Ci vuole un fisico bestiale per correre in Formula 1. E i piloti lo sanno bene. Stando a un nuovo studio internazionale condotto da Università di Trieste e University of Roehampton (Londra), questi atleti sviluppano adattamenti fisiologici specifici, strettamente legati alle esigenze della guida ad altissima intensità. Insomma, accelerazioni improvvise, carichi meccanici sul collo, posture obbligate, stress termico e recuperi ridotti modellano letteralmente il corpo dei piloti. Il lavoro, pubblicato sul ‘British Journal of Sports Medicine’, ha coinvolto nomi noti del settore come Kim Keedle, preparatore atletico dei piloti di Formula 1 e gli allenatori di Charles Leclerc e Max Verstappen Andrea Ferrari e Rupert Manwaring.Le peculiarità fisiche dei piloti di Formula 1Non è tanto una questione di ‘taglia’. Rispetto ad altri professionisti dello sport, i piloti di Formula 1 non sono necessariamente fuori scala per parametri generali come statura, massa corporea o capacità aerobica. Ma sviluppano ugualmente alcune interessanti peculiarità: è il caso della forza del collo, essenziale per contrastare le spinte multidirezionali sulla testa – e sul casco – in curva, in frenata e in accelerazione e per preservare la qualità dello sguardo, la precisione della guida e i tempi di reazione. I ricercatori segnalano poi la capacità di sostenere carichi ripetuti e asimmetrici anche sulle gambe, soprattutto al momento della frenata; l’adattamento dei muscoli del tronco, della cintura scapolare, degli stabilizzatori profondi; la capacità del cuore di gestire picchi di frequenza cardiaca.Le sfide“La Formula 1 è uno degli sport più affascinanti e mediaticamente rilevanti al mondo, ma anche tra quelli che impongono al corpo dell’atleta sollecitazioni tra le più complesse in assoluto”, spiega Alex Buoite Stella, coautore dello studio – insieme a Christopher James Tyler – e docente di Fisiologia presso il Dipartimento universitario clinico di Scienze Mediche, chirurgiche e della salute dell’Università di Trieste. Accelerazioni, frenate, stress termico, posture obbligate e recuperi ridotti si sommano per tutta la stagione. “Con questo lavoro abbiamo voluto capire, in modo sistematico, come l’organismo del pilota risponde e si adatta a queste richieste, mettendo insieme ricerca scientifica ed esperienza diretta dei coach che operano in Formula 1”.Impegni serrati e clima estremoCon ventiquattro gare in ventuno Paesi, trasferte intercontinentali e talvolta anche condizioni climatiche estreme, lo stress termico e la gestione del recupero diventano centrali per i piloti di Formula 1. I ricercatori dell’Università di Trieste, insieme ad alcuni studenti del Racing Team UniTS – team dell’ateneo di Formula SAE (Society of Automotive Engineers), competizione universitaria internazionale di design ingegneristico – hanno analizzato le condizioni ambientali di tutte le gare dell’ultimo campionato, stimandone il potenziale impatto termico sui piloti. Gare come il Gran Premio del Qatar 2023 hanno mostrato come il caldo possa rappresentare “un rischio concreto non solo per la prestazione, ma anche per la salute”, spiegano gli autori della ricerca. Strategie come acclimatazione al caldo, raffreddamento pre‑gara e gestione mirata dell’idratazione sono sempre più diffuse, ma per gli scienziati molte pratiche restano guidate dall’esperienza più che da dati raccolti direttamente in gara. Così, grazie a interviste ai performance coach, il team ha potuto descrivere lo sviluppo di programmi di allenamento altamente personalizzati, adattati al tipo di circuito, alle caratteristiche del pilota e alle condizioni ambientali attese.Gli obiettivi dei ricercatori“Siamo riusciti a costruire il quadro più aggiornato oggi disponibile del profilo fisiologico del pilota di Formula 1. Il lavoro non solo identifica le aree in cui servono nuovi studi, ma propone anche strategie pratiche per ottimizzare performance e tutela della salute degli atleti”, osserva ancora Buoite Stella. Ma non basta.“Poiché il regolamento vieta l’uso di dispositivi all’interno dell’auto, ci basiamo sui dati raccolti dall’esterno del veicolo, e questo comporta alcune limitazioni – rileva Kim Keedle – Per esempio, sarebbe interessante confrontare la risposta della frequenza cardiaca durante la guida su circuiti diversi e in condizioni differenti. Rispetto ad altri sport, la misurazione della frequenza cardiaca può sembrare poca cosa, ma rappresenterebbe un grande passo avanti e ci permetterebbe di quantificare con precisione le sollecitazioni e preparare di conseguenza i piloti”.Gli autori e i coach indicano come priorità future studi sempre più specifici per la Formula 1 e più vicini alle condizioni reali di competizione, capaci di misurare parametri come frequenza cardiaca, temperatura corporea, consumo di ossigeno e lattato. E di chiarire i possibili effetti a lungo termine sulla salute, in particolare per la zona lombare e l’esposizione alle vibrazioni delle monoposto. L’obiettivo non è solo quello di favorire performance migliori, ma anche tutelare la salute di questi atleti.Questo articolo Formula 1, il segreto dei piloti per superare stress e sollecitazioni estreme proviene da LaPresse