Forza cruda e coercizione: l’arte di “prevenire” il diritto internazionale

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Grigor Ghazaryan –I recenti sviluppi globali suggeriscono uno slittamento inquietante dell’ordine internazionale, in cui il moralismo di facciata maschera spesso manipolazioni strategiche più profonde. A seguito degli scandali Epstein, che coinvolgerebbero figure di primo piano in trattamenti osceni e disumani di minori, alcuni leader della cosiddetta “joint warfare venture” appaiono compromessi.Il caso Epstein ha mostrato come reti informali di potere, fondate su relazioni personali, flussi finanziari non trasparenti e frequentazioni compromettenti, possano generare zone grigie tra sfera privata e responsabilità pubblica. Anche in assenza di prove definitive circa il coinvolgimento diretto di apparati statali, la sola esistenza di dossier sensibili relativi a figure apicali solleva interrogativi sulla resilienza istituzionale delle democrazie occidentali.In sistemi politici fortemente personalizzati, la vulnerabilità individuale si traduce facilmente in vulnerabilità sistemica. La possibilità che informazioni compromettenti, detenute da attori statali o non statali, possano essere utilizzate come leva indiretta influenza il dibattito strategico, anche in assenza di prove pubbliche di ricatto esplicito.Nel contesto di escalation regionali e decisioni militari ad alto rischio, questa dimensione opaca alimenta la percezione che le scelte di politica estera possano essere guidate non solo da valutazioni strategiche dichiarate, ma anche da dinamiche di pressione invisibili all’opinione pubblica.L’incrocio pericoloso.Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, epico “candidato al Premio Nobel per la Pace”, sembra aver subito coercizione o influenza da parte di Israele, come si può desumere anche dalle dichiarazioni del suo stesso entourage. Allo stesso tempo, sul piano mediatico e operativo, i conflitti in corso funzionano da diversivo rispetto alle responsabilità nelle controversie legate al caso Epstein, nelle quali egli figura in modo prominente.Nel febbraio 2026, Trump avvia il cosiddetto “Board of Peace”, una misura preventiva volta a respingere le accuse di complicità nelle violenze in corso in Palestina. Riapplicando lo stesso schema, appena due giorni dopo il bombardamento del 28 febbraio 2026 da parte delle forze USA-Israele della scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh a Minab, in Iran, che provoca la morte di oltre 160 studentesse e minori, Melania Trump presiede una sessione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla protezione dei bambini nei conflitti, suscitando ampia copertura mediatica e critiche per il tempismo rispetto alla tragedia di Minab.Significativamente, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan, rappresentante di una nazione che ha subito genocidi e massacri negli ultimi 150 anni, viene presentato nel contesto del “Board of Peace” accanto al dittatore petrolifero Aliyev, responsabile della guerra e della de-armenizzazione dell’Artsakh dopo l’esodo forzato di 120mila armeni etnici a seguito di un assedio di nove mesi, da dicembre 2022 a settembre 2023. Pochi giorni prima della stretta di mano davanti a un Trump sorridente, la barbarica dittatura di Aliyev concludeva processi farsa in tribunali militari contro la leadership politico-militare dell’Artsakh, molti dei quali non avevano nemmeno fatto parte del sistema militare. Si tratta di procedimenti arbitrari e incompatibili con ogni standard di giusto processo, volti a terrorizzare e annientare ogni resistenza armena.Dal Nagorno-Karabakh all’Iran: impunità e graduale erosione del diritto internazionale.La “comunità internazionale”, nominalmente ancorata al diritto internazionale e alle istituzioni globali, sembra entrare in una fase di decostruzione sistematica delle proprie norme fondamentali, normalizzando la forza bruta. Tale processo si articola in distinti teatri di conflitto, ciascuno dei quali illustra l’erosione concreta degli standard giuridici ed etici.1. Artsakh, settembre-novembre 2020. Nel pieno della pandemia di COVID-19, l’Azerbaigian lancia una campagna militare contro l’Artsakh armeno (Nagorno-Karabakh), impiegando droni, munizioni a grappolo e fosforo bianco contro i civili, mentre mercenari stranieri facilitati dalla Turchia svolgono un ruolo chiave nell’aggressione. La reazione dell’“Occidente civile” si traduce in larga misura in una tacita approvazione.2. Ucraina, dicembre 2021. Mosca lancia il discorso del “colpo preventivo” nella guerra fratricida contro l’Ucraina, immediatamente dopo aver siglato un accordo strategico con Baku nel settore energetico, volto ad aggirare le imminenti sanzioni e facilitare le esportazioni di gas russo, riflettendo un chiaro opportunismo geostrategico e rafforzando narrazioni militarizzate.3. Siria e regione, gennaio-dicembre 2022. Israele prosegue la propria “campagna tra le guerre” contro obiettivi iraniani e di Hezbollah in Siria, colpendo gli aeroporti di Damasco e Aleppo e altri siti secondo la dottrina preventiva transfrontaliera, normalizzando violazioni ricorrenti dello spazio aereo, parallelamente all’escalation Gaza-Israele.4. Armenia, settembre 2022. Il governo azero avvia una nuova aggressione sul territorio sovrano armeno, giustificandola con presunte provocazioni da parte dell’Armenia. Intensi combattimenti lungo il confine armeno-azero provocano sottrazioni territoriali all’Armenia, crimini di guerra documentati ed esecuzioni di soldati armeni disarmati, estendendo il conflitto oltre l’Artsakh e mettendo ulteriormente alla prova i meccanismi di risposta internazionale.5. Artsakh, settembre 2023. La rinnovata offensiva della dittatura di Baku prende di mira la ancora libera Stepanakert, bombardando infrastrutture civili sotto il pretesto di “antiterrorismo”, provocando sfollamenti di massa e testando i limiti della reazione internazionale in un’aggressione che si configura come forma di genocidio, poiché crea condizioni letali che costringono la popolazione all’esodo.6. Gaza, ottobre 2023. Le tattiche di blocco totale, fame indotta e sfollamento di massa replicano lo schema già sperimentato in Artsakh, mentre demolizioni deliberate di abitazioni, infrastrutture e quartieri residenziali rendono praticamente impossibile il ritorno degli sfollati alle proprie case.7. Confine libanese e regione, gennaio-dicembre 2024. L’escalation transfrontaliera tra Israele e Hezbollah si intensifica, con assassinii mirati e sfollamenti interni su entrambi i lati della frontiera. Il 1º aprile 2024 un attacco ampiamente attribuito a Israele distrugge una struttura diplomatica iraniana a Damasco, uccidendo alti ufficiali dell’IRGC. L’episodio, che colpisce locali diplomatici, viene sostanzialmente liquidato come “non terrorismo”. Il 13 e 14 aprile l’Iran reagisce con droni e missili verso Israele, suscitando condanna occidentale e segnando il primo attacco diretto e palese tra Stati, con erosione del paradigma del conflitto per procura. Proseguono i raid israeliani su siti iraniani in Siria, mentre gli Houthi colpiscono la navigazione commerciale nel Mar Rosso in solidarietà con Gaza, attivando un vettore di pressione economica.8. Iran, giugno 2025. A seguito di una prolungata campagna di demonizzazione, Israele avvia un’operazione di dodici giorni con il coinvolgimento delle forze statunitensi contro presunti impianti nucleari iraniani, riecheggiando modelli già applicati in Iraq dagli Stati Uniti per giustificare interventi militari “preventivi”.9. Iran, gennaio 2026. Migliaia di dossier raccolti dal criminale Jeffrey Epstein emergono improvvisamente. Sebbene dichiarato morto, presunti avvistamenti a Tel Aviv alimentano speculazioni sulla sua influenza persistente. Pochi giorni prima dell’assalto all’Iran, India e Israele elevano formalmente la loro cooperazione a una partnership strategica. Nel frattempo, tra il 22 e il 28 febbraio 2026 si intensificano i combattimenti lungo il confine Pakistan-Afghanistan, fungendo da diversivo per l’attenzione globale.Nei giorni successivi, il modello del “colpo preventivo”, già sperimentato in precedenza, viene applicato contro l’Iran. La leadership del Paese viene decapitata in un’aggressione congiunta senza alcuna notifica al Consiglio di Sicurezza dell’ONU o ad altra entità internazionale, sollevando interrogativi sulla possibile leva esercitata attraverso i dossier Epstein non divulgati per influenzare le drastiche decisioni del presidente americano.Notevolmente, il conflitto è accompagnato da una forma di indottrinamento e abuso dell’obbedienza dei soldati. Le truppe statunitensi coinvolte vengono esortate a vedere l’assalto all’Iran come parte del piano divino di Armageddon, basato sul Libro dell’Apocalisse, affermando che il conflitto è “parte del piano divino di Dio”. Una forma oscena di coercizione che ha, tra l’altro, ispirato l’etichetta sui social “Epstein War”. In questo contesto, fede e religione vengono trasformate in strumenti estremamente pericolosi di legittimazione della violenza come unica scelta possibile.Sebbene alcune letture possano apparire speculative, l’osservazione dei pattern ricorrenti rivela una dinamica costante: la costruzione e demonizzazione del nemico come premessa alla legittimazione dell’intervento militare. Il recente attacco all’Iran, criticato tra gli altri dal ministro degli Esteri dell’Oman Badr al-Busaidi e dal primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, riporta al centro la questione della trasparenza decisionale nelle democrazie occidentali. Resta aperto l’interrogativo se fattori non dichiarati, inclusi dossier sensibili mai pienamente divulgati, possano esercitare pressioni indirette sui processi politici, alimentando una politica estera fondata più sulla coercizione preventiva che sul diritto internazionale.