di Guido Keller –Il conflitto siriano torna a salire di intensità nel nord del Paese, dove l’avanzata delle forze governative verso le aree controllate dalle Forze Democratiche Siriane (SDF) curdo-arabe ha provocato una reazione diretta degli Stati Uniti. Il comando militare americano per il Medio Oriente, il United States Central Command (CENTCOM), ha chiesto formalmente a Damasco di fermare gli attacchi contro le SDF nel governatorato di Aleppo e lungo l’asse che conduce a Tabqa, città strategica sull’Eufrate e oggi sotto controllo curdo-arabo.L’avviso del CENTCOM non è una semplice nota diplomatica. Nella lettura degli analisti militari, si tratta di un chiaro messaggio di deterrenza: la protezione delle forze alleate curde resta una linea rossa per Washington. Se l’esercito siriano dovesse continuare ad avanzare combattendo, non si esclude l’ipotesi di raid aerei statunitensi contro le colonne governative. Una prospettiva che riporta alla mente le fasi più tese del confronto indiretto tra Stati Uniti e Damasco negli anni della guerra contro lo Stato Islamico.Sul terreno intanto, la pressione è visibile. Colonne di carri armati siriani sono state avvistate in movimento verso Tabqa, nel governatorato di Raqqa. Non è ancora chiaro se le unità governative tenteranno l’ingresso in città o se verranno fermate prima, anche in virtù della minaccia di un intervento americano. Tabqa rappresenta un nodo cruciale: controlla dighe, vie di comunicazione e l’accesso all’area dell’Eufrate, una linea che negli ultimi anni è diventata un confine di fatto tra l’autorità di Damasco e l’autonomia curda.Parallelamente all’avanzata militare, il governo siriano ha annunciato l’apertura di corridoi umanitari per consentire ai civili di lasciare le aree controllate dalle SDF a est di Aleppo. Ufficialmente, l’obiettivo è proteggere la popolazione; politicamente, il segnale è più netto: le zone a ovest dell’Eufrate vengono definite “area militare chiusa” e ai gruppi armati viene intimato di ripiegare oltre il fiume. È un ultimatum che prepara il terreno a un possibile scontro più ampio.L’evacuazione da Deir Hafer, con migliaia di civili diretti verso aree governative secondo la versione ufficiale, diventa così parte integrante della strategia: ridurre la presenza civile prima di un’eventuale offensiva e rafforzare la narrazione del “ristabilimento dell’ordine”.Le SDF hanno reagito chiudendo alcuni valichi con le zone controllate da Damasco tra Tabqa, Raqqa e Deir ez-Zor, segnalando il timore di infiltrazioni e l’inizio di una fase difensiva. Accuse reciproche di bombardamenti, uso di artiglieria e droni indicano che la tensione ha già superato il livello puramente politico.Gli Stati Uniti, presenti nell’area proprio a sostegno delle SDF, cercano di congelare lo scontro: contatti con tutte le parti, richiami alla calma e una presenza militare che funge da deterrente. Ma la credibilità di questa dissuasione dipende dalla volontà americana di mantenere l’impegno sul lungo periodo.Dietro lo scontro locale si muove una partita geopolitica più ampia. Per Damasco, riprendere il controllo dell’Eufrate e delle risorse del nord-est significa recuperare entrate vitali e completare, almeno simbolicamente, la ricomposizione dello Stato. Per le SDF, quelle stesse risorse rappresentano la base materiale dell’autonomia conquistata negli anni di guerra contro il jihadismo. In mezzo, gli Stati Uniti cercano di evitare un vuoto di sicurezza che potrebbe favorire un ritorno dello Stato Islamico, mentre la Turchia, ostile a qualsiasi forma di autonomia curda armata, osserva con interesse un indebolimento delle SDF.Come spesso accade in Siria, a pagare il prezzo più alto sono i civili. Ogni corridoio umanitario, ogni evacuazione forzata, si traduce in nuovi sfollati, comunità spezzate e territori svuotati. Mentre le capitali discutono di linee rosse e deterrenza, sul terreno cresce la consapevolezza che, se la diplomazia fallisce, la politica lascerà ancora una volta spazio al rumore delle armi.