Ma: queste immagini da Kyiv, ogni mattina, queste case rosse di fiamme o fantasmatiche, morte. Le tegole in pezzi, i vetri infranti, gli abitanti che fuggono a fatica nella neve. Queste immagini passano ogni mattina sui nostri smartphone, ma non ne parliamo al lavoro, o con gli amici. Come un tabù. Di ciò di cui non si può parlare occorre tacere, diceva un famoso filosofo, uno che se ne intendeva. Io fatico a tacere. L’altro giorno un missile Oreshnik ha colpito Leopoli. Potenzialmente può portare testate nucleari. Un biglietto da visita. A Kyiv è stato ucciso un medico dei soccorsi. I russi hanno colpito una seconda volta, pochi minuti dopo, apposta. Vecchia tecnica. A Dresda gli Alleati attaccarono con un bombardamento incendiario, poi scatenarono un secondo attacco sui soccorritori. Una strage. Ci sono tempi molli, in cui gli uomini sembrano diventati quasi civili. Ne abbiamo goduto in Italia per ottant’anni. Poi, come dalle viscere, riemerge una bestialità di cui non siamo pienamente coscienti. Lontano, certo, lontano per ora – anche se non poi così tanto. Guardiamo, e chiudiamo gli occhi. Via, è impossibile. A Kyiv l’altra notte è saltata la corrente elettrica e il riscaldamento. Mi immagino, nei condomini di dieci piani, i vecchi, i malati rimasti in alto, al buio, soli. Il gelo. Le medicine che mancano. Dover lasciare solo un padre, per non morire tutti. Ma, ci pensate anche voi? Queste immagini mi inseguono nella giornata come un coro scuro. Guardo la mia casa calda, il frigo pieno, i nipoti che giocano. Tutto quello che ho mi fa paura, perché posso perderlo. Bisognerebbe ricominciare a pregare. Sì, questa antica inattuale abitudine dei nonni, messa via come una vecchia fiaba, se non ridicolizzata. Bisognerebbe ricominciare a pregare, ma non solo per noi: per tutti. Perché davvero buio è questo inverno, e noi così distratti. Sanremo, l’Inter. Come se la notte di Kyiv dovesse restare sempre lontana. Come se il destino degli altri non ci riguardasse mai.