Procurement pubblico nella PA: il vero limite dell’AI non è la tecnologia.

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di Marco Mizzau * –Il procurement pubblico europeo vale circa il 14–15% del PIL. Non è una funzione amministrativa: è una leva macroeconomica che incide direttamente su produttività, innovazione e struttura industriale.Il principale collo di bottiglia dell’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione non è l’algoritmo. È il procurement pubblico: la capacità dello Stato di comprare bene e definire il problema; di costruire gare aperte ma esigenti, valutare il costo totale di ciclo di vita, governare dati e interoperabilità e gestire l’esecuzione del contratto.Dove il procurement pubblico resta un adempimento difensivo, l’AI produce solo demo, consulenza e lock-in. Dove diventa leva strategica, può comprimere costi amministrativi, tempi di processo e sprechi ricorrenti.La scala del fenomeno è tale da configurarlo come una variabile macroeconomica. Il procurement pubblico si colloca stabilmente tra il 12% e il 13% del PIL nei Paesi OECD e intorno al 14–15% nei Paesi dell’Unione Europea, rappresentando circa un terzo della spesa pubblica complessiva. La qualità del procurement pubblico incide quindi direttamente sulla produttività del settore pubblico, sulla capacità di generare domanda di innovazione e sulla struttura industriale.Nel contesto europeo, la procurement policy è tornata al centro dell’agenda strategica come leva di competitività, resilienza e autonomia industriale. Circa €2,4–2,6 trilioni l’anno transitano attraverso il procurement pubblico. Tuttavia, la revisione del framework non ha rafforzato in modo significativo la concorrenza: permane un’elevata incidenza di gare con un solo offerente e una dinamica competitiva debole. Il problema non è la scala della spesa, ma la qualità del mercato.Questo è il punto decisivo per l’AI nella PA.Se il mercato degli appalti pubblici fatica a generare concorrenza su beni e servizi tradizionali, l’adozione di soluzioni di intelligenza artificiale, caratterizzate da elevata asimmetria informativa e rischio di lock-in, tende inevitabilmente a soffrire di più. La trasformazione digitale del procurement pubblico e i nuovi obblighi di governance dell’AI rendono centrale la capacità di strutturare processi di acquisto e accountability lungo tutto il ciclo contrattuale.Nel caso italiano, il Rapporto Colao aveva già identificato una pubblica amministrazione orientata alle procedure più che ai risultati. È esattamente il contesto in cui l’AI rischia di essere sovrapposta a processi deboli anziché ridisegnarli.I limiti sono quattro:– Il primo è culturale: il procurement pubblico è spesso costruito per minimizzare il rischio formale, non per massimizzare l’impatto economico.– Il secondo è concorrenziale: bandi complessi, partecipazione limitata e criteri di prezzo ancora dominanti, anche in modelli formalmente orientati alla qualità, portano la PA a comprare più conformità che innovazione.– Il terzo è nella domanda: il processo di acquisto tende spesso a precedere la definizione del problema, dei dati disponibili e delle metriche di risultato.– Il quarto è la capacità istituzionale: senza stazioni appaltanti tecnicamente forti, il procurement pubblico dell’AI degenera in outsourcing cognitivo.Il confronto internazionale è chiaro. L’Unione Europea sta cercando di usare il procurement pubblico come leva di competitività, ma il rischio è sovraccaricare le gare di obiettivi senza semplificare il “come comprare”. La direzione emergente è: meno frammentazione normativa, più digitalizzazione e maggiore flessibilità operativa.Il procurement pubblico va letto come leva di trasformazione, non come back office. Nell’AI pubblica crea valore in cinque modi: alloca meglio il capitale, riduce il lock-in, aumenta la contendibilità del mercato, abilita una spending review strutturale e svolge una funzione industriale.Per i governi, il messaggio è netto: l’AI, senza riforma operativa del procurement pubblico, produce frammentazione e bassa scalabilità.Per gli investitori, la qualità del procurement pubblico è un indicatore anticipatore della bancabilità dei progetti digitali.Per le imprese, soprattutto PMI tecnologiche, conta più degli incentivi: un mercato degli appalti aperto crea innovazione, uno difensivo consolida gli incumbent.L’intelligenza artificiale crea valore nella pubblica amministrazione quando interviene su processi ripetitivi e documentali. È invece sopravvalutata quando sostituisce decisioni senza accountability, quando non è integrata nei processi o quando si ignora la qualità del dato.L’impatto su costi e produttività dipende quindi dalla qualità della committenza pubblica. Un procurement pubblico debole trasforma l’AI in spesa. Un procurement pubblico forte la trasforma in produttività.Le priorità sono operative: separare “come comprare” da “cosa comprare”, professionalizzare la domanda, spostare la valutazione sull’esecuzione, standardizzare il life-cycle costing e costruire pipeline di casi d’uso replicabili.L’errore strategico europeo sarebbe discutere di AI nella PA come se il problema fosse la tecnologia.La tecnologia è abbondante. La risorsa scarsa è la capacità pubblica di trasformare il bisogno in contratto efficace e il contratto in risultato.La tesi va quindi rovesciata: l’AI non fallisce nella pubblica amministrazione perché è immatura. Fallisce perché il procurement pubblico è ancora progettato per comprare conformità, non trasformazione.La vera spending review del prossimo decennio passerà meno dai tagli di bilancio e più dalla qualità della domanda pubblica.E il procurement pubblico sarà il suo motore. Oppure il suo vincolo.* Marco Mizzau, già Amministratore Delegato e dirigente d’azienda italiano, è analista strategico specializzato in geopolitica economica, intelligenza artificiale e competizione tecnologica globale. La sua attività di analisi si concentra sull’impatto delle tecnologie avanzate e dei modelli decisionali sulla competitività di Stati, imprese e istituzioni, con particolare attenzione a Stati Uniti, Cina, Russia, Israele ed Europa.