Parma, Brian Eno: non di solo Salis, De Witte e ANOTR vivono le città

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Fra le persone più acute, gradevoli ed intelligenti che si possano incontrare nel mondo della musica, metteremmo di sicuro ai primissimi posti i Coldcut (…e per chi non li conosce: pionieri dell’elettronica e del sampling, fondatori della Ninja Tune – gente insomma che ha fatto la storia, non du’ stronzi qualunque). Tempo fa li incontrammo a Bologna, al “vecchio” Link, quello ancora dietro la stazione dei treni, e ad un certo punto se ne vennero fuori sorridendo con una frase fulminante, che da quel momento ci stiamo potando sempre con noi: “All good things come to a trend”, un acutissimo remix (è nel loro destino farne di geniali, no?) del proverbio “All good things come to an end”.Un wordplay che però era ed è soprattutto una profonda, profondissima verità.Bene: di tutti i trend che sono emersi negli ultimi tempi, uno che è stato “figliato” dal nostro mondo e che è diventato centrale nello scacchiere della politica e della società italiana è stata la mega adunata a Genova per il set open air di Charlotte De Witte. Se ne è parlato a sfinimento, e ne abbiamo parlato anche noi, per mettere qualche puntino sulle “i” ed evitare qualche possibile distorsione e strumentalizzazione (…non che Soundwall conti chissà cosa, anche se negli ultimi tempi più di una volta siamo stati contattati in privato da alti gradi della politica, vedi anche per la faccenda Hellwatt, ma almeno se parli e scrivi poi sai che hai la coscienza a posto).Al netto dei nostri caveat, la cosa di Genova è stata bella ed importante. Va contestualizzata sulla realtà e sulla storia cittadina, sulla necessità di venire fuori da dieci anni (solo dieci? O di più?) di immobilismo, botteghismo di piccola lega, strapaesanesimo a colpi di scivoli gonfiabili, e sul fatto che da qualche anno c’è chi coraggiosamente si dà da fare per dare a Genova la dimensione attenta, alternativa, incisiva, illuminata, contemporanea che merita (ne abbiamo parlato più volte), e metti mai che finalmente dalla classa amministrativa arriva come effettivamente sembra un aiuto tangibile, non solo qualche distratta (o infastidita) pacca sulla spalla. Sarebbe tanta roba – e la direzione è quella giusta, al netto appunto del rischio di strumentalizzazioni (che, se il fiuto non ci inganna, nascono più ancora a Roma che a Genova, più ancora a livello nazionale che locale insomma).Ma dicevamo: all good things come to a trend. E lo stesso rischia di succedere con questo format de “la techno in piazza per migliaia di persone coi nomi forti in console gratis per tutti” (…sì, lo sappiamo, non dovremmo usare “techno” a rigor di filologia e musicologia, ma del resto proprio i primi e più austeri sacerdoti della techno hanno usato “jazz” con grande leggerezza pro domo loro, quindi facciamo che la libertà vale per tutti). I numeri che ha generato l’evento con la De Witte sono eloquenti, e sono stati impressionanti. Questo però significa adesso una cosa: che sia la politica che i brand, fulminati sulla via di Damasco e del Circoloco o del Tomorrowland, vogliono ora provare a buttarsi a pesce su questo format. Visto che, evidentemente, genera consenso. Sia la politica che i brand del nostro consenso si nutrono instancabilmente, vampiri come sono.I numeri che ha generato l’evento con la De Witte a Genova sono eloquenti, e sono stati impressionanti. Questo però significa adesso una cosa: che sia la politica che i brand, fulminati sulla via di Damasco e del Circoloco o del Tomorrowland, vogliono ora provare a buttarsi a pesce su questo formatEcco: ci vuole prudenza. E misura. Perché è un attimo trasformare una buona idea – che è una tanto attesa sprovincializzazione dell’uso del territorio pubblico in Italia – in una caciara paracula. Alimentata solo per generare consenso: che si tratti di voti, o di comportamenti d’acquisto (…e talora le due cose si sovrappongono, curiosamente).Che i contesti socio-politici urbani in Italia debbano flirtare molto di più con una cultura contemporanea che parli i linguaggi dell’elettronica, è una battaglia che da queste pagine si porta avanti da sempre. Ripetiamo: da sempre. Da quando sembrava idiota e presuntuoso pensarlo. Lo facciamo non solo per mera partigianeria, ma perché siamo realmente convinti che i linguaggi che vanno dalla De Witte alla sperimentazione (sì, perdonateci: per scelta, abbiamo sempre voluto abbracciare tutto, troviamo lo snobismo un posto troppo comodo e scomodo assieme) sono quelli che più e meglio possono essere utili oggi per l’Italia: sono contemporanei (e l’Italia ha il problema di essere “vecchia” come dinamiche e come reattività), sono un rinnovamento, sono inclusivi; in più, sono ormai transgenerazionali. Perché chi è appassionato di techno, o di Warp, o di Raster Noton, o di David Guetta della prima ora, ormai c’ha cinquant’anni, o giù di lì.È un attimo trasformare una buona idea – che è una tanto attesa sprovincializzazione dell’uso del territorio pubblico in Italia – in una caciara paracula, alimentata solo per generare consenso: che si tratti di voti, o di comportamenti d’acquistoA Parma hanno fatto una grandissima cosa. A partire dall’inizio di questo mese di maggio e fino al prossimo 2 agosto, hanno dato in mano a Brian Eno due posti assolutamente splendidi: il Complesso Monumentale di San Paolo e l’Ospedale Vecchio. Il primo, un’oasi verde e di intensa pace nel cuore del centro cittadino, ospita l’installazione site specific “SEED” (creata assieme alla scrittrice turca Ece Temelkuran); il secondo, strepitoso palazzo medievale dagli imponenti e scenografici spazi interni, inutilizzato da un sacco di tempo, è la sede di “My Light Years”, definita la “prima grande mostra europea di Brian Eno” e, sempre prendendo dal comunicato stampa per questa mostra, curata da Alessandro Albertini, con l’aiuto di Dominc Norman-Taylor, Juliana Consigli e Martin Harrison, si dice che “Per la prima volta, esposta in un unico luogo, la collezione più completa mai realizzata delle sue installazioni e opere audiovisive, con lavori mai esposti prima in Italia e creazioni realizzate appositamente per l’occasione, all’interno di un vasto e monumentale complesso architettonico finalmente tornato a rispondere alla sua vocazione pubblica e collettiva”. Ci sta tutto.(Eno ritratto da Michele Riccomini fra le opere di “My Light Years” dentro l’Ospedale Vecchio; continua sotto)Su tutto questo l’amministrazione comunale ci mette la faccia e non solo (in primis col sindaco Michele Guerra e l’assessore alla cultura ed al turismo Lorenzo Lavagetto), facendosi poi aiutare anche dall’immancabile fondazione bancaria (Cariparma, qui) e da un potente privato (Gruppo Davines, cosmetici). Insomma, a riassumere e ad evidenziare il punto focale: tutti i più importanti player della declinazione socio-politico-economica di una comunità urbana hanno unito le forze, per lanciare un segnale forte e a modo suo ambizioso.Poi, se tutto questo fosse un Eno-washing senza ricadute reali, saremmo un po’ contenti un po’ insomma, qui non si fa gli entusiasti per partito preso; la verità dei fatti è però che “My Light Years” è nel suo interessante e ben assemblata, il recupero di uno spazio strepitoso come l’Ospedale Vecchio a spazio espositivo è un’azione di livello europeo, da grande città (invece di farci un supermercato, la sede di una banca, un palazzo di rappresentanza, un centro commerciale di lusso), e il Giardino di San Paolo “pettinato” dai field recording di Eno e Temelkuran è un’oasi di pace e relax.(Ecco dove si diffondono i suoni e le sugestioni di “SEED”; continua sotto)Poi sì: suo malgrado Brian Eno è trattato da tempo ormai come madonna pellegrina, un santino da agitare per far vedere che si è “intelligenti”; ed è sempre più divertente che più Eno si sbraccia a parlare di “scenius”, rigettando l’estetica e la retorica del “genius”, più da “genius” viene trattato, cioè da mitologico uomo-solo-al-comando che ogni cosa che fa è geniale, pazzesca, assurda (hint: no, non lo è), invece di essere semplicemente una lineare traduzione di alcune intuizioni frutto dell’osservazione dello spirito dei tempi e di dove si muove l’intelligenza collettiva. Non è colpa sua: lui fa di tutto per spogliare di grandeur e di prosopopea tutto quello che lo circonda, ed ogni cosa che fa. Davvero di tutto. Anche a Parma, il suo eloquio pacato e ironico – ma al tempo stesso deciso e tagliente sui temi davvero importanti – ha cercato in ogni modo di demistificare la adorazione messianica dei giornalisti e semi-VIP presenti, riuscendoci però pienamente a metà (cit.).Quello che però a noi piace sottolineare è che la De Witte in piazza a Genova e Eno nei salotti buoni e monumentali a Parma sono in fondo operazioni “cugine”, figlie della stessa attitudine, solo declinate in due maniera profondamente opposte. Questo il punto. Il giochetto invece del prossimo futuro, ci scommettiamo, sarà quello di concentrarsi solo sulla De Witte perché fa più numeri social e più views, accomunandola agli ANOTR a Milano e a chissà quali altri eventoni “techno” (virgolette d’obbligo, you know) che si proverà a fare da ora in poi. Il punto non è sancire il trionfo numerico della cassa in quattro nelle piazze, con acclusa eventuale benedizione da fascia tricolore. No: il punto è iniziare finalmente a pensare/fare moderno unendo mercato, politica, capitali pubblici e privati sotto il cielo dei suoni e delle culture digitali di questi decenni, uno sforzo che ad esempio da anni sta facendo il Kappa FuturFestival (tutti dovrebbero essergliene grati), senza che nel macrocosmo dell’elettronica – che per noi appunto va da Eno alla De Witte, dai Kraftwerk a Salvatore Ganacci – ci si senta sempre figli di un dio minore invitati nel salotto buono per sbaglio o per gentile/pietosa concessione, e/o un drogodromo di giovinastri o di adulti frichettoni, immaturi e mal cresciuti, perché si sa, quelli ben cresciuti ascoltano Baglioni, Vasco Rossi ed Achille Lauro (capirai…).(“Droppano a sorpresa” come dice qui m2o proprio no, visto che è stata una operazione attentamente pianificata e furbamente promossa, ma a Milano si sa tutto deve diventare marketing; continua sotto) Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da radiom2o (@m2oradio)Poi chiaro: Parma non deve fare il solito errore “da Parma” (scusate il luogo comune), ovvero sentirsi “migliore” di altri perché Brian Eno nei musei è più chic di ventimila danzanti indistinti in piazza – che siano la De Witte sotto la Lanterna, o Vyni a Reggio Emilia. Ma visto che per il 25 aprile scorso hanno invitato tra gli altri in piazza ad esibirsi Sama’ Abudlhadi e visti alcuni segnali in città già da un po’ di tempo, pensiamo siano sulla strada giusta. Però sì, “all good things come to a trend”, e la bellissima pensata di Genova – coronamento come spiegavamo di un percorso ben preciso – non deve assolutamente diventare “trend”, fra plauditores che vedono solo numeri e masse e ad essi si fermano, senza un’analisi più approfondita, più organica, più sistemica.Intanto, a riassumere: fate un salto a Parma: “My Light Years” e “SEED” meritano, danno lustro e “profondità contemporanea” ad una città che è già bella di suo. E dopo che lo avete fatto, cercate di capire come utilizzare davvero il “macrocosmo elettronica” nel discorso socio-politico contemporaneo, analizzando ed apprezzando tutte le sue declinazioni, rigettandone le strumentalizzazioni.The post Parma, Brian Eno: non di solo Salis, De Witte e ANOTR vivono le città appeared first on Soundwall.