Rilanciamo su InVisibili l’articolo di Simona Atzori pubblicato oggi, mercoledì 4 marzo, nelle pagine sportive del Corriere della Sera.Non siamo il nostro limite. Siamo la storia che scegliamo di raccontare. Forse èper questo che ci sono momenti che non si consumano nel tempo. Rimangonoaccesi dentro di noi, come una fiamma che continua a brillare anche quando lostadio si è svuotato e le luci si sono spente.Per me quella fiamma ha un nome preciso: la mia danza alla Cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi di Torino 2006. Tra poco se ne accenderà un’altra, quella di Milano Cortina 2026. E mentre il mondo si prepara ad accogliere di nuovo gli atleti paralimpici, mi basta chiudere gli occhi per tornare allo Stadio Olimpico di Torino. Vent’anni scompaiono in un attimo. Rivedo il brusio nei camerini, il freddo di marzo, il piumino nero sopra un abito bianco leggerissimo. Il percorso per raggiungere il palco. Attorno a noi uomini-muro,percussionisti, performer in piedi e in sedia a rotelle: un’umanità in attesa diattraversare un simbolo. Al centro dello stadio c’era un grande muro. Non soloscenografia, ma dichiarazione. Doveva cadere per raccontare che le barriere sipossono abbattere. Dietro quel muro aspettavo anch’io. Il cuore a mille. Il gelosotto i piedi. In quell’istante mi chiesi solo una cosa: sarò all’altezza di questosogno? La piccola Silvia Battaglio, undici anni, non vedente, consegnò la frecciaall’arciera Paola Fantato. Il sibilo nell’aria. L’impatto. L’esplosione di luce. Ilmuro che si aprì.Io e Luca Alberti entrammo oltre quella fessura per il primopas de deux: una danza libera, oltre i limiti della vita. Non sentivo più il freddo,ma solo il boato dei venticinquemila spettatori che mi sostenevano e mifacevano volare. Poi il valzer finale. In rosso, avvolta in una stola bianca,danzammo intorno al braciere mentre le carrozzine si muovevano leggereattorno a noi. Non si distinguevano le gambe dalle ruote, perché non c’eradifferenza. Eravamo un unico corpo. Fuochi d’artificio e luci laser trasformaronolo stadio in una festa della vita. E proprio danzando arrivò la risposta alla miadomanda: non dovevo essere all’altezza del sogno. Dovevo solo avere ilcoraggio di entrarci. Torino 2006 fu un varco culturale. Non solo unospettacolo, ma una dichiarazione: le Paralimpiadi non sono un’appendice, sonoun’altra narrazione dell’eccellenza. Per la prima volta una cerimoniaparalimpica fu trasmessa in diretta tv. Forse l’inizio di una rivoluzionesilenziosa.In questi vent’anni qualcosa è cambiato. Non ovunque, non deltutto. Ma lo sguardo si è spostato. Non parliamo di eroi. Parliamo di atleti. LeParalimpiadi non sono il trionfo del «nonostante». Sono la celebrazione del«con»: con il proprio corpo, con la propria storia, con la propriadeterminazione.Milano Cortina 2026 accenderà tra poco la sua fiamma. Vale lapena fermarsi a guardare. Perché ogni atleta che entrerà in quello stadioporterà molto più di una bandiera: porterà competenza, allenamento,disciplina. Porterà sport vero.E mentre quella fiamma si alzerà nel cielo, ricordiamolo: non siamo il nostrolimite. Siamo la storia che scegliamo di raccontare.