Aqaba e il corridoio che prende forma. La geoeconomia emiratina verso la Giordania

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Un accordo infrastrutturale raramente è solo un accordo infrastrutturale. La decisione di Amman e Abu Dhabi di finanziare e costruire una nuova linea ferroviaria da 2,3 miliardi di dollari collegata al porto di Aqaba rientra formalmente nella modernizzazione logistica della Giordania. In realtà, segnala qualcosa di più ampio: l’emergere, per gradi, di una nuova architettura dei flussi commerciali tra Golfo e Levante, disegnando le connessioni dell’Indo-Mediterraneo.Il progetto, lungo circa 360 chilometri, collegherà i principali siti estrattivi di fosfati e potassio del sud giordano al porto sul Mar Rosso, con una capacità stimata di 16 milioni di tonnellate annue. È un intervento atteso da tempo in un’economia che dipende in misura significativa dall’export minerario e che sconta costi logistici elevati. Spostare il trasporto dalla gomma al ferro dovrebbe migliorare l’efficienza, ridurre i tempi e rafforzare la competitività delle esportazioni giordane.La dimensione industriale, tuttavia, è solo il primo livello di lettura. L’accordo si inserisce in un più ampio quadro di cooperazione da 5,5 miliardi di dollari siglato nel 2023 tra i due Paesi, e vede il coinvolgimento di piattaforme di investimento emiratine come Lunate Holding, oltre alla partecipazione di attori pubblici e industriali giordani. Il messaggio è coerente con una traiettoria ormai consolidata: gli Emirati Arabi Uniti utilizzano capitale, infrastrutture e capacità operativa per costruire sistemi logistici integrati oltre i propri confini, affiancando a porti e terminal una rete crescente di connessioni terrestri. È parte della fase di slancio di Abu Dhabi verso un’autonomia strategica sempre più differenziata e identitaria.In questo senso, la nuova ferrovia non è pensata esclusivamente come un corridoio interno. Le autorità giordane parlano esplicitamente di una prima fase di una rete nazionale più ampia, destinata a estendersi verso Amman e, nel medio periodo, a collegarsi ai mercati regionali, dalla Siria alla Turchia fino ai Paesi del Golfo. La logica è quella di trasformare un’infrastruttura settoriale — al servizio dell’industria estrattiva — in una piattaforma di connessione più ampia, potenzialmente inserita in reti commerciali transfrontaliere.È in questo passaggio che Aqaba assume una valenza diversa. Tradizionalmente unico sbocco marittimo della Giordania, il porto ha svolto un ruolo essenziale ma prevalentemente nazionale. Negli ultimi anni, anche grazie allo sviluppo del terminal container e all’integrazione con mercati regionali come Iraq e Arabia Saudita, ha iniziato a posizionarsi come nodo logistico più rilevante. L’investimento ferroviario rafforza questa evoluzione, collegando in modo più efficiente l’entroterra produttivo e creando le condizioni per un’espansione delle funzioni di transito.Il contesto regionale contribuisce a dare ulteriore peso al progetto. L’iniziativa si colloca infatti lungo la direttrice del corridoio India–Medio Oriente–Europa, Imec, annunciato al G20 del 2023 e ancora in larga parte sulla carta. In quella visione, le connessioni ferroviarie attraverso la penisola arabica e il Levante dovrebbero integrare i traffici marittimi, offrendo un’alternativa — almeno parziale — alle rotte tradizionali. Il collegamento con Israele, tramite il porto di Haifa, resta cruciale, difficilmente eludibile nella logica di lungo periodo, ma attualmente problematico dopo gli anni di guerra a Gaza e la fase in corso contro l’Iran. Aqaba non è sul Mediterraneo come Haifa, ma certamente più prossima a Suez rispetto ai porti del Golfo Persico.Resta, tuttavia, un elemento di fondo che accompagna ogni progetto infrastrutturale nella regione: la sicurezza. Le recenti tensioni nel Mar Rosso, la fragilità della Siria, la crisi di Hormuz e l’instabilità più ampia del contesto mediorientale ricordano che la costruzione di corridoi logistici non può prescindere da condizioni minime di stabilità. Senza di esse, anche le infrastrutture più avanzate rischiano di rimanere sottoutilizzate o esposte a interruzioni.Per la Giordania, il progetto rappresenta una scommessa calcolata. Rafforzare il proprio ruolo come hub di transito può offrire nuove opportunità di crescita e integrazione regionale, in un contesto economico segnato da vincoli strutturali. Al tempo stesso, implica un maggiore inserimento in dinamiche geopolitiche che Amman ha tradizionalmente cercato di gestire con cautela.Per gli Emirati, invece, l’operazione conferma una strategia più ampia: investire in infrastrutture critiche lungo le principali direttrici commerciali emergenti, consolidando una presenza che è al tempo stesso economica e, indirettamente, politica. In un Medio Oriente attraversato da rivalità e riallineamenti, la geoeconomia continua a offrire uno dei pochi terreni su cui cooperazione e competizione possono coesistere.