America Latina. Il 2026: elezioni, polarizzazione e l’ombra lunga di Trump

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di Paolo Menchi –Il 2026 si profila come un anno cruciale per l’America Latina. Cinque Paesi della regione: Brasile, Colombia, Costa Rica, Perù e Haiti sono chiamati a eleggere presidenti e parlamenti in un contesto segnato da forte polarizzazione politica, instabilità sociale e da un elemento nuovo ma sempre più ingombrante: l’influenza diretta del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.Brasile e Colombia, due delle tre maggiori democrazie latinoamericane per popolazione, rappresentano i nodi centrali di questo ciclo elettorale. In entrambi i casi, il voto definirà non solo i futuri equilibri nazionali, ma anche il peso continentale della sinistra, oggi al governo a Brasilia e Bogotá. Tuttavia, a differenza del passato, sulle urne aleggia una domanda aggiuntiva: fino a che punto Trump cercherà, e riuscirà, a condizionare questi processi?Nel corso del 2025, il presidente statunitense ha dimostrato senza ambiguità la volontà di usare il proprio potere politico ed economico per influenzare le elezioni latinoamericane. È accaduto in Argentina, durante le legislative, e in Honduras, alle presidenziali, dove Trump ha sostenuto apertamente forze di destra, arrivando a minacciare il taglio degli aiuti finanziari in caso di sconfitta. In Argentina, Honduras ed Ecuador le opzioni appoggiate da Washington hanno prevalso.Il primo appuntamento del 2026 sarà in Costa Rica, il 1° febbraio. Il Paese eleggerà presidente, vicepresidenti e Parlamento, con eventuale ballottaggio il 5 aprile. La campagna è già segnata dalle polemiche: il Tribunale Supremo Elettorale ha chiesto di revocare l’immunità al presidente Rodrigo Chaves per presunta ingerenza nel processo elettorale, richiesta poi bloccata dal Parlamento. Chaves, che non può ricandidarsi ma gode di alti livelli di consenso, potrebbe favorire la candidata del suo partito, l’ex capo di gabinetto Laura Fernández. Tra gli altri possibili contendenti figurano Claudia Dobles, Fabricio Alvarado e Álvaro Ramos.In Perù, il 2 aprile, la frammentazione politica rende l’esito estremamente imprevedibile. Con almeno 34 candidati in corsa e nessuno in grado di superare il 50% al primo turno, il ballottaggio del 7 giugno appare quasi certo. Tra i favoriti ci sono Rafael López Aliaga, simpatizzante di Trump, e Keiko Fujimori, al quarto tentativo. Ma il clima di apatia, l’insicurezza e il precedente di Pedro Castillo, eletto da outsider nel 2021 e poi destituito , lasciano spazio anche a sorprese radicali.Il caso colombiano rappresenta una doppia sfida per la sinistra. Le legislative e le primarie dell’8 marzo apriranno una lunga campagna che culminerà con le presidenziali del 31 maggio e un possibile ballottaggio il 21 giugno. Da un lato c’è il blocco progressista legato al governo Petro; dall’altro una destra ampia e frammentata. L’iniziativa di Petro per convocare un’assemblea costituente potrebbe rafforzare il campo di sinistra, ma il presidente uscente, non rieleggibile, ha di alti tassi di disapprovazione, pur mantenendo una base solida di circa un terzo dell’elettorato.Tra Colombia e Brasile si colloca Haiti, che tenta di tornare al voto dopo quasi dieci anni di assenza democratica, in un Paese devastato dalla violenza delle bande armate e da una crisi umanitaria senza precedenti. Le elezioni sono previste per il 30 agosto, ma restano condizionate da sicurezza e risorse finanziarie.Il Brasile, infine, è il grande epicentro del 2026. La polarizzazione è ai livelli massimi. Luiz Inácio Lula da Silva, che ha appena compiuto 80 anni, punta alla rielezione dopo aver sconfitto Jair Bolsonaro nel 2022. Quest’ultimo, condannato per tentato golpe e ineleggibile fino al 2030, resta però una presenza decisiva: non può candidarsi, ma condiziona l’intera destra, che oscilla tra l’ipotesi dinastica (con il figlio Flávio o altri familiari) e alternative più moderate come il governatore di San Paolo, Tarcísio de Freitas.La divisione del campo conservatore potrebbe addirittura consentire a Lula di vincere al primo turno, evento mai accaduto nelle sue precedenti elezioni. Tuttavia, l’età del presidente e l’assenza di un successore naturale pongono interrogativi strategici alla sinistra.Il fattore Trump ha avuto effetti paradossali in Brasile: il suo scontro con Lula, culminato in sanzioni e dazi per difendere Bolsonaro, ha rafforzato l’immagine del presidente brasiliano come difensore della sovranità nazionale. Alla fine, Bolsonaro è stato incarcerato, Washington ha ritirato parte delle misure e Lula ne è uscito politicamente rafforzato.