Israele. Il “Bibi Files”: da inchiesta giudiziaria a caso geopolitico

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di Samuele Lucia –Il “Bibi Files” non è un singolo documento, ma l’insieme di migliaia di ore di interrogatori, intercettazioni e deposizioni raccolte dalla polizia israeliana tra il 2016 e il 2018 nell’ambito dei procedimenti contro Benjamin Netanyahu per corruzione, frode e abuso di fiducia.La sua trasformazione da fascicolo giudiziario a dossier politico è avvenuta attraverso un percorso di diffusione internazionale che ne ha modificato la natura e l’impatto.Il materiale, coperto da segreto istruttorio in Israele, è stato fatto trapelare attraverso fonti anonime e trasmesso in forma riservata al regista statunitense Alex Gibney, premio Oscar per il documentario. In collaborazione con la regista Alexis Bloom e con il contributo del giornalista israeliano Raviv Drucker, il materiale è stato verificato e rielaborato nel documentario “The Bibi Files”, presentato in anteprima al Toronto Film Festival nel 2024.Secondo ricostruzioni di Reuters e Haaretz, la trasmissione sarebbe avvenuta tramite canali crittografati, a conferma della sensibilità politica del contenuto. La rilevanza del dossier non è solo giudiziaria. Il documentario mostra interrogatori inediti di Netanyahu, della moglie Sara e di figure chiave del suo entourage, trasformando un’indagine per reati finanziari in una narrazione sul funzionamento del potere in Israele.Il punto di rottura geopolitico è triplice:1. Interno: Il materiale alimenta lo scontro tra il sistema giudiziario israeliano e l’esecutivo Netanyahu, già in atto dal 2023 con la riforma della giustizia. La sua diffusione indebolisce la posizione negoziale del premier nei confronti dell’ala oltranzista della sua coalizione.2. Esterno: La distribuzione internazionale del documentario sottrae al governo israeliano il controllo della narrazione sui processi al premier, fornendo a governi e opinioni pubbliche occidentali un accesso diretto agli atti dell’accusa.3. Strategico: “The Bibi Files” e le inchieste parallele condotte da Haaretz, The New York Times e dal giornalista Raviv Drucker hanno rilanciato un’accusa politica che pesa sul premier da anni: quella di aver favorito, tra il 2018 e il 2023, il trasferimento di fondi dal Qatar a Gaza con l’avallo del suo governo. Secondo queste ricostruzioni, la strategia era quella di rafforzare Hamas per indebolire l’Autorità Nazionale Palestinese e impedire così la nascita di uno Stato palestinese unitario. Netanyahu ha sempre respinto l’accusa, definendola una “menzogna”, e sostiene tutt’oggi che i fondi qatarini fossero destinati ad aiuti umanitari e stipendi, sotto supervisione israeliana.Le autorità israeliane hanno tentato di limitare la diffusione del materiale, adducendo ragioni legate ai processi ancora in corso e alla tutela della privacy. “The Bibi Files” non ha avuto tuttavia distribuzione ufficiale in Israele: è una forma di contenimento del danno d’immagine che segnala la percezione, da parte del governo, della pericolosità politica del dossier.Il “Bibi Files” dimostra come un atto giudiziario possa trasformarsi in un fattore geopolitico. Quando la giustizia diventa spettacolo globale, la sua funzione non è più solo accertare reati, ma ridefinire equilibri di potere interni e alterare la proiezione internazionale di uno Stato. Nel caso israeliano, il dossier incrina il monopolio narrativo del governo Netanyahu nel momento di massima pressione per la guerra a Gaza e per la tenuta della sua coalizione, riaprendo il dibattito sulla dottrina del “dividi l’impero” applicata ai palestinesi.Fonti principali:– The Bibi Files, Alex Gibney e Alexis Bloom, 2024;– Reuters, 10 settembre 2024: “Bibi Files doc offers rare glimpse into Netanyahu probes”;– Haaretz, 2023-2024: inchieste sui trasferimenti di fondi dal Qatar a Gaza;– The New York Times, dicembre 2023: “‘Buying Quiet’: Inside Israel’s Plan That ProppedHamas”.