Nel decimo anniversario dell’uccisione di Giulio Regeni, la sua storia continua a segnare uno dei punti più bui tra i rapporti tra Italia ed Egitto. Era il 25 gennaio 2016 quando il giovane ricercatore di Fiumicello, dottorando all’Università di Cambridge, uscì dalla sua abitazione al Cairo con l’intenzione di raggiungere piazza Tahrir. Non ci arriverà mai: di lui si perdono le tracce nei pressi di una fermata della metropolitana, a pochi passi dal centro della capitale egiziana. Il ritrovamento del corpo di Giulio RegeniIl suo corpo verrà ritrovato solo il 3 febbraio, lungo la superstrada che collega il Cairo a Giza. È seminudo, martoriato, con segni evidenti di torture prolungate per giorni, come affermeranno in aula i medici legali. Immagini rese vive dalle parole della madre, Paola Deffendi: “Su quel viso ho visto tutto il male del mondo”. La battaglia giudiziariaDa quel momento prende avvio una battaglia giudiziaria e civile che, a dieci anni di distanza, non ha ancora trovato una conclusione. Le procure del Cairo e di Roma avviano fin da subito indagini parallele. Già nei primi mesi, però, emergono ostacoli e versioni contraddittorie provenienti dalle autorità egiziane: dall’ipotesi di un incidente stradale a quella di un delitto passionale, fino al coinvolgimento nello spaccio di droga. Depistaggi che culmineranno il 24 marzo 2016 con l’uccisione di cinque presunti sospetti in un conflitto a fuoco con la polizia. In casa di uno di loro viene rinvenuto il passaporto di Giulio, ma successive verifiche accertano che il documento era stato collocato lì da un agente della National Security. La svoltaLa svolta in Italia arriverà a dicembre 2018, quando la Procura di Roma iscrive nel registro degli indagati cinque esponenti degli apparati di sicurezza egiziani. Per quattro di loro – il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi, e il maggiore Magdi Sharif – vengono contestati, a vario titolo, i reati di sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali gravissime e omicidio. Il quinto – l’agente Mhamoud Najem – verrà successivamente archiviato. Secondo i magistrati romani, Giulio sarebbe stato prelevato, trasferito in una villetta del Cairo, torturato per giorni e infine ucciso. Il reato di tortura non viene contestato solo perché introdotto nel codice penale italiano nel 2017. I genitoriNel frattempo i genitori del ricercatore, Paola Deffendi e Claudio Regeni, con l’avvocata Alessandra Ballerini che assiste e Beppe Giulietti, non hanno mai smesso di chiedere verità e giustizia. Dallo sciopero della fame del 2018 agli appelli pubblici, dalle lettere ai vertici istituzionali italiani fino a quella indirizzata direttamente al presidente al-Sisi, il loro messaggio è stato sempre chiaro, non bastano condoglianze e promesse. Nel 2019 una Commissione parlamentare d’inchiestaNel 2019 prende avvio anche la Commissione parlamentare d’inchiesta, chiamata a far luce su omissioni, ritardi e ostacoli che hanno frenato l’accertamento della verità. Il processo contro i quattro agenti dei servizi segreti egiziani viene avviato nel 2021, ma resta sospeso perché gli imputati risultano irreperibili, fino allo ‘sblocco’ avuto con la sentenza della Consulta. Negli anni successivi non mancano dichiarazioni diplomatiche che lasciano intravedere possibili spiragli di collaborazione, puntualmente accolti con cautela dalla famiglia Regeni. “Non aspettiamo, pretendiamo verità e giustizia”, hanno sempre affermato i genitori di Giulio. A dieci anni dall’omicidio, la vicenda è ancora segnata da silenzi, reticenze e mancate risposte da parte dell’Egitto. Ma lo slogan che continua a campeggiare sugli striscioni è sempre lo stesso: “Verità per Giulio Regeni”. Questo articolo Caso Regeni, 10 anni fa il rapimento e l’omicidio del ricercatore italiano in Egitto proviene da LaPresse