocare all’essere Uomo, materia febbrile che pensa se stessa, che immagina se stessa, unica creatura vivente che si stupisce di un cielo stellato.Uscire a riveder le stelle, si tratta di questo, ma senza una botta in testa. Ecco perché io sono il prototipo vivente di un’umanità futura finalmente libera e felice. Auguro a tutti voi di diventare tanti Ricky Farina. Ora capite perché quando incontro un leghista ortodosso che mi urla “ma vai a laurà” (vai a lavorare), mi sale al cervello il crimine? Vai a lavorare a Ricky Farina? Ma siamo diventati tutti matti???Recentemente un mio amico poeta ha partecipato ai provini per una famosa trasmissione televisiva, dopo tre ore di attesa gli hanno concesso tre minuti per leggere le sue poesie, lo hanno interrotto dopo le prime due e gli hanno chiesto “Non avrebbe qualcosa di più allegro?”. E allora che cosa devo dirvi? Tenetevi questa tv demente fatta di ghigliottine e allegrie devastanti di niente, perché le “allegrie di naufragi” appartengono solo ai poeti. Amen.Ah, il due aprile faccio 57 anni, 57 anni di onestissima pigrizia creativa, di ozio labirintico e celeste. Ricky Farina forever!L'articolo Auguro a tutti voi di diventare tanti Ricky Farina: io non ho un televisore e sono felice proviene da Il Fatto Quotidiano.