Una storia di futuro

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Oggi per una volta parliamo di noi. Di una storia straordinaria e irripetibile. Repubblica compie 50 anni e il compleanno di un giornale è già di per sé una buona notizia per la democrazia, soprattutto in un mondo governato da sovranisti e populisti nemici delle libertà. E lo è ancora di più per il merito che ha avuto il fondatore Eugenio Scalfari — insieme con l’editore Carlo Caracciolo — nel dare una voce, una casa, una identità a un pezzo di società che nel 1976 in Italia esisteva ma non veniva riconosciuta. Una comunità di lettori che si è formata spontaneamente intorno a nuove idee e che ci ha accompagnato in questo mezzo secolo. Perché solo l’esistenza di una opinione pubblica informata qualifica una democrazia e ne rende possibile il domani.Da Scalfari abbiamo ricevuto in eredità una felice condanna alla innovazione, alla modernità, che ci ha guidato nel passaggio dal quotidiano tradizionale a un sistema integrato di comunicazione più ampia, tecnologicamente avanzato, dove hanno trovato posto l’uno dopo l’altro, l’uno accanto all’altro, la carta, il digitale, i podcast, le newsletter. Sulla spinta mai attenuata delle origini, dell’intuizione scalfariana di dare spazio e tribuna alle forze del cambiamento, di proporre un orizzonte comune a chi la pensava in un certo modo e non aveva legittimità. Di segnalare le novità, le trasformazioni nei diversi ambiti e settori della società, dalla politica all’economia (con la battaglia alla “razza padrona” cominciata già prima di Repubblica) fino alla cultura e al costume. In una cornice invariata di valori — etica pubblica, sostegno ai ceti emergenti, a donne e giovani in particolare, rivendicazione dei diritti — che ha consentito nei tempi più recenti di affrontare e superare anche i passaggi più difficili del mercato dopo i record di vendita e i sorpassi storici.Non siamo stati un giornale partito, come per pigrizia o per calcolo qualcuno ci ha definito nel corso di questi 50 anni, ma siamo sempre stati — questo sì — al centro delle grandi questioni politiche e culturali. Affiancando e spronando la sinistra in ogni stagione a liberarsi dai suoi demoni, a emanciparsi, a scegliere tra i due corni — massimalismo e riformismo — imboccando la strada di quest’ultimo per diventare forza europea, pronta a governare parlando a tutto il Paese. Continuiamo a farlo con la stessa determinazione davanti al ritorno delle destre al potere in Italia (Meloni) e nel resto del pianeta (Trump e i suoi simili): per una sinistra all’altezza della sfida contro le disuguaglianze, che sappia fronteggiare l’immane dimensione privata dell’economia tecnocapitalistica ridando potere costituente all’idea di Europa e alle sue istituzioni. Quella nuova inclusiva idea di cittadinanza con la quale nel marzo scorso abbiamo riempito piazza del Popolo a Roma.Dalla tradizione dell’Espresso, di cui Scalfari era stato direttore, e ancora prima del Mondo di Pannunzio, di cui invece fu giovane collaboratore, nasce la simbiosi tra politica e cultura, con lo spostamento anche fisico della cosiddetta terza pagina che con Repubblica diventa doppia e si colloca al centro del giornale. Ma non è naturalmente solo forma: tutte le questioni di fondo hanno radici culturali. Un pensiero progressista, una coerenza di visione che nessun altro giornale fino ad allora aveva sperimentato, un altro tassello di una riforma che ha certamente cambiato il corso dell’editoria italiana. Come le grandi inchieste e le grandi domande tipiche dell’informazione di qualità: le grandi inchieste sono utili se sono scomode, se pongono davanti alla classe dirigente e all’opinione pubblica le verità scomode. Anche su questo viene segnata una rottura rispetto al conformismo e alla vicinanza con il potere della concorrenza. Non a caso gli album di famiglia ci ricordano che in quel 14 gennaio del 1976 il fondatore aveva accanto a sé alcuni nomi già noti del giornalismo, che con il suo stesso coraggio avevano lasciato il porto sicuro dei rispettivi quotidiani per salire sulla scialuppa incerta di Repubblica, ma anche donne e uomini alla prima avventura professionale. Uniti dalla medesima voglia di cambiamento. Per tantissimi Repubblica è stata una scuola, in questi dieci lustri lo è stata per tre o forse ormai quattro generazioni, e lo è stata anche grazie a Ezio Mauro che ha raccolto il testimone della direzione da Scalfari tenendo ben saldo il comando per vent’anni, proprio come lui, in una staffetta inedita quanto riuscita.Repubblica50, il documentario“Questa non è una rivista, questo è un movimento e da un movimento non si esce”: ho pensato che questa frase fosse perfetta per Repubblica mentre la sentivo pronunciare dal direttore del New Yorker nel film documentario per i 100 anni del settimanale americano. Perché il seme del giornalismo di Repubblica ha germogliato nelle lunghe riunioni scalfariane, le messe cantate, nella cura delle pagine del quotidiano, nelle copertine dei magazine e degli inserti, nella ricchezza e nella velocità del sito, nell’organizzazione degli eventi speciali ma soprattutto tra la gente alle edicole (quelle di una volta e quelle che restano), sul web, nei video, sulle diverse piattaforme, nelle piazze affollate di “Repubblica delle Idee” o nei teatri delle grandi città di “Repubblica Insieme”, dove le edizioni locali sono insostituibili sentinelle del territorio. Certo, abbiamo avuto i nostri difetti. E qualche innamoramento sbagliato. Abbiamo fatto sicuramente degli errori. Mai però quello di assecondare gli istinti peggiori o le derive autoritarie. O di confondere aggressore e aggredito, la lotta al terrorismo con la violenza cieca contro i civili inermi. La storia di questi primi 50 anni è la storia di una comunità dove il lavoro della redazione con orgoglio, onestà e trasparenza ha avuto sempre l’identica missione: informare con spirito critico e senso di responsabilità, cercando di meritare ogni giorno la fiducia dei lettori. Questa storia di libertà è oggi la migliore garanzia per i futuri compleanni. Auguri a Repubblica, viva Repubblica.