Colombia. La violenza riesplode alla vigilia del voto

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di Mauro Morbello * – La Colombia si avvicina alle elezioni presidenziali del 31 maggio 2026 in un clima di crescente violenza. A partire dall’inizio di aprile, il paese è stato attraversato da una sequenza coordinata di oltre 25 attentati condotti con bombe, droni, veicoli esplosivi, blocchi stradali, assalti contro basi militari, stazioni di polizia e veicoli civili. Si è trattato di un livello di violenza che il Paese non registrava da anni, con un bilancio complessivo di oltre 25 morti e decine di feriti.Non appare casuale che l’offensiva degli attacchi sia avvenuta proprio alla vigilia delle ormai prossime elezioni presidenziali, in un momento in cui la Colombia è chiamata a scegliere non soltanto un nuovo governo, ma il modello di Stato e di società che intenderà perseguire nei prossimi quattro anni. La posta in gioco è netta. Da un lato, la continuità dell’esperienza progressista inaugurata nel 2022 con l’elezione di Gustavo Petro, primo presidente di sinistra nella storia repubblicana colombiana; dall’altro, il ritorno alla gestione del potere da parte delle élite politiche tradizionali, conservatrici e reazionarie, dopo una parentesi di governo che ha cercato di modificare gli assetti sociali ed economici che hanno storicamente segnato il Paese.L’ondata di attentati avvenuta durante il mese di aprile è stata attribuita a gruppi dissidenti delle ex FARC, formati da settori armati che non aderirono all’accordo di pace del 2016, che oggi si finanziano principalmente attraverso il controllo delle rotte del narcotraffico, dell’estrazione illegale e di altre economie criminali nelle aree più isolate della Colombia. Per il governo Petro, tuttavia, l’accaduto avrebbe una portata più ampia. Gli attentati non sarebbero soltanto il risultato dell’azione autonoma dei dissidenti FARC, ma si inserirebbero in un disegno promosso dalla cosiddetta “Junta del narcotráfico”, una presunta rete transnazionale che coordina interessi criminali, traffico di cocaina, gruppi armati e operazioni terroristiche con l’obiettivo di destabilizzare politicamente il Paese. In questa prospettiva, le organizzazioni armate attive in Colombia, primo produttore mondiale di cocaina, agirebbero come strumenti operativi di una più ampia strategia di destabilizzazione politica, finalizzata a sabotare il processo elettorale e favorire il ritorno della destra al potere.Nel corso del suo mandato, a partire dal 2022, Petro ha promosso un programma politico volto a trasformare in profondità la Colombia, con l’obiettivo di ridurre le enormi disuguaglianze sociali e rafforzare il ruolo dello Stato. La sua agenda ha puntato a riformare sanità, lavoro e pensioni, rilanciare la riforma agraria, promuovere la transizione energetica e affrontare l’enorme questione del conflitto interno che, dagli anni Sessanta, ha coinvolto gruppi guerriglieri, formazioni paramilitari e forze armate, provocando in oltre cinquant’anni più di 200.000 morti. Al centro di questo impianto riformatore si è collocato il progetto “Paz total”, fondato sulla convinzione che la violenza, che per decenni aveva caratterizzato il Paese, non potesse essere risolta soltanto attraverso strumenti militari, ma richiedesse negoziati, smobilitazione dei gruppi armati, percorsi di giustizia restaurativa e transizionale, riparazione delle vittime e interventi sulle cause sociali ed economiche del conflitto, come condizioni necessarie per costruire una riconciliazione nazionale.Non disponendo di una maggioranza parlamentare propria sufficiente a realizzare integralmente il suo programma, sin dall’inizio del mandato il governo Petro fu costretto a costruire alleanze eterogenee con partiti di centro e forze politiche tradizionali. Questa maggioranza composita gli consentì di approvare le prime misure, ma iniziò rapidamente a incrinarsi quando le riforme cominciarono a incidere su interessi consolidati. Da quel momento, il Parlamento divenne il principale terreno di contenimento dell’agenda di governo bloccando, ridimensionando o rallentando gran parte delle iniziative più ambiziose.Nonostante le difficoltà politiche e le forti resistenze istituzionali, il governo Petro ha ottenuto vari risultati significativi, soprattutto sul piano sociale. È riuscito ad approvare la riforma pensionistica e, dopo un lungo confronto parlamentare, una riforma del lavoro orientata a rafforzare tutele salariali e contributive. Rispetto al 2022, anno del suo insediamento, la povertà monetaria è scesa dal 36,6% al 31,8%, mentre la povertà monetaria estrema è passata dal 13,8% all’11,7%. Anche il mercato del lavoro ha mostrato segnali di miglioramento, con la disoccupazione scesa dall’11,2% nel 2022 all’8,9% nel 2025. A questi risultati si sono aggiunti i progressi nella redistribuzione della terra, con centinaia di migliaia di ettari destinati a contadini e comunità rurali. Il principale limite del governo Petro è emerso però sul terreno della sicurezza e dell’attuazione del piano di “Paz total”. La strategia si è scontrata con la frammentazione degli attori armati, il radicamento delle economie illegali e la persistente debolezza dello Stato nel controllare stabilmente molte aree periferiche del Paese. In diversi casi, cessate il fuoco e tavoli di negoziato non hanno portato a una reale riduzione della violenza, ma sono stati sfruttati dalle organizzazioni armate per consolidare la propria presenza nei territori e mantenere il controllo sulle fonti di finanziamento legate a narcotraffico e ad altre economie criminali.Gli attentati avvenuti nel mese di aprile hanno trasformato la “Paz total” da principale promessa del governo Petro nel suo punto più vulnerabile, offrendo alla destra l’argomento più efficace per denunciarne il fallimento e proporre un ritorno a una politica centrata su ordine, sicurezza e militarizzazione dello Stato. In questo quadro, a meno di un mese dalle elezioni presidenziali, i principali beneficiari politici del risorgere della violenza sono i candidati della destra, Paloma Valencia e Abelardo de la Espriella. La prima, espressione del partito Centro Democrático, rappresenta una destra conservatrice favorevole al rafforzamento delle Forze Armate e orientata a sostituire la politica negoziale di Petro con una strategia di interruzione o forte ridimensionamento dei negoziati con i gruppi armati. Il secondo, espressione del movimento Defensores de la Patria, incarna una destra radicale caratterizzata da un’impostazione ultra liberista in campo economico e fortemente securitaria sul piano politico, che rifiuta ogni negoziato con i gruppi armati e invoca una drastica riduzione del ruolo dello Stato promettendo una lotta frontale contro criminalità organizzata, narcotraffico e guerriglia.Prima della serie di attentati, entrambi si collocavano attorno al 23% delle preferenze, dietro al candidato di sinistra Iván Cepeda appartenente alla coalizione Pacto Histórico, in testa nei sondaggi con circa il 38%. Cepeda, che rappresenta la continuità del progetto progressista inaugurato nel 2022, è riconosciuto per il suo impegno sui diritti umani, la partecipazione ai processi di pace e la denuncia dei legami tra politica, paramilitarismo e violenza. Tuttavia, proprio questa identificazione rischia di diventare il suo principale limite nell’ultimo tratto della campagna elettorale, in un contesto in cui una parte crescente dell’opinione pubblica, intimorita dal risorgere della violenza, potrebbe orientarsi verso candidati che promettono sicurezza con mano dura.I recenti avvenimenti rafforzano certamente la destra sul piano narrativo, spostando gran parte della campagna elettorale dal terreno delle riforme sociali a quello della sicurezza. Tuttavia, almeno in vista del primo turno del 31 maggio, non sembrano sufficienti a rovesciare il vantaggio di Cepeda. Molto dipenderà dalla capacità del candidato progressista di distinguersi dagli aspetti più contestati del governo Petro, difendere l’idea della pace senza sottovalutare la domanda di sicurezza e presentare una strategia credibile contro narcotraffico, dissidenze armate ed economie illegali.Il Paese si troverà così davanti a una scelta che va oltre la normale alternanza tra governo e opposizione. Da un lato, la possibilità di proseguire un percorso di pacificazione, complesso e spesso contraddittorio, fondato su dialogo, negoziato, riforme sociali e inclusione dei territori marginalizzati; dall’altro, il ritorno a una politica d’ordine centrata sul rafforzamento dell’apparato militare e repressivo dello Stato, accompagnata dalla riaffermazione degli assetti economici e sociali tradizionali su cui si è storicamente retto il Paese, che hanno contribuito a renderlo uno dei più disuguali al mondo. Con l’auspicio che non venga versato altro sangue, il voto del 31 maggio dirà quale delle due Colombie avrà prevalso.* Dopo oltre trent’anni di attività come cooperante e funzionario internazionale, oggi si dedica all’analisi e alla divulgazione di temi internazionali e geopolitici, con particolare attenzione all’America Latina e alle sue dinamiche sociali, economiche e politiche. È autore del libro Il cammino di un cooperante.