A pochi giorni dall’inizio dell’Australian Open, mentre Melbourne si diverte con il Million Dollar One Point Slam, il tennis mette in luce uno dei suoi lati meno chiacchierati. Nulla a che vedere con ranking, premi o polemiche arbitrali, ma qualcosa di molto più quotidiano e, proprio per questo, capace di accendere tensioni sottili: il tempo sul campo di allenamento. Alcune delle tenniste più importanti del circuito hanno affidato al Guardian parole insolitamente schiette su una consuetudine che, nei tornei di tutto il mondo, è regolata più dal buon senso che da norme scritte: non sforare, non monopolizzare, lasciare spazio a chi viene dopo. È una regola non scritta, ma sacra. E proprio perché non esiste un arbitro con il cronometro, tutto si gioca su equilibri fragili, sguardi, sospiri e piccoli gesti di diplomazia forzata.Coco Gauff, numero tre del mondo, non fa mistero della sua irritazione. “Ci sono tenniste che vanno troppo per le lunghe. Se io sono in campo, chiedo l’ora al mio allenatore per regolarmi. Non mi piace sforare. Mi fermo anche un minuto prima, soprattutto se devono pulire il camp. – racconta – E poi, se la tennista continua a giocare e non si scusa, vi assicuro che prendo nota”. Il passaggio di consegne, in effetti, è uno dei momenti più delicati della giornata di un giocatore. Lo racconta anche Emma Raducanu, descrivendo la pressione che si accumula proprio sull’ultimo punto. “Sette volte su dieci si finisce per commettere un doppio fallo. È quello che è successo a me ieri a Melbourne, e ho fatto comunque un buon allenamento. – spiega – Forse si sente la pressione delle tenniste e dello staff che devono entrare in campo. Il punto finale di solito finisce per essere terribile o incredibile. Il cambio può essere imbarazzante, non è sempre piacevole”.Il tempo sul terreno di gioco, soprattutto negli Slam, è una risorsa preziosa e diseguale. Non tutti hanno accesso agli stessi campi, agli stessi orari, alle stesse condizioni. Jessica Pegula lo sa bene: prima di entrare stabilmente nell’élite, ha vissuto l’altra faccia del circuito, quella fatta di campi secondari e slot sacrificabili. “Agli US Open mi allenavo al parco, tra l’odore dell’erba e tutto quello che la città di New York ha da offrir. – ricorda – Ora è diverso. I campi, i tempi, la qualità. È un po’ ingiusto, ma a volte penso anche che questo diritto me lo sono guadagnata“. Un’asimmetria che, però, non cancella l’irritazione quando qualcuna tira troppo la corda. Pegula non ama bisticciare, ma sa come farsi capire: “Succede anche a me di spazientirmi. Quando qualcuna si dilunga entro in campo e mi metto a palleggiare. È un modo per dirle che il suo tempo a disposizione è finito”.Scene simili si sono viste anche tra i colleghi uomini. In un pomeriggio prima degli US Open dello scorso anno, Daniil Medvedev e Alexander Zverev erano così immersi nel loro allenamento al Louis Armstrong Stadium da dimenticare l’orologio. Danielle Collins e Christian Harrison, attesi per il doppio misto, erano già in panchina, puntuali. Medvedev e Zverev hanno esitato, si sono rimessi sulla linea di fondo, quasi tentati dal disputare un altro game. Solo dopo qualche minuto di silenzio imbarazzato hanno lasciato il campo. C’è chi invece ha provato a fare pressione indiretta, come Cameron Norrie, costretto ad aspettare Djokovic e Zverev sempre agli scorsi US Open: “Erano a 59 minuti. Ho chiesto al mio preparatore di dire loro qualcosa. Mi ha risposto: ‘Non ci penso proprio, non ho il coraggio di disturbare due tennisti di quel calibro’”. Equilibri delicati, che raccontano di una sorta di gerarchia nascosta sui campi di allenamento. A Melbourne la tensione è già altissima: in palio c’è il primo Slam della stagione.L'articolo “Se la tennista continua a giocare e non si scusa, vi assicuro che prendo nota”: la polemica sugli allenamenti agli Australian Open proviene da Il Fatto Quotidiano.