Gli Stati Uniti si stanno trasformando, con il blocco dello Stretto di Hormuz, nel principale perno del mercato petrolifero globale. Dall’inizio della guerra in Iran Washington ha aumentato drasticamente le esportazioni, spedendo all’estero circa 250 milioni di barili nelle ultime nove settimane. Secondo le stime di Bloomberg, questo flusso ha consentito agli Usa di superare l’Arabia Saudita e diventare il primo esportatore globale nel pieno della crisi. Una dinamica che, nel breve periodo, ha contribuito ad attenuare lo choc sull’offerta internazionale, evitando un’impennata ancora più marcata dei prezzi.Ma il sostegno americano al mercato ha un limite evidente: le scorte. Il rapido incremento delle esportazioni sta infatti comprimendo i livelli di riserva interni, che sono diminuiti per quattro settimane consecutive, scendendo al di sotto delle medie stagionali. Non si tratta solo di petrolio greggio, ma anche di carburanti raffinati, segno che la tensione riguarda l’intera filiera energetica. Gli Stati Uniti dispongono di una capacità produttiva elevata e flessibile grazie allo shale, ma non illimitata. Se la crisi dovesse protrarsi, mantenere questi ritmi di export significherebbe continuare a erodere il “cuscinetto” strategico interno, esponendo il mercato americano a una maggiore vulnerabilità.Sul fronte opposto, l’Opec+ da cui sono appena usciti gli Emirati Arabi cerca di ribadire la propria centralità in un contesto che rischia di sfuggirle di mano. Arabia Saudita, Russia e altri cinque paesi membri hanno annunciato un aumento delle quote produttive di circa 188mila barili al giorno per il mese di giugno, in linea con gli incrementi già decisi nei mesi precedenti. Una decisione ampiamente attesa dagli analisti, che assume un significato soprattutto politico. Il messaggio è duplice: da un lato dimostrare che il cartello resta coeso, dall’altro segnalare che l’organizzazione continua a esercitare un controllo, almeno teorico, sull’equilibrio del mercato globale.Il problema è che, nella pratica, questo aumento rischia di restare in gran parte sulla carta. Una quota significativa della capacità inutilizzata è concentrata proprio nei paesi del Golfo, cioè nell’area direttamente colpita dal blocco delle rotte marittime. Senza la possibilità di esportare attraverso Hormuz, anche un aumento della produzione difficilmente si traduce in un effettivo incremento dell’offerta disponibile sui mercati internazionali. È il paradosso della fase attuale: i barili esistono, ma non possono circolare.L'articolo Con la chiusura di Hormuz gli Usa diventano il primo esportatore globale di petrolio: 250 milioni di barili in nove settimane proviene da Il Fatto Quotidiano.