Quello che è successo a Crans Montana, le decine e decine di morti nel rogo scoppiato dentro il club La Constellation, è tremendo, terrificante. È qualcosa che non sarebbe mai dovuto avvenire. Ed è qualcosa che ha colpito, con sgomento, l’attenzione e l’emotività di tutti, colonizzando le prima pagine dei giornali e dei maggiori siti d’informazione. Ci ha molto colpito il relativo silenzio – sì, c’è stato un comunicato, qualche presa di posizione pubblica, ma poca roba – del settore dei pubblici esercizi, dei locali da ballo, il settore insomma a cui appartiene Le Constellation. Non prendiamoci in giro dicendo che è solo un problema della Svizzera, o che solo nel locale di Crans Montana dei coniugi Moretti ci fosse la pratica dei bottiglioni di champagne consegnati col bengala. Sono questioni che vanno affrontate anche in Italia.Non eravamo soli, ad essere stupiti del silenzio. Nel momento in cui abbiamo visto Alberto Fumagalli, il fondatore di Nameless Festival (ma anche gestore di discoteche, durante l’anno), esprimere lo stesso pensiero – con parole anche taglienti – sul silenzio degli addetti al settore in un po’ di storie Instagram, lo abbiamo subito contattato. E gli abbiamo detto: parliamone. Ne è venuta fuori un’intervista molto dura e schietta, che non fa sconti a nessuno, e che non si pone problemi a prendere posizioni anche scomode.Ce n’è bisogno. Si può non essere d’accordo su tutto quello che dice Fumagalli, ad esempio su un approccio rigidamente legalitario sul ballo chi vi scrive ha qualche riserva, ma di sicuro le sue parole sono da leggere, ascoltare e soppesare con grande attenzione. Soprattutto, c’è una grande verità: se ti metti a fare qualcosa per soldi, per guadagnarci sopra, hai una grande responsabilità. Non puoi voltare la testa da un’altra parte e fare finta di nulla, o giocare sul fatto che è più facile – ed economico – “confondere le acque” e stare in una zona grigia.(Alberto Fumagalli; l’intervista inizia sotto)Allora: dopo quello che è successo in Svizzera, chiaramente su tutti i media c’è stata un’eco enorme. Inevitabile, per un argomento così doloroso. Ma personalmente ho l’impressione che invece gli addetti ai lavori, i gestori di posti simili in Italia e in generali di posti dove si balla, siano per lo più rimasti molto in silenzio. Tu che oltre ad avere un festival gestisci anche delle discoteche, sei stato una delle eccezioni. Ti sei preso un rischio, in questo.Lo so.Quello che è successo pone i riflettori su un comparto in cui operi appunto anche tu, e pone i riflettori in modo molto problematico.Decisamente. Perché ora mi aspetto un irrigidimento da parte dei controlli della autorità e anzi, penso stia già succedendo – com’è naturale che sia. In tanti mi hanno detto che questo trend è già partito, un’ondata straordinaria di controlli è già in atto. Ma proprio per questo penso sia giusto esporsi, e mettere i puntini sulle “i”. Purtroppo, l’Italia ha un problema.Quale?Una gran varietà di operatori che operano in settori simili, ma diversi. Abbiamo chi fa i concerti, chi il clubbing; ma abbiamo anche chi fa i bar, poi però si mette anche a fare il clubbing… Il risultato è un settore molto a compartimenti stagni, almeno in teoria: e la voglia di separare così questi compartimenti nasce dalla volontà di guardare ciascuno al proprio orticello, questa è la verità, sperando che la merda vada a finire in casa degli altri.Severo ma giusto, temo.Prendi il mondo del clubbing e quello dei bar: si strizzano l’occhio, si guardano, si sbaciucchiano, si vedono e mischiano di nascosto… Ma appunto – di nascosto. È per questo motivo che poi in tanti evitano di fare dichiarazioni e di prendere posizione.Ok.Ma questo cosa comporta? Comporta che quando partiranno i controlli, e sono appunto già partiti, questi andranno a toccare solo e soltanto i club, le discoteche, perché dal punto di vista formale agli occhi delle autorità sono loro gli unici posti dove si balla davvero.Cosa non vera, evidentemente.Già. Ma l’autorità pubblica fisiologicamente non può avere il controllo puntuale di tutto ciò che accade sul territorio. Anche perché oggi la comunicazione, nel mondo digitale, spesso scorre per canali ben precisi, quasi una sorta di one-to-one, di nuovo passaparola, che è qualcosa più difficile da intercettare. Ma sono proprio le situazioni più ambigue, “ufficiose”, quelle sotto i radar, ad essere le più pericolose. Crans Montana ne è stata la dimostrazione drammatica.Siamo al grande assurdo per cui l’Italia è un Paese dai regolamenti estremamente rigidi in caso di pubblico spettacolo, almeno in teoria, poi però nella realtà dei fatti accade di tuttoChe poi, dal punto di vista formale, l’Italia è una delle nazioni dal quadro legislativo più draconiano, in termini di sicurezza. Pure troppo, forse. Io in tal senso faccio sempre l’esempio più banale del mondo: con le leggi italiane, il Berghain non avrebbe potuto aprire mai – e parliamo del club più importante ed influente negli ultimi vent’anni al mondo. Sbagliano i tedeschi, o sbagliamo noi italiani?Il problema italiano, e l’ho sperimentato più volte nella mia vita a partire da quando arrivano le commissioni di vigilanza per controllare le aree dei festival, che come sai è una parte fondamentale del mio lavoro, è che non si può applicare il criterio del buon senso come metro di giudizio dell’operatività. Questo come mai? Perché quando in Italia ti affidi al buon senso, e quindi all’arbitrio delle persone, sperando che tutte le parti in causa si comportino in modo sensato visto che farlo andrebbe a loro stesso vantaggio……si farebbe “sistema” in modo virtuoso, infatti……ti ritrovi invece davanti un sacco di operatori che sfruttano ogni scappatoia possibile per arraffare ed arraffare; e poi magari pure scappare nel nulla, se le cose si mettono male. È un po’ la storia di molta imprenditoria nel nostro Paese. E, comunque, è la spiegazione del perché da noi le normative siano così rigide.Perché lo sono, rigide.Abbiamo un indice di capienza legale che è tra i più bassi in Europa, giusto per dirne una. Ma soprattutto abbiamo ancora quell’assurdità dell’articolo 100 del TULPS……eredità addirittura della legislazione del Ventennio. Quello per cui un Questore può disporre d’autorità della chiusura temporanea o definitiva di un esercizio pubblico, se a suo parere costituisce un pericolo per l’ordine pubblico e, addirittura, cito la legge, per la “moralità pubblica” – e questo la dice lunga sulle origini ed anche sullo spirito di questa legge.Già. Legge questa da cui nascono molte distorsioni. Ti faccio un esempio molto concreto: a me stesso è capitato di veder chiuso temporaneamente un mio locale perché c’erano stati dei controlli fuori dal locale e alcune persone erano state trovate alla guida in stato di ebrezza. Capisci? Allora però se i criteri sono questi, andrebbero bloccati anche tutti i matrimoni…In effetti.La conseguenza di questo quadro qual è? Che molti, pur di evitarsi problemi e pensare solo ai comodi propri, direttamente non dichiarano nulla e non si regolarizzano su nulla. Di modo da restare “invisibili” ai controlli. In Svizzera ora dicono che ci sarà un “prima di Crans Montana, e un dopo Crans Montana”; io posso solo dire che certe situazioni, in Svizzera come in Italia come ovunque, si possono affrontare solo con la prevenzione e il controllo.A furia di portare il clubbing fuori dai club, abbiamo legittimato il fatto di de-professionalizzare un settore che già di suo, storicamente, qualche problema di professionalizzazione ce l’haNel concreto? Perché così ha senso, è ragionevole, ma è generico. Allora ti chiedo: la soluzione è che venga meno la distinzione netta fra bar e discoteche che c’è adesso, ponendo tutti sotto lo stesso cappello di regole minime? O, al contrario, questa distinzione bisogna inasprirla invece ancora di più, stroncando ogni minima possibilità che i bar possano fare anche da discoteca?Secondo me, la seconda. I bar facciano i bar, i ristoranti facciano i ristoranti, le discoteche facciano le discoteche: punto. Questo per un semplice motivo: tu puoi aprire un ristorante o un bar dovendo seguire pochissimi requisiti strutturali; con le discoteche invece no, le discoteche ti impongono ben altro. Esempio pratico: l’arredamento. Un divanetto a norma in una discoteca ti costa quattro volte quello che puoi mettere in un bar o in un ristorante.Perché deve rispettare tutta una serie di normative di sicurezza, antincendio, eccetera.Esatto. Quindi no, in Italia non puoi trovare una via di mezzo, con dei requisiti minimi che siano chiari per tutti. Sarebbe una soluzione di buon senso, questa – ma appunto in Italia è difficile usare il buon senso. Perché in Italia il “buon senso” è usato prevalentemente per provare a posizionarsi nel modo più conveniente, creando zone grigie che vengono usate troppo spesso solo per abbattere le spese e massimizzare i guadagni, senza porsi il minimo problema delle conseguenze per sé, per i propri clienti e per tutto il settore.Sì, perché è tutto il settore ad essere in crisi.Già. Ed è paradossale, se pensiamo che a lungo, almeno per qualche decennio, siamo stati all’avanguardia mondiale, per quanto riguarda le discoteche, l’intrattenimento da ballo. Ma col tempo si sono accumulate leggi via via sempre più vessatorie e contemporaneamente – le due cose sono collegate – gli organi che rappresentano il mondo delle discoteche di fronte alla politica hanno dimostrato, anno dopo anno, una grande incapacità di intervenire. Il dato di fatto è che abbiamo un settore che a lungo è stato uno degli export culturali più prestigiosi a livello mondiale per l’Italia, parlo di tutto ciò che ruota attorno al ballo, alla musica dance, alle discoteche, settore che però oggi fa fatica addirittura a sostenere se stesso sul suo proprio territorio. Questa cosa è drammatica. Ed è la realtà dei fatti.Non la tocchi piano.Ti faccio ancora un esempio concreto: il settore delle discoteche è ancora soggetto a norme assurde come l’ISI, l’imposta sugli intrattenimenti, quella che ti obbliga a versare il 16% dell’imponibile sull’incasso nel momento in cui nel tuo locale fai ballare ma non c’è musica dal vivo. Un’imposta che negli anni si è sempre tentato di eludere con degli stratagemmi spesso anche grotteschi, col risultato che la pagano in pochi e quei pochi che le pagano, beh, finiscono semplicemente col chiudere, perché non ci stanno più dentro. Perché non c’è solo l’ISI, c’è ovviamente la Siae, c’è l’IVA che sta ancora al 22%, eccetera eccetera. Su questo cosa è stato fatto, dagli organi di rappresentanza? Nulla. Ma non c’è da stupirsene. Sai perché?Dimmi.Non c’è da stupirsi nel momento in cui ad esempio un’associazione di categoria – la più importante – di fatto rappresenta sia discoteche che ristoranti, o comunque molto luoghi che diciamo fanno entrambe le cose. Se tu guardi l’elenco degli associati al SILB, e io mi sono preso la briga di guardarlo, troverai tantissimi esercizi che sono prima di tutto ristoranti. Se non riesci o non vuoi fare chiarezza al tuo stesso interno, tu che sei il punto di riferimento del settore, è inevitabile che poi sei inefficace quando si tratta di avere una presenza forte ed autorevole con le istituzioni.Beh, ma in generale gli organi di rappresentanza nel mondo “nostro” hanno vita difficile. Quando c’era stato lo stop da pandemia improvvisamente sembrava che tutti si rendessero conto di quanto fosse fondamentale avere degli organi di rappresentanza capaci ed efficienti; ma al di là dei limiti del SILB, il punto di riferimento storico, mi pare che nel frattempo – e in teoria ci si sarebbe pure provato, lo sai, sia io che te siamo stati coinvolti in questo – non sia nato niente di alternativo, di efficace e di più convincente.Torno al punto, e mi ripeto: nel nostro Paese tutti guardano solo ed unicamente al proprio giardinetto. Se la merda c’è, e per esserci c’è, ci si gira sempre dall’altra parte, sperando che finisca sempre in casa d’altri e mai nella propria. Stop. Questo vale anche per le associazioni che dovrebbero tutelare il nostro settore: nove volte su dieci, si girano dall’altra parte quando gli viene segnalato che c’è in attività un locale abusivo o che comunque tiene dei comportamenti ambigui. Parlo per esperienza diretta, eh: mia, e di miei colleghi che operano sul territorio. Di segnalazioni ne abbiamo fatte tante, non è mai successo nel concreto nulla.Cosa si dovrebbe, fare nel concreto?Spingere per ancora più legalità, ed ancora più controlli. Io penso che se vuoi ottenere qualcosa dello Stato, come appunto l’abolizione dell’ISI, devi dimostrare totale serietà e trasparenza. Sempre per fare un esempio concreto: tutelare da parte degli organi che dovrebbero rappresentare gli interessi delle discoteche delle attività che sarebbero più pertinenza della FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi, ndi), ovvero i bar, che del SILB (Sindacato Italiano Locali da Ballo, ndi), non mi pare una grande posizione di chiarezza e serietà.Le due sigle sono associate, peraltro.Io, come Nameless Festival, sono felicemente associato ad Assomusica; una delle discoteche che gestisco lo è al SILB, ma conto di uscirne al più presto possibile, perché ritengo che molti problemi partano proprio da lì. E intendo: non solo o non tanto dalla commistione tra SILB e FIPE di cui dicevo poco prima, che però appunto già è un problema, quanto più in generale il fatto è che vorrei più chiarezza, più coraggio, più voglia di stare sempre e comunque dalla parte della legalità anche nei fatti. Quando hai la coscienza pulita, è più facile farsi sentire ed essere incisivi. Io ci tengo tanto a lavorare in questo modo. Mentre invece vedo troppi casi in cui placidamente si accetta che si apra un bar e lì dopo un po’ si faccia pure ballare, così, come fosse una cosa normale, questo piuttosto che sobbarcarsi gli oneri di aprire una discoteca e seguire i requisiti che deve avere un locale dove si balla, ignorando e bypassando così le regole basilari della sicurezza e del pubblico spettacolo fissate nero su bianco.Ogni struttura può essere adibita al pubblico spettacolo, se soddisfa determinati requisiti a norma di legge. Ci sono molti modi. Se non li soddisfa, toccherà non usarlaPerò fammi dire: non è che con questa posizione passa il messaggio che il ballo sia un’attività problematica, pericolosa, che va strettamente inquadrata dalla legge?Ma perché in effetti è così.Mmmmmh.La gente quando balla sta più vicina, è più euforica, più “fisicamente ingombrante”. È mera statistica osservare che una serata da ballo può portare a più situazioni problematiche che una semplice cena, dove si sta tutti seduti. Però vedi: a Capodanno, in un locale della Valtellina, sembra che un ragazzo ad un certo punto si sia impadronito dell’estintore usandolo sulla folla e il locale sia stato evacuato. Ok, cosa che capitano. Ma a me risulta – potrei sbagliarmi, ma questi sono gli elementi che ho – che quel locale è dal 2014 che sarebbe ufficialmente chiuso. Quindi sì, torniamo al grande assurdo per cui l’Italia è un Paese dai regolamenti estremamente rigidi in caso di pubblico spettacolo, vero, poi però nella realtà dei fatti accade di tutto. Si marcia sulle molte ambiguità di sistema, sul fatto che in fondo si “lascia fare” un po’ di tutto, e a tutti: Forse non ci stiamo rendendo conto quanto questo sia un problema, di quali dinamiche inneschi. A furia di portare il clubbing fuori dai club, abbiamo legittimato il fatto di de-professionalizzare un settore che già di suo, storicamente, qualche problema di professionalizzazione ce l’ha.Altro punto: i club e le discoteche dove devono stare? La risposta in Italia ormai è quasi univoca: fuori città, per evitare problemi di ordine pubblico, di schiamazzi. A me sembra molto più intelligente la creazione di distretti del divertimento entro la cerchia urbana, vedi Amsterdam, vedi Copenaghen, vedi Tallinn.In Italia non ci siamo mai posti davvero il problema, adottando solo soluzioni su singoli casi, mai con una visone complessiva. Io sono convinto che aiutare l’esistenza di club, discoteche e in generale di attività di aggregazione all’interno della cerchia urbana sia un’opportunità, non un problema. Mi baso sull’esperienza personale: vivo in una strada nel centro di Lecco, e gli unici momenti in cui non mi sono sentito sicuro a camminare nella mia zona è stato quando il bar che ho sotto casa era chiuso. Per come è messa l’Italia in alcune zone del nord e non solo, per i problemi che si leggono ogni giorno sui giornali, penso che non ci sarebbe niente di meglio dell’agevolare forme di intrattenimento serale e notturno – naturalmente regolamentate e controllate in modo serio. Ne avremmo vantaggio tutti.Anche i residenti che dicono che non riescono a prendere sonno ne avrebbero vantaggio?Io credo che quella del rumore e degli schiamazzi sia una questione che si può tranquillamente affrontare. Lo si può fare lavorando sull’educazione civica delle persone, punto numero uno, e pianificando in maniera sensata il numero di attività che possono essere attive nella stessa area, punto numero due. Sul punto dell’educazione civica: si fanno tanti corsi per gli operatori, bisognerebbe iniziare anche a farne per i clienti dei pubblici esercizi, dei club, delle discoteche: di modo che capiscano cosa si rischia a stare in posti non a norma e gestiti con troppa leggerezza. Quando un ristorante si mette a fare il club senza averne i requisiti, non sta solo aumentando il fatturato illecitamente, sta anche mettendo in pericolo la sicurezza dei suoi clienti. E questo i clienti dovrebbero iniziare a capirlo. Io sogno una clientela che si inizi a rendere conto se ci sono le uscite di sicurezza, i maniglioni antipanico, le etichette sui divanetti, e se non trova tutte queste cose inizia ad andarsene da un’altra parte. Dopo quello che è successo a Crans Montana, che rischia di gettare una luca oscura su tutto il settore, tutto questo dovrebbe essere una priorità assoluta per gli operatori, un argomento assolutamente centrale.Andare a fare festa è sacrosanto, pure fare feste private – ci mancherebbe altro – è sacrosanto; ma quando fare festa diventa un lavoro, ovvero diventa un sistema per fare soldi, bisogna preoccuparsi tutti che questo fare soldi non vada a scapito della sicurezza delle personeTu comunque sei in una posizione particolare: gestisci delle discoteche ma hai anche un festival, il Nameless, che tra le altre cose è assieme al Kappa FuturFestival, numeri alla mano, il più grande festival musicale italiano. Come ti poni di fronte al fatto che la scena dei festival stia uccidendo quella dei club e delle discoteche, visto che i primi sono percepiti come una realtà scintillante, interessante e vincente, mentre il resto invece viene visto come una cosa sempre più residuale?Ma quanti sono i festival realmente grandi come impatto numerico, in Italia? Noi e il Kappa FuturFestival, certo, poi ce n’è qualche altro; pochi, però. Il grosso sono festival – anche molto belli – che sono piccoli, che fanno in una loro serata lo stesso numero di presenze che fa un club in una o due sere. Quindi non penso si possa considerare davvero “concorrenza”, o almeno… non dovrebbe esserlo. Sai perché club e discoteche sono in difficoltà, per come la vedo io? In questi ultimi tempi, parlo del mio territorio ma penso sia una questione comune a tutta Italia, vedo un sacco di nuove realtà, collettivi di ragazzi che si inventano cose nuove per divertirsi, per stare insieme: era almeno da una quindicina d’anni che non vedevo tutto questo fermento, ed è una bellissima notizia. Ecco: questi ragazzi dovrebbero incontrare delle persone che siano dei professionisti fatti e formati che li aiutino, li sostengano, che gli facciano capire come intrattenimento e sicurezza non debbano marciare separati; non invece degli scappati di casa e degli approfittatori che piegano i regolamenti a seconda delle loro convenienze del momento, giocando sempre al ribasso. Siamo tra l’altro in un momento particolarmente interessante: l’ondata urban è in calo, per forza di cose si sta tornando all’elettronica, a ciò che è più puramente dancefloor. Ecco: quale miglior momento per ricostruire dal basso, ma su radici sane?(Alberto Fumagalli si gode il pienone del Main Stage dell’edizione 2025 di Nameless Festival; continua sotto)Però aspetta, una forza di questi collettivi è che spesso e volentieri operano in contesti non convenzionali: circoli, bar, case private, addirittura musei, venue diciamo così “creative”…Ogni struttura può essere adibita al pubblico spettacolo, se soddisfa determinati requisiti a norma di legge. Ci sono molti modi. Se non li soddisfa, toccherà non usarla.Soddisfare questi requisiti costa.Dipende dai punti di vista. Ad esempio: nel mondo della musica del vivo e dei concerti, le associazioni di categoria hanno ottenuto il varo di un iter estremamente semplificato se si vogliono organizzare eventi entro le 2000 persone.Parliamo per lo più però di eventi all’aperto, con questi numeri.Quando si parla di eventi indoor, è giusto che i requisiti di sicurezza siano molto più stringenti. Lo abbiamo visto, purtroppo: le conseguenze possono essere drammatiche, quando non vengono rispettati. Per dire, il certificato di prevenzione incendi non è un optional, non dovrebbe esserlo; eppure ci sono tanti locali che non lo rinnovano quando devono, anzi, non lo rinnovano e basta. Eppure, operano come se niente fosse. Potrei fare i nomi, ma non è questo il punto: il punto è cambiare le dinamiche, non trovare dei colpevoli isolati, dei capri espiatori per poi continuare a fare come prima. Ma bisogna anche capire che se decidi ad esempio di organizzare qualcosa in un capannone vuoto, il tutto è paradossalmente molto più sicuro che lo stare pigiati in un barettino di provincia. Se ci ragioni un attimo, è evidente. Ecco, questo è quello che manca: la consapevolezza.Ok. Una consapevolezza ragionata.La consapevolezza che andare a fare festa è sacrosanto, pure fare feste private – ci mancherebbe altro – è sacrosanto; ma quando fare festa diventa un lavoro, ovvero diventa un sistema per fare soldi, bisogna preoccuparsi tutti che questo fare soldi non vada a scapito della sicurezza delle persone. E qui si innesta un problema, torniamo al discorso di prima: proprio le associazioni che dovrebbero aiutare le autorità a mappare per bene il territorio sono invece le prime a fare confusione, a confondere le acque. Spesso vedo la tendenza, da parte di tutti, a buttare dentro chiunque nel pentolone del ballo, cose che fa gioco a molte parti in causa: alle associazioni che gonfiano i numeri degli associati, agli enti coinvolti nel percorso di verifica iniziale che così hanno più lavoro; ma quando si è in così tanti e così diversi, e così spesso in “zone grigie”, è normale che nessuno segnali nessuno. Perché intaccare il reciproco tornaconto? Però no: così non va bene.Di sicuro ora che a metà febbraio fai per la prima volta un’edizione invernale di Nameless nella location che usavi fino a qualche anno fa, edizione che peraltro sta andando alla grande in termini di prevendita, andrai ad intaccare gli interessi delle discoteche della zona: la gente per un weekend andrà al festival, non da loro.No, non la vedo così. Noi andremo avanti, come sempre a Nameless, solo fino alla mezzanotte: di sicuro su qualche migliaio di persone qualcuno che avrà ancora voglia di fare festa dopo mezzanotte ci sarà. Più che un problema, penso quindi che noi saremo un volano. Però ecco, in questo modo ho di nuovo l’occasione per tornare a parlare di sicurezza e di buon senso: in questi giorni ho avuto dei confronti abbastanza serrati con alcune autorità coinvolte nell’iter di autorizzazioni per lo svolgimento di Nameless Winter: e dal mio punto di vista, stavano esagerando con alcune pretese sui requisiti. Ad un certo punto gli ho detto: “Sentite, io non ho problemi a venire incontro alle vostre richieste anche se personalmente le ritengo eccessive: perché sulla sicurezza sempre meglio fare delle cose in più che delle cose in meno. Però dopo che con me vi state comportando così, pretendo facciate lo stesso con tutte le altre realtà della zona”. Realtà che, lo sappiamo bene tutti, hanno un decimo dei requisiti a cui devo sottostare io. Quanto ha senso tutto questo? Ecco, spero almeno che questo discorso apra gli occhi a chi di dovere: è giusto pretendere il massimo, in tema di sicurezza, ma appunto, bisogna farlo con tutti. E non mi pare che accada.The post Cosa dovremmo fare (e non stiamo facendo) dopo il dramma di Crans Montana appeared first on Soundwall.