Bce, quasi sicuro il rialzo dei tassi a giugno

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La traiettoria appare ormai definita: la Bce si prepara a un possibile nuovo intervento restrittivo già a giugno. Le parole del governatore slovacco Peter Kazimir sono esplicite e non lasciano molto spazio a interpretazioni: “un inasprimento della politica monetaria a giugno è quasi inevitabile”. Una posizione che riflette un’impostazione ormai automatica nella gestione della politica monetaria europea, dove l’inflazione resta il faro principale anche quando è alimentata da shock esterni.Kazimir riconosce che “le aspettative di inflazione a breve termine sono aumentate bruscamente”, pur sottolineando come quelle di lungo periodo restino sotto controllo. Ma è proprio questa memoria storica dell’inflazione a guidare la prudenza: “il ricordo degli anni di alta inflazione è ancora vivo”. In questo contesto, la Bce si muove più per prevenzione che per reazione, consolidando una linea che privilegia la stabilità dei prezzi rispetto alla dinamica della crescita.Divisioni interne: Francia e Italia frenanoNon tutti però condividono questa accelerazione. Dalla Francia arrivano segnali più cauti, con il governatore della Banque de France François Villeroy de Galhau che invita a non forzare i tempi: “prima di qualsiasi possibile inasprimento, è necessario aver raccolto una massa critica di dati”. Una posizione che riflette la preoccupazione per un irrigidimento prematuro delle condizioni finanziarie.Anche l’Italia osserva con crescente apprensione. In un contesto di crescita già debole e prospettive riviste al ribasso, un aumento del costo del denaro rischia di tradursi in un ulteriore freno. Il nodo è evidente: una politica monetaria uniforme si applica a economie profondamente diverse, con effetti inevitabilmente asimmetrici.Inflazione da shock esterni e risposta standardizzataIl punto discriminante resta la natura dell’inflazione. L’attuale risalita dei prezzi è legata in larga parte a fattori esogeni, in particolare allo shock energetico connesso alle tensioni in Medio Oriente. Come ha osservato il vicepresidente della Bce Luis de Guindos, “lo shock dell’offerta si è riflesso più rapidamente sugli indicatori di inflazione che su quelli di crescita”.La risposta, tuttavia, resta quella classica: rialzo dei tassi. È una scelta che evidenzia un limite strutturale dell’architettura europea. In assenza di una vera politica fiscale comune e di strumenti coordinati, il tasso di interesse diventa l’unico meccanismo di stabilizzazione disponibile. De Guindos lo ammette indirettamente quando sottolinea che si tratta di “una variabile esogena che non controlliamo”.Un’eurozona senza Stato: il peso della moneta unicaQui emerge il nodo più profondo. L’euro rappresenta una grande area economica solo formalmente unitaria. Nella realtà, si tratta di un sistema eterogeneo in cui convivono modelli produttivi, livelli di debito e dinamiche di crescita molto diversi. In questo quadro, la politica monetaria finisce per essere uno strumento rigido applicato a una struttura flessibile.La stessa Christine Lagarde ha rivendicato che la stretta da 450 punti base tra il 2022 e il 2023 “ha funzionato”, riportando l’inflazione verso il target del 2%. Ma il prezzo è stato un rallentamento della crescita, oggi certificato anche dalle nuove stime: Pil previsto all’1% nel 2026, con revisioni al ribasso legate proprio all’aumento dei costi energetici.Nel frattempo, l’Europa continua a muoversi in equilibrio precario tra produzione e consumo. La globalizzazione ha favorito la delocalizzazione industriale, mentre il continente si è progressivamente trasformato in un’area ad alta regolamentazione e domanda interna sostenuta. Un modello che rende ancora più complesso gestire shock esterni attraverso strumenti monetari standard.Mercati, debito e nuove pressioni strutturaliIl quadro si complica ulteriormente sul fronte dei conti pubblici. L’aumento della spesa per difesa, infrastrutture e transizione energetica sta spingendo al rialzo i rendimenti sovrani. La Bce osserva che “necessità strategiche di spesa stanno mettendo pressioni al rialzo sul debito pubblico”, costringendo i governi a rivedere priorità e allocazione delle risorse.In questo contesto, la politica monetaria rischia di diventare l’unico argine credibile, rafforzando quella percezione di una banca centrale “a trazione nordica” più sensibile alla stabilità che alla crescita. Non è un caso che i mercati abbiano reagito con tensioni differenziate, premiando i Paesi percepiti come più disciplinati e penalizzando quelli più esposti all’incertezza politica.Giugno come spartiacqueTutto converge verso giugno, quando nuove proiezioni offriranno un quadro più chiaro. Come ha spiegato De Guindos, “dovremo aspettare fino a giugno quando avremo più informazioni”. Nel frattempo, la linea resta quella della prudenza operativa ma della fermezza strategica.Il risultato è un equilibrio delicato. Da un lato, la necessità di preservare la credibilità della moneta unica. Dall’altro, il rischio concreto di comprimere ulteriormente una crescita già fragile. In mezzo, un’Europa che continua a fare i conti con la propria incompiutezza istituzionale, dove ogni decisione monetaria finisce inevitabilmente per essere anche una scelta politica.Enrico Foscarini, 4 maggio 2026L'articolo Bce, quasi sicuro il rialzo dei tassi a giugno proviene da Nicolaporro.it.