Imtiaz Dharker, la poesia diasporica di una straniera (Traduzione di Melania Sacchini, a cura di Stella Sacchini)

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Se è vero che l’unica patria di un essere umano è la lingua, allora la migrazione non è che un fenomeno interiore, e i confini geo­grafici non sono altro che invenzioni. Lo sa bene chi scrive, so­prattutto chi scrive poesia: chi compone versi si colloca sempre al di là di una prima lingua, di una lingua materna, del suo incantato universo di suoni e silenzi, per inquietare la propria frontiera linguistica e avventurarsi in una selva sonora e semantica inesplorata. Questa dinamica di stra­niamento si verifica all’ennesima potenza in certe poetesse che abitano lingue imposte dal passato coloniale dei loro paesi e che, dentro quelle lingue, creano nuovi spazi espressivi, spazi di ibri­dazione e contaminazione, possibilità inedite. Accomuna queste poetesse la ricerca di una voce propria e la domanda spasmodica: chi sono io? Il corpo che mia madre ha messo al mondo o quello che scelgo di essere, allontanandomi dalle mie radici per poi ritrovarle, cambiate eppure identiche?È da questa domanda tormentosa che prende le mosse la poesia di Imtiaz Dharker, autrice inglese di origine pakistana. È come se ricono­scesse alle proprie origini una sorta di marchio minoritario: mal­grado il “trapianto” in terra, e lingua, inglese, i nuovi getti che spuntano dal suolo resteranno sempre estranei. Non bastano le radici «a sei piedi di profondità» per superare una condizione endogena di minoranza, per non sentirsi più «fuori luogo, / come una poesia tradotta male». E allora non c’è rimedio a questa esi­stenza diasporica? Forse no, sembra dirci la poetessa, o forse è proprio quest’inap­partenenza congenita la condizione necessaria per poter scrive­re, e scrivere poesia.S. S.[Le poesie che seguono sono state tradotte da Melania Sacchini dell’IC Pagani di Pedaso durante “Il traduttore in classe”, progetto che porta la traduzione tra i banchi di scuola, curato e diretto da Stella Sacchini].SceltaIPotrei crescere la mia bambina a casa di quest’uomoo nell’amore di quell’uomo,scaldarla al sorriso di questo, svezzarlacon l’intelligenza di quell’altro,lodarla o biasimarla quand’è il momento,con ponderatezza, dirlesì o no, vero, falso, domaninon oggi…Alla fine, chi sarà,a scelte fatte,quando gli autori di quelle scelte saranno morti,e degli uomini che amo non resteranno che i dentia battere e cincischiare con me sottoterra?Solo la somma di mee questoo quell’altro?Chi potrà essere se non, inevitabilmente,sé stessa?IIUn giorno la tua testa non troverà più il mio grembocosì facilmente. La fiducia è un’abitudine che presto perderai.Una volta, accarezzando la testa di un gattinosu un velo di peluria, ho avuto pauradella mia stessa mano, grande e forte e tremante,con l’impulso di schiacciarla.Qui, nella robusta curva del collo, il braccio che culla,l’amore guarda voglioso la violenza.La tua testa troppo fragile, bambina,sotto una lanugine di capelli.La casa è questo spazio nel mio grembo, finché il corpo non avràla sua rivoluzione, i tessuti si tenderanno, la carne si farà compatta.Le tue ossa da gattino si faranno dure,sempre più lunghe fuggiranno da me, finché tu e io saremo certedi essere entrambe al sicuro.IIIHo passato anni a nascondermi dal tuo volto,dal peso delle tue braccia, dal caloredel tuo respiro. Nelle notti febbriliti sognavo, con i cani da guardia della virtùe dell’obbedienza accovacciati sul mio petto. “Scuotilivia” mi dicevo, e l’ho fatto. Mi sono crogiolatain piccole perversioni, celebrate man mano che si facevanoadulte e, ormai mature, diventavano peccati.Ora la chiamo libertà,guardo la parola sguazzare voluttuosa, sfoggiarela mia indipendenza attraverso interi continentidi lenzuola. Ma svincolandomi dalla strettadelle braccia, dal respiro che raspa,per guardare la notte oltre le finestre oscurate,Madre, ti ritrovo a ricambiare il mio sguardo.Quand’è che il mio corpo ha decisodi indossare il tuo volto?MinoranzaSono nata straniera.Ho continuato da alloraa diventare straniera ovunqueandassi, anche nel postoin cui s’è interrata a sei piedi di profonditàla mia famiglia: tuberi che han messo radici,con le dita e i volti che spingono verso l’alto,nuovi getti di mais e canna da zucchero.Posti d’ogni tipo e gruppidi persone con una storiaammirevole, quasi certamente,prenderebbero le distanze da me.Mi sento fuori luogo,come una poesia tradotta male;come cibo cotto nel latte di coccoal posto del ghee o della panna,il retrogusto inaspettatodel cardamomo o del neem.Imtiaz Dharker è nata nel 1954 a Lahore (Pakistan). È poeta, artista e regista di documentari. Si è trasferita a Glasgow, dove ha frequenta l’università, e poi a Bombay, dove tutt’ora vive. Ha pubblicato numerose raccolte poetiche, tra cui Purdah (1989), Postcards from God (1997), I speak for the devil (2001), The Terrorist at My Table (2006), Leaving Fingerprints (2009), Over the Moon (2014), e ha vinto molti premi per la sua opera, sia documentaristica (Premio Silver Lotus nel 1980) che letteraria (la Queen’s gold medal for poetry nel 2014).L'articolo Imtiaz Dharker, la poesia diasporica di una straniera (Traduzione di Melania Sacchini, a cura di Stella Sacchini) proviene da Il Fatto Quotidiano.